
Quasi settemila chilometri. Sono quelli che in linea d’aria separano Busto Arsizio da Malindi, Kenya.
Settemila chilometri: quelli idealmente percorsi per andare alla ricerca delle fonti storiche indispensabili per conoscere e capire qualcosa di più sulla pallacanestro a Busto Arsizio. La pallacanestro che fu.
Il basket che alla fine degli anni ’70, per un decennio abbondante, tra discese in picchiata e perentorie risalite, collocava l’Omega Bilance Busto tra le realtà importanti nel panorama nazionale. Il tutto grazie ad un club che in un paio di occasioni sfiorò la promozione in serie A2, disputò numerosi campionati di alto livello in serie B e soprattutto ricoprì, con giustificate ambizioni e il desiderio di essere protagonista, un ruolo importante nella provincia varesina dietro, ovviamente, a “Sua Maestà” Pallacanestro Varese.
I settemila chilometri in oggetto mi fanno atterrare in un paesaggio da sogno: interminabili spiagge bianchissime, clima incantevole, lagune di mangrovie, vegetazione spettacolare e colori del mare che, per la loro bellezza, ti provocano la classica “Sindrome di Stendhal”. Laggiù, circondato da questo paradiso, vive Giuseppe Rossini, classe 1961, che nella suddetta Omega Bilance, poi diventata Cestistica Bustese, ha ricoperto quasi tutti i ruoli: giocatore, allenatore a livello giovanile e senior e, infine, general manager che, con ampie deleghe alla struttura tecnica, ha vissuti emozioni uniche e momenti straordinari.
Momenti quantificabili in una quindicina d’anni tutti spesi sulla “corsia di sorpasso” e senza mai guardare nello specchietto retrovisore perchè travolti dalla tensione emotiva di una città che scossa dalla “febbre della pallacanestro” ha accarezzato il famoso secondo boom del basket più volte spiegato dal grande Aldo Giordani.
“Ripercorrere la storia del periodo d’oro della pallacanestro a Busto Arsizio – esordisce Rossini -, significa prima di tutto aprire un volume colmo di contraddizioni, poi spiegare una lunga vicenda in perenne equilibrio tra episodi esaltanti e deprimenti; tra stagioni di clamorosa bellezza e altre francamente disturbanti; tra personaggi di valore assoluto e altri nemmeno meritevoli di una pallida citazione; tra tanti aspetti positivi e situazioni talvolta poco edificanti”.
Dopo questa premessa, penso che il tuo racconto possa avere inizio
“La mia vicenda nel mondo della pallacanestro – ricorda Rossini -, inizia con una leva cestistica organizzata nel 1973 dall’Ardor Toreador Omega Bilance il cui presidente, il famoso e benemerito avvocato Ezio Crespi, insieme ad un gruppo di amici aveva dapprima fondato a Busto Arsizio la società e in seguito organizzato una leva cestistica per far partire anche l’attività giovanile. La leva era diretta niente meno che da coach Bruno Brumana, un grande insegnante di fondamentali che allora divideva il suo compito di divulgatore del basket tra Pallacanestro Varese e altri club della provincia di Varese. Intanto a livello senior nell’annata 1975-’76 la prima squadra dell’Omega Bilance, oggettivamente molto forte e attrezzata grazie a giocatori fuori categoria come Scattolin, Frattini, Lesica, Morandi, Imparato, Sergione Crespi e via discorrendo, vince la serie D e dopo la promozione in serie C acquisisce, per fusione, il settore giovanile assai florido dell’altro club cittadino: la Cestistica Bustese. Dalla Bustese arrivano giocatori importanti in classi – 1958, 1959, 1960 e successive – che l’Omega Bilance, avendo iniziato da pochissimo tempo la sua attività non poteva per forza di cose avere. Nella mezza rivoluzione che si consuma a livello giovanile io decido di smettere di giocare e inizio il mio percorso come allenatore frequentando, a Castellanza, il primo corso di Aspirante tecnico regionale tenuto da coach Dodo Colombo. La mia carriera come coach inizia in qualità di assistente di Marco Crespi col gruppo dei nati nel 1966 e ’67 che, per inciso, è stato il primo a conseguire buoni risultati centrando una finale regionale provinciale, partecipando per la prima volta a campionati giovanili nazionali e, soprattutto, grazie ad un lavoro tecnico di grande qualità a produrre giocatori plausibili per la prima squadra come, giusto per citarne alcuni, Matteo Ferrè, Gianluca Piantanida, Marzio Nicodemo che, pur giovanissimi, trovano spazio in un campionato durissimo come la serie B. Io intanto continuo ad allenare il gruppo dei ’68-’69 sul quale avevamo fatto un eccellente lavoro in sede di reclutamento. Dopo un paio di campionati a livello giovanile, a metà degli anni ’80 passo in prima squadra come assistente di coach Carlo Colombo nell’anno in cui la squadra, sponsorizzata Rossini Hi-Fi, vince il campionato di serie C e sale in serie B. Insieme a coach Colombo durante l’estate mi occupo della costruzione della squadra assemblando un gruppo in equilibrio tra esperienza e gioventù con i veterani Lucarelli, Bessi, Dosseni, Mottini, insieme a giovani interessanti come Innocenti, Ferrè, Andrea Rossini, Curtarello, Degli Innocenti, Baldini. Tuttavia, la mia carriera come allenatore, per due ragioni sostanziali termina proprio in quell’annata 1986-1987″.
Due ragioni, quali?
“La prima è di carattere logistico perchè i problemi d’orario legati alla mia attività lavorativa mi impediscono di essere presente agli allenamenti con la continuità e l’assiduità richiesta da una categoria quasi professionistica. La seconda è legata, per così dire, alla “vocazione”, ovvero al piacere di rimanere nella pallacanestro, ma con un veste diversa, quella di general manager che a 360° si occupa delle vicende di una squadra”.

Quali sono state le tue prime mosse da dirigente?
“La mia prima idea è stata quella di credere e valorizzare al massimo livello possibile le risorse interne della società quindi – continua Giuseppe -, darsi da fare in ogni modo per puntare senza se e senza mai sui prodotti del nostro settore giovanile che, comunque, ribadisco, in quegli anni aveva lavorato piuttosto bene. Con l’assenso dei vari presidenti diamo il via alla nostra “linea verde” spalancando le porte della prima squadra a juniores interessanti e in crescita come Matteo Ferrè, primo cambio degli esterni, Andrea Rossini, primo cambio del playmaker, e Stefano Timoni, primo cambio dell’ala grande. La scelta si rivela azzeccata perchè il mix tra senior importanti come Porro, Bisanzon, Gigi Brambilla, Eugenio Costa, Lucarelli e giovani funziona a meraviglia e alla fine del campionato festeggiamo addirittura la promozione in B1. La stagione ’88-’89 in B1 è decisamente sfortunata perchè, senza la disponibilità dell’impianto, siamo costretti a giocare nel “deserto” del PalaLido di Milano senza il consueto, e caldissimo, supporto del nostro pubblico. Alle difficoltà ambientali si aggiungono quelle di una squadra che si trova innumerevoli problemi. Il nostro leader tecnico e emotivo Lucarelli resta fuori per gran parte del campionato per problemi fisici. L’altro leader, il playmaker Massimo Bianchi acquisito dalla A1 di Reggio Calabria arriva a Busto ormai abbastanza provato fisicamente. Nel pacchetto degli esterni Ferrè e Brambilla fanno il loro dovere, mentre Bisanzon fa compagni a “Lucky” in infermeria. Infine, la batteria di lunghi composta da Fragiacomo, Tasso, Turri e Bonza alla lunga si rivela troppo fragile fisicamente e inesperta. In ogni caso la squadra, almeno nel girone d’andata lotta e mostra grandissimo carattere, ma per i motivi succitati – condizioni fisiche precarie, inesperienza, inadeguatezza di alcuni giocatori – perde tante partite di un punto e nella seconda parte del campionato precipita del tutto chiudendo la stagione con 6 punti, 3 partite vinte, 27 perse e un dato oggettivo: eravamo nettamente inferiori alle squadre avversarie. Però, anche in quella stagione abbastanza “maledetta” emergono alcune considerazioni più che positive proprio dai nostri giovani. Teo Ferrè gioca da guardia titolare, esplode, disputa un super campionato e fa capire di essere un giocatore che vale la B1. ndrea Rossini, seppur esordiente in categoria, alla fine gioca molto meglio e con più “garra” di Bianchi. Max Turri, che ha a disposizione tanti minuti, li sfrutta a dovere giocando piuttosto bene e, infine, una menzione speciale la merita Bonza. Cesare, non avendo mai giocato in nessuna squadra ma solo all’oratorio con gli amici, è il più classico degli “underdog” ma, a conti fatti, animato com’è da un incredibile entusiasmo e da una grandissima voglia di emergere e mettersi in luce, fa un’ottima figura ritagliandosi degli spazi di gioco nemmeno lontanamente ipotizzabili alla vigilia del campionato”.
Cosa succede dopo la retrocessione?
“La squadra torna a giocare a Busto e dopo il bagno economico della serie B1 la mia prima, anzi unica preoccupazione è quella di rimettere in ordine i conti per poter ripartire con una B2 almeno dignitosa. Nel corso di un paio di estati a dir poco frenetiche riesco a vendere gran parte dei pezzi pregiati. Uno alla volta Tasso, Fragiacomo, Costa, Turri, Ferrè, Dalla Costa, Bisanzon, Brambilla lasciano Busto accasandosi, direi piuttosto bene, in altri club. Io invece, raggiunto il sospirato pareggio di bilancio, consegno al presidente e ai consiglieri una società pulita e senza pendenze consentendo ai medesimi di dire stop con l’attività senior. Per effetto di questa decisione Busto Arsizio, dopo una quindicina di campionati, nell’estate del 1990 sparisce dalla carta geografica dei campionati nazionali”.
Terminata l’esperienza bustocca, hai esportato il tuo sapere cestistico in altre piazze, giusto?
“Esatto: dopo Busto sono stato per una stagione a Casorate Sempione con una squadra che allora giocava in serie B2, poi ho trascorso quattro campionati a Pavia, sempre in B2, e dopo il periodo pavese sono stato alla Robur Saronno per vivere quella che, indiscutibilmente, ricordo come l’esperienza più bella. Dopo Saronno ho lavorato per altre quattro stagioni nel gruppo Castelletto-Novara in serie A2. Successivamente con la “morte” sportiva dei Draghi Novara, anno domini 2008, ho detto “stop, fine della corsa!” e ho chiuso con il basket e con l’attività di dirigente”.
Tra tutte le esperienze da general manager e direttore sportivo hai citato in tono entusiasta quella di Saronno, perchè?
“A Saronno sono stato benissimo sia tecnicamente, per le grandi soddisfazioni ricevute, sia in particolare sul piano umano perchè l’ambiente saronnese, grazie ad un persona-guida del calibro di Ezio Vaghi, è semplicemente fantastico. L’aspetto importante da evidenziare è che in Robur Saronno ho ritrovato la stessa volontà, quella di dare spazio e valorizzare i giovani, che ho sempre appoggiato e fortemente condiviso. A Saronno con la “benedizione” di Ezio Vaghi – fondamentale perchè, è chiaro, senza un presidente illuminato non si va da nessuna parte -, nel giro di qualche anno, passo dopo passo, abbiamo lanciato nel mondo delle “minors” diversi giovani alcuni dei quali, Stefano Leva e Daniele Benzoni, in seguito sono arrivati anche in serie A e hanno giocato a lungo in categorie professionistiche. Ma oltre a Leva e “Benzo” cito Sabatini e Ferrario e sorvolo sui, davvero tantissimi, che grazie alla splendida e proficua attività nel settore giovanile diretto da Charlie Yelverton e Claudia Della Valle, hanno giocato a lungo a livello di B2, C1 e C2. Tutti ragazzi che dopo aver ricevuto fiducia incondizionata l’hanno ripagata al meglio conducendo con grande personalità e senso di appartenenza la squadra a risultati impensati. Tra questi, nel ricordo di tutto il clan saronnese, ci saranno per sempre prima la clamorosa promozione in B2 e l’anno successivo un terzo posto finale in una categoria nella quale eravamo esordienti assoluti. Merito, lo sottolineo di nuovo, di giocatori di qualità e di un coach di alto profilo come Roberto Piva, bravissimo nell’esaltare la vitalità dei giovani miscelandola con l’esperienza dei giocatori più esperti tra i quali, cito per tutti, uno straordinario Mauro Oliva, playmaker e leader spirituale di un gruppo scatenato, di grande carattere e talento. Tutti questi elementi – investimenti convinti nel settore giovanile, allenatori preparati, strutture logistiche e, assolutamente imprescindibile, presenza di dirigenti in possesso di una chiara visione sul futuro -, hanno permesso che la Robur Saronno salisse di livello e pur tra inevitabili alti e bassi, si consolidasse. Gli stessi elementi che, ne vado più che orgoglioso, avevano caratterizzato la mia presenza e il mio lavoro alla Cestistica Bustese. Gli stessi elementi, ma sarebbe meglio definirli “valori”, che da vecchio tifoso del basket e da bustocco al mille per cento mi auguro che a Busto Arsizio, città di medie dimensioni con una buona tradizione cestistica, sappiano rivitalizzare”.

Dopo aver chiuso con la pallacanestro ti sei ritirato a vita privata?
“Tutt’altro – risponde sollecito Giuseppe -. In quegli anni, seguendo l’attività sportiva di mio figlio Stefano, nazionale di ginnastica, ho fatto il dirigente della Ginnastica Pro Patria e dalla Federazione Italiana Ginnastica sono stato eletto consigliere regionale delegato alla sezione agonistica maschile e femminile della Lombardia che, come noto, era ed è tuttora la regione trainante del movimento ginnico nazionale. Nella ginnastica, lo sottolineo con grandissimo piacere, ho cercato di portare l’esperienza, i valori e soprattutto il “know-how” accumulato in tantissimi anni di pallacanestro”.
In che modo?
“Nel modo solito, vorrei dire consueto: ripartire dalle radici, cioè dal lavoro con i giovani, anzi con i bambini. Quindi, con lo scopo di allargare il più possibile la base dei praticanti, ho organizzato un’opera di reclutamento a tappeto mandando i nostri allenatori i tutti gli asili e le scuole elementari. Così grazie a un grandissimo, estenuante lavoro a 360°, abbiamo iniziato a raccogliere risultati sempre più importanti perchè la Società Ginnastica Pro Patria Busto Arsizio, un’istituzione cittadina che ha oltre 140 anni di vita, ha vinto uno dopo l’altro i campionati di serie C, serie B, serie A2, A1 e, infine, a coronamento di un percorso incredibilmente bello e positivo, nel 2021 la squadra guidata proprio da Stefano, nel frattempo transitato dal ruolo di atleta a quello di allenatore, con tutti ragazzi di Busto costruiti nella nostra “cantera” ha conquistato il primo scudetto della sua lunghissima e gloriosa storia e lanciato nell’empireo nazionale un grande atleta come Ludovico Edalli, per ben 6 volte campione d’Italia agli assoluti individuali. L’aver introdotto nella ginnastica bustocca un approccio organizzativo e gestionale più professionale mi ha procurato grandissime soddisfazioni e sono davvero felice che certi insegnamenti siano rimasti in seguito come stile di lavoro e di vita in una disciplina durissima e molto, molto selettiva”.
L’ultimo capitolo, del tutto personale, riguarda la tua vita dall’altra parte del mondo
“Nel 2014, con i miei quattro figli ormai grandi e totalmente autonomi, insieme a mia moglie mi sono trasferito a Malindi, città in cui risiedo. Da una decina d’anni gestisco un ristorante italiano, “La casa di Nico”, a Mombasa e, come puoi immaginare, in Kenya ho trovato la mia dimensione professionale e umana perfetta perchè lavoro con ritmi tranquilli e sereni. Certo, la pallacanestro un pochino mi manca, ma – conclude con un pizzico di ironia Rossini -, avendo la grandissima, impagabile fortuna di vivere in uno dei posti più belli del mondo, diciamo che me ne sono fatto una ragione”.
Massimo Turconi