Partiamo dalla fine, con un suggerimento necessario: “Mettete in sottofondo ‘Bela Be Bela’ di Tania Maria Correa Reis. Tutto assumerà un altro sapore…”. È l’invito che Marco Caccianiga lancia al termine della nostra chiacchierata, ma è bene seguirlo subito, prima di immergersi nei suoi ricordi.
C’è chi lo conosce come il “Prof” per eccellenza, chi lo ricorda come Assessore tra i corridoi di Palazzo Estense e chi porta nel cuore le domeniche del Progetto Bimbo al Franco Ossola. Oggi Marco taglia il traguardo della pensione calcistica, ma per chi lo conosce non si tratta di un addio: è solo un “cambio campo”.
In questa intervista esclusiva per VareseSport, ripercorriamo la carriera di un uomo che ha trasformato lo sport in uno strumento di crescita sociale, senza mai smarrire i propri valori, custoditi gelosamente tra le mura di casa insieme alla moglie Chiara e ai suoi ragazzi.

Il Capitolo Progetto Bimbo

Sei stato l’anima del “Progetto Bimbo” con il Varese Calcio. In un’epoca di esasperazione agonistica, quanto è stato vitale rimettere il gioco al centro del villaggio?
“Il gioco è la base di ogni apprendimento. Il meccanismo è semplice: se mi impegno, mi diverto; se mi diverto, imparo; se imparo, miglioro. Questo è sempre stato il DNA della scuola calcio biancorossa. La soddisfazione più grande arrivò nella stagione 2012/13 con il Premio Fair Play di RaiSport: fu il riconoscimento del ‘modello Varese’. I campioni della Prima Squadra, sin dai tempi di Beppe Sannino, interagivano con i piccoli, si fermavano a tirare due calci e mi aiutavano persino a rimettere a posto il campo. Poteva succedere solo qui. Gioco, Movimento ed Educazione: ecco i tre pilastri per formare la persona prima ancora dell’atleta”.

C’è un aneddoto che porti nel cuore, magari un incontro in cui hai sentito di aver lasciato il segno?
“Sì, un momento durante Varese-Gubbio in Serie B. In campo c’era Simone Farina, il calciatore che ebbe il coraggio di denunciare il calcioscommesse. Lo accogliemmo con un pallone firmato da tutti i nostri bimbi, alla presenza di Don Alessio Albertini della CEI. Mi disse: ‘Dovrebbero clonarvi. Il futuro sono i sorrisi di questi bambini, è proprio quello che manca al calcio’. Quelle parole non le dimenticherò mai”.

L’Impegno Istituzionale e lo Sport a Varese

Da Assessore allo Sport hai vissuto la città da una prospettiva diversa. Qual è stata la sfida più complessa per rendere Varese “a misura di atleta”?
“Ho sempre sostenuto che il nostro territorio sia una palestra a cielo aperto. Penso a Piazza San Vittore o ai Giardini Estensi: spazi favolosi trasformati in percorsi motori. Insieme alla Prof.ssa Giovanna Mapelli, vera regista del movimento, facemmo un lavoro straordinario di promozione sportiva. Ricordo il Festival degli Artisti di Strada con Renzo Dalle Fratte: uno spettacolo di giocoleria e sport che riempì la città e finì sui TG nazionali. E tutto questo accadeva senza l’aiuto dei social…”.
Varese eccelle in tante discipline, dal canottaggio al basket. Qual è lo stato di salute dello sport locale e come si mantiene questa leadership?
“Da ex Delegato CONI dico che abbiamo realtà di immenso valore. La rotta è quella giusta. Le Amministrazioni non devono essere viste come zavorre; hanno regole da seguire, ma il segreto è il confronto, non lo scontro polemico. Lo sport è di tutti e non ha colore politico. In questo senso, voglio spezzare una lancia a favore di Stefano Malerba, attuale Assessore: sta lavorando con grande competenza ed efficacia”.

Il Valore della Famiglia

Dietro un uomo pubblico così attivo c’è sempre un porto sicuro. Quanto è stata fondamentale tua moglie Chiara e la tua famiglia in questa lunga corsa?
“Chiara è sempre stata il Quartiermastro di poppa della ‘Squadriglia dei Caccia’, io un semplice mozzo. Insieme abbiamo costruito qualcosa di bello. I nostri tre figli ci rendono orgogliosi: Alessandro è docente di Matematica e Fisica, Stefano è infermiere pediatrico e Davide è un animatore professionista. Siamo una squadra, una sorta di Seleçao del 1970… ma il vero segreto è che i ragazzi hanno ereditato il cervello della mamma. Chiara è di un’altra categoria”.
Spesso i figli dei “Prof” crescono tra disciplina e passioni travolgenti. Che tipo di “allenatore” è stato Marco Caccianiga tra le mura domestiche?
“Diciamo… vizi privati e pubbliche virtù! Scherzi a parte, ho puntato tutto sul rispetto delle regole e degli altri. Abbiamo cercato di trasmettere i dettami del vivere civile, a parte quella volta che li portavo all’asilo in moto dentro lo zaino della Kicco e con il caschetto della Fisher Price… Il Samba è sempre stato la nostra colonna sonora e lo sport ha dominato la scena: due cestisti e un pallavolista cresciuti a pane, passione ed entusiasmo”-

Michele Marocco

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