Ci sono storie che sembrano scritte nel destino. Dinastie di famiglie che sono legate ad una disciplina, che ne definiscono i tempi e ne segnano i passi di una storia che in maniera indelebile scrive i loro nomi nelle tavole della propria leggenda.
Quando a Varese e più in generale nel mondo della pallacanestro si pronuncia il cognome Vescovi, allora, è innegabile fare una diretta associazione a quanto appena scritto sopra, sapendo di raccontare una storia che passa dal campo e arrivo fino a fuori, diversa nei ruoli e nei compiti ma sempre, indelebilmente, legata alla palla a spicchi.

E no, oggi non parleremo delle imprese del grande Cecco o delle giocate del figlio Edoardo, ma bensì di Camilla, una Vescovi che, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, si è ritrovata a lavorare nel mondo della pallacanestro come se il destino avesse voluto che quel filo in grado di accomunare già papà e fratello, tenesse anche lei legata per sempre a quella che per la sua famiglia, più che una disciplina sportiva, pare una vera e propria ragione di vita.

Così Camilla s’è fatta da sé, costruendosi la figura di Social Media Manager della LBA, portando professionalità, competenza passione ma anche tanti sorrisi in giro per tutte e 16 le squadre del massimo campionato nazionale ormai da 5 anni, raccontando la pallacanestro in maniera originale cercando di farla arrivare a quante più persone possibili, soprattutto i giovani, trasmettendole tutto il suo amore per questo sport: perché in fin dei conti, la sua missione, è anche un pò questa.

Partiamo dall’attualità. Inizia il suo quinto anno come Social Media Manager della LBA: quanto è soddisfatta?
“Tantissimo, soprattutto perché lavoro ancora con le stesse persone con cui ho iniziato questo percorso e questa è una cosa che mi rende davvero felice. Siamo un team giovane, ci capiamo al volo e sia all’interno del gruppo social sia con tutti i colleghi e i giocatori, si è creato un bellissimo rapporto di fiducia”.

Avrebbe mai pensato di costruire una carriera di questo tipo nel basket?
“Assolutamente no. Quando giocavo questa figura professionale praticamente non esisteva. Però già a 16-17 anni avevo capito che non volevo diventare una giocatrice professionista, perché non mi ci vedevo. Sono felice di aver trovato comunque il mio posto nella pallacanestro: oggi fa parte della mia vita in un modo diverso, ma altrettanto importante”.

Qual è il segreto del suo lavoro?
“Non credo ci sia un segreto. Il fatto di provenire dal loro stesso mondo mi aiuta a capire come ragionano e come vogliono essere trattati i giocatori. Non come idoli o supereroi, ma come persone normalissime. Che si tratti di un giocatore di LBA o di UISP, a qualsiasi livello, parliamo di ragazzi che hanno sacrificato gran parte della loro adolescenza per inseguire un sogno. Questo mi porta a rapportarmi con loro in modo naturale, quasi come se li conoscessi da sempre. Non è una questione di genere ma di riuscire a entrare nel loro modo di pensare”.

Dici Vescovi e dici pallacanestro, soprattutto a Varese. Com’è vivere in una famiglia che ha il basket nel DNA?
“La viviamo con grande naturalezza, senza nulla di costruito. Papà non ci ha mai obbligato a seguire il suo percorso e questo si è visto. Quando ci ritroviamo per il pranzo della domenica siamo una famiglia normalissima, anche se poi inevitabilmente finiamo a parlare di basket. Lo facciamo però in maniera sana, senza stress. Da bambina ricordo che, quando giravo per Varese con lui, tutti lo fermavano e io non capivo il perché, non avendolo mai visto giocare. Crescendo ho compreso quanto abbia rappresentato per questa città”.

Come vive invece la sua di notorietà adesso?
“La vivo con grande semplicità. Quando qualche bambino mi chiede una foto rimango ancora stupita. Mi fa davvero piacere perché significa che, nel mio piccolo, sto lasciando qualcosa. Io non salvo vite: cerco semplicemente di raccontare e rendere la pallacanestro più vicina ai ragazzi attraverso i social. Se questo messaggio arriva ai più giovani, ne sono davvero orgogliosa”.

Tornando a papà Cecco, mi racconti il suo rapporto con lui, anche legato al lavoro…
“Mi ha insegnato tantissimo, soprattutto su come relazionarmi con le persone e su come stare in questo ambiente. Conosce tantissima gente e continua ancora oggi a darmi consigli preziosi. Se prima lo stimavo come padre e come persona, oggi capisco ancora di più quanto ci sia da ammirare anche nel suo percorso professionale. Credo mi abbia trasmesso i valori con cui ha sempre lavorato e mi fa piacere quando qualcuno mi dice che, caratterialmente, gli assomiglio”.

Torniamo all’attualità: che campionato s’immagina quest’anno?
“Mi aspetto un campionato ancora più competitivo. Tante squadre si sono rinforzate, compresa Varese, e non ci sono più soltanto Milano e Bologna. Penso anche a Venezia, Tortona e ad altre realtà che vogliono cambiare le gerarchie. Tutto questo fa bene al movimento e rende il nostro campionato sempre più attrattivo anche per i giocatori stranieri”.

Una domanda su Varese: è rimasta sorpresa da questo mercato? Dove pensa possa arrivare?
“Sono molto felice per Varese. L’ho sempre vista come una città che sognava in grande per la propria squadra, ma negli ultimi anni mancavano le basi per farlo davvero. Oggi, invece, ci sono i presupposti per essere ambiziosi e credo che i tifosi abbiano finalmente un motivo concreto per tornare a sognare”.

Tornando per un attimo sul suo lavoro, mi dice qual è il giocatore più simpatico che ha incontrato finora?
“Senza dubbio, Guglielmo Caruso”

Il più difficile da far sciogliere davanti alla telecamera?
“Qualcuno c’è sicuramente… ma in questo momento non mi viene in mente un nome, evidentemente alla fine sono riuscita a farlo sciogliere”.

Il suo prossimo obiettivo professionale?
“Continuare a crescere nel corso delle stagioni. Durante il campionato mi vengono continuamente nuove idee e nuovi traguardi da raggiungere: cerco sempre di alzare l’asticella”.

Alessandro Burin

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