4200km, quattordici giorni e otto ore in sella, otto nazioni attraversate e un traguardo che, per Davide Talamona, vale molto più di una semplice classifica. Il ciclista varesino classe 1982, originario di Inarzo e oggi residente in Veneto, ha appena completato la NorthCape4000, una delle prove più affascinanti e impegnative del panorama dell’ultraciclismo: partenza da Rovereto e arrivo a Capo Nord, nessuna assistenza e tutto da gestire in autonomia.

Talamona ha chiuso al 73° posto su 510 partenti dalla partenza italiana, risultando inoltre il primo italiano a raggiungere Capo Nord. Numeri importanti, soprattutto considerando che lungo il percorso non sono mancate le difficoltà: un problema intestinale in Svezia nel bel mezzo dell’impresa, freddo, pioggia, vento e persino una mano ferita poco prima della partenza. Ma questa volta, ancor più del risultato, contava il viaggio. Perché sulla bici Davide ha portato con sé una presenza speciale: quella del papà Pierluigi, scomparso nel maggio 2025 dopo essere stato investito mentre si allenava in bicicletta.

Avevo un debito con papàracconta Davide. Lui aveva già partecipato alle prime due edizioni della NorthCape e mi aveva sempre detto quanto fosse bella. Quest’anno avremmo dovuto farla insieme, ma non siamo riusciti ad arrivarci. Così ho deciso di portarlo con me: avevo una sua foto sulla pipa del manubrio e, come già era successo nella Transiberica dell’anno scorso, ha pedalato con me dal primo all’ultimo giorno”.

Davide, partiamo dall’impresa: che viaggio è stato?
“Io faccio gare di ultradistanza da qualche anno e questa è una realtà che in qualche modo appartiene anche alla mia famiglia, perché io e mio papà ci siamo contagiati a vicenda con questa passione. La NorthCape è un’esperienza particolare: non è una gara nel senso più classico del termine, ma quando metti un numero sulla bici diventa sempre una gara. Si parte da Rovereto e si arriva a Capo Nord, attraversando otto Paesi, per circa 4.200 chilometri”.

E tu come hai affrontato una distanza del genere?
“Complessivamente ho pedalato per 14 giorni e 8 ore. La media è stata di circa 300 chilometri al giorno, anche se ho perso una giornata in Svezia perché sono stato male. Avevo mangiato qualcosa che non mi aveva fatto benee il giorno dopo sono ripartito cercando semplicemente di tenere duro. Poi, quando ho recuperato, ho fatto una tirata di circa 530 chilometri per riuscire a prendere il traghetto dalla Polonia verso la Svezia”.

Da lì è iniziata la parte forse più suggestiva del viaggio.
“Sì, ho attraversato tutta la Svezia, poi la Lapponia svedese e quella finlandese, passando da Rovaniemi, fino ad arrivare in Norvegia e salire verso Capo Nord. La Svezia mi ha colpito tantissimo. È un Paese che ti rapisce per la natura: foreste immense, strade lunghissime e una sensazione di essere completamente immersi nel nulla. Negli ultimi 500 chilometri c’erano pochissimi centri abitati e capitava di sapere che il prossimo incrocio sarebbe stato a 150 chilometri. Era davvero un viaggio dentro la natura e soprattutto in Svezia ho avuto una connessione molto forte papà. Lì c’è l’estate polare e di notte non tramonta mai il sole, quindi puoi pedalare praticamente senza soluzione di continuità: tra il vento, l’acqua, il freddo e quei paesaggi mi sembrava davvero di averlo accanto. A un certo punto gli ho anche detto: “Papà, manda via quest’acqua e questo vento contro”. Poco dopo ha smesso di piovere e sono comparsi due arcobaleni. È stata una cosa che mi ha emozionato tantissimo”.

Hai pedalato praticamente sempre da solo.
“Sì, ed è una scelta precisa. Io ho il mio ritmo e preferisco gestirmi da solo: se voglio fermarmi mi fermo, se voglio andare avanti continuo. La NorthCape permette anche di iscriversi in coppia e di condividere dei tratti con altri concorrenti, ma io ho scelto di farla completamente in solitaria. È stato un viaggio fatto in modalità gara, ma sempre con papà al mio fianco”.

Quanto conta, in una prova così lunga, riuscire ad arrivare al traguardo?
“Conta tantissimo. È una prova non supportata, quindi devi arrangiarti in tutto e per tutto. Già riuscire a completare più di 4.000 chilometri in bicicletta attraversando otto Paesi è qualcosa di importante. Arrivare poi davanti, riuscire a chiudere al 73° posto e soprattutto essere il primo italiano a Capo Nord è una soddisfazione enorme”.

Anche perché il percorso non ti ha risparmiato nulla.
“No, assolutamente. Ho preso tanta acqua, tanto freddo e ho dovuto gestire anche il problema del cibo, perché più sali e più i centri abitati sono distanti e non sempre trovi quello a cui sei abituato. E poi il clima è imprevedibile. Però una delle cose che mi ha colpito di più è stata l’accoglienza delle persone. Dalla Germania fino alla Norvegia trovavi cittadini che sapevano del passaggio della gara e allestivano dei gazebo davanti a casa offrendoti acqua, frutta, caffè. È stato davvero emozionante”.

E poi c’era l’arrivo a Capo Nord.
“Arrivare lì con la bici, con le tue forze e dopo tutto quel viaggio è qualcosa di difficile da spiegare. È come arrivare alla fine del mondo: dopo c’è il Polo Nord. E sapere di esserci arrivato pedalando sempre da solo rende tutto ancora più speciale”.

Sei partito, tra l’altro, già con qualche acciacco…
“Sì, quest’anno non sono arrivato alla partenza nelle condizioni ideali. Un mese prima ho avuto un incidente in macchina e mi sono strappato un muscolo del trapezio. Poi, due giorni prima della partenza, mentre lavoravo in macelleria, mi sono ferito alla mano avendo bisogno cinque punti. Per paura dell’infezione ho tolto i punti prima di partire e ho messo delle strip. Dopo 320 chilometri, però, la ferita si era riaperta completamente. Mi sono fermato, ho pulito la mano come potevo, l’ho medicata e sono ripartito. Alla fine si è richiusa e, tutto sommato, è andata bene”.

A questo punto viene naturale chiederti: prossima sfida?
“Quest’anno volevo rifare la Transiberica, ma non ce l’ho fatta con i tempi e, soprattutto, ho bisogno di recuperare. Non avrebbe senso partire rischiando di farmi male. Per il prossimo anno mi piacerebbe tornare alla Transcontinental Race, che ho già fatto nel 2019: sono circa 5000km ed è una delle gare più dure al mondo. Poi c’è un’altra idea che mi affascina molto”.

Quale?
“La NorthCape-Tarifa. Si parte da Capo Nord e si arriva a Tarifa, per circa 7500km. La fanno ogni due anni: è una cosa di cui avevo già parlato con papà e lui mi diceva che le capacità per farla le avevo, anche se tutti quei chilometri sono davvero tanti da gestire. Vedremo: le iscrizioni aprono a dicembre, quindi ho ancora un po’ di tempo per decidere”.

E magari, ancora una volta, ci sarà una foto di papà sulla bici.
“Sicuramente. Quello che ho fatto quest’anno l’ho fatto di cuore e per lui. Aveva già fatto le prime due edizioni della NorthCape e teneva tantissimo a questa gara. Io ho portato con me una sua foto sul manubrio e avevo anche la foto del suo vecchio numero di gara (il 101, ndr): è una cosa a cui tengo molto. Alla fine, anche questa volta, abbiamo pedalato insieme”.

Tutte le foto della NorthCape4000 di Davide Talamona

Matteo Carraro

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