
Allenatore professionista UEFA A, Responsabile di Settore Giovanile Professionista FIGC, docente universitario di Calcio presso gli atenei di Pavia e della Statale di Milano, ma soprattutto un uomo di campo animato da una dedizione instancabile per la didattica formativa. Il profilo di Massimiliano Barisoni incarna alla perfezione l’evoluzione moderna del tecnico contemporaneo: dopo gli anni trascorsi tra Serie C e Serie D con piazze storiche come Casale, Pavia, Vogherese, e cinque intense stagioni da formatore internazionale per le Academy dell’Inter in giro per il mondo, Barisoni è oggi un punto di riferimento imprescindibile del movimento calcistico locale.
Presidente dell’AIAC Varese (dopo aver guidato in passato la sezione di Pavia ed essere stato Consigliere Nazionale dell’Assoallenatori) e Responsabile Tecnico dell’Attività di Base della Varesina, la nostra chiacchierata con Barisoni ci ha permesso di toccare diversi aspetti: dallo stato di salute della categoria degli allenatori alla valorizzazione dei vivai, passando per le novità istituzionali fino alla visione del calcio come pura passione.
Massimiliano Barisoni, cominciamo proprio dalla figura del “tecnico”: qual è oggi lo stato di salute della figura dell’allenatore in Italia?
“È una figura in costante evoluzione che si muove lungo due direttrici ben distinte. Da un lato c’è chi sceglie di vivere il settore giovanile, dove il focus primario deve restare al cento per cento l’aspetto formativo ed educativo, rispettando i naturali tempi di maturazione dei ragazzi e delle ragazze. Dall’altro c’è il mondo delle prime squadre: lì le tempistiche sono compresse e si è inevitabilmente legati al verdetto del campo. In Italia, dai professionisti fino all’ultimo gradino dei dilettanti, il risultato continua a mantenere un peso specifico enorme”.

Spesso si sostiene che l’Italia sia indietro a livello metodologico rispetto al resto d’Europa, spingendo molti a guardare all’estero anche per i corsi. Qualcosa sta cambiando?
“L’Italia sta sviluppando un modello innovativo. Proprio in questi mesi entrerà nel vivo la riforma delle abilitazioni varata dal Settore Tecnico: ci sarà un pre-corso propedeutico e obbligatorio per chiunque intenda accedere ai percorsi UEFA C e UEFA B. Ci sono aspetti su cui dobbiamo compiere passi avanti, ma la scuola italiana rimane un punto di riferimento metodologico stimato e completo a livello globale. È vero che a livello di Nazionale maggiore non sono arrivati i risultati sperati negli ultimi anni, ma le nostre selezioni giovanili azzurre continuano a stazionare stabilmente tra le prime quattro o sei realtà d’Europa e del mondo”.
Da osservatore interno, cosa manca allora nel salto verso l’alto?
“Oltre a una componente fisiologica di casualità, nelle prime squadre di vertice – tra Serie A, B e Serie C – manca spesso il coraggio di lanciare stabilmente i nostri ragazzi. Si perde così quel senso di italianità nello sviluppo dei vivai. Dovremmo avere la forza culturale di prendere un classe 2005 o 2006 e farlo debuttare senza esitazioni, come avviene regolarmente in Spagna o in Portogallo, anche in campionati formativi e duri come la Lega Pro. A questo si aggiunge la criticità delle strutture: in Italia troppe società soffrono per impianti inadeguati o ridotti, costringendo formazioni Under17 o Under18 a dividere il campo in due o tre gruppi, quando invece servirebbero spazi ampi per curare ogni singolo dettaglio della prestazione”.
Da cinque anni si è stanziato nel varesotto, guidando l’AIAC provinciale. Che realtà ha trovato?
“Quello di Varese è un territorio straordinariamente fertile, ricco di tecnici preparati sia nei vivai sia tra i grandi. Basti pensare che la nostra provincia vanta ben cinque compagini in Serie D, un dato rarissimo nel panorama nazionale. Ci sono piazze dal blasone ultracentenario come Varese e Pro Patria che meritano palcoscenici di prestigio, e realtà come la Varesina che si stanno costruendo con serietà, grazie a una proprietà presente e appassionata che ha saputo compiere passi costanti sia nelle strutture sia nella prima squadra. Come AIAC Varese contiamo circa 180 associati: lo scorso anno abbiamo ospitato figure del calibro di Renzo Ulivieri e del presidente del Settore Tecnico Mario Beretta, riscuotendo grande partecipazione”.
Quali saranno i prossimi passi dell’Assoallenatori sul territorio?
“A brevissimo partirà il corso per l’abilitazione UEFA C, l’ultimo con il vecchio ordinamento, prima di recepire le novità logistiche nazionali. Successivamente organizzeremo due o tre serate di approfondimento tecnico e rimetteremo al centro una tradizione storica: il Premio “Alfredo Speroni” (nel box in basso l’approfondimento, ndr)”.

Veniamo all’operato sul campo con la Varesina: che percorso è stato intrapreso nell’Attività di Base rossoblù?
“Sono arrivato a Venegono Superiore, club peraltro affiliato come Centro di Formazione nerazzurro, cinque anni fa dopo l’esperienza all’estero con l’Inter. È una realtà ideale, che permette di lavorare a 360° sulla didattica, sulla formazione prestativa e soprattutto sulla sfera educativa dei giovani atleti. I numeri sono in costante ascesa e abbiamo uno staff di tecnici giovani e dinamici, molti dei quali con trascorsi professionistici, che trasmettono entusiasmo puro. Nel nostro progetto tecnico per l’Attività di Base è fondamentale il lavoro quotidiano portato avanti in perfetta sinergia con Pierluigi Cazzulo e Nicola Fiumicelli: sono autentica anima e cuore del club, figure dotate di straordinarie competenze tecniche e manageriali con cui condividiamo ogni passo”.
Esiste quello che potremmo definire “Metodo Varesina”?
“C’è un filo conduttore unico tra l’area Piccoli Amici e Primi Calci, l’Attività di Base che curo direttamente e l’Agonistica guidata da Paolo Masini. Condividiamo costantemente dati, metodologie e linee guida, cercando tecnici che abbiano voglia di vivere l’ambiente e crescere insieme al club”.

Da docente e formatore: com’è cambiata il modo di allenare negli anni e come muta in base all’età?
“Spesso il calcio segue le mode: negli ultimi dieci anni la Spagna ha dettato legge vincendo a ogni livello, orientando la didattica generale verso quel modello. È giusto studiare, ma non dobbiamo mai smarrire la nostra identità calcistica italiana, che ha dominato il mondo per decenni. Oggi il web offre video e nozioni immediate: un tempo si andava sui campi a osservare dal vivo tre allenatori diversi per rubare dettagli e costruire una propria idea, mentre ora si rischia di farlo comodamente dal divano, perdendo la componente emotiva del campo. Per quanto riguarda le fasce d’età, nei più piccoli il lavoro è prettamente socio-affettivo, motorio ed educativo, fatto di condivisione e rispetto delle regole di convivenza; salendo verso l’Agonistica, l’accento si sposta progressivamente sulla biomeccanica, sull’efficacia del gesto, sulla tattica individuale e sulle dinamiche collaborative con i compagni”.

Cosa le ha lasciato il quinquennio con l’Inter gestendo lo sviluppo internazionale delle Academy?
“È stata un’esperienza formativa straordinaria per la quale sarò sempre grato alla società nerazzurra. Ho formato oltre 250 tecnici nel mondo, vivendo undici mesi consecutivi in Libano e lavorando sul campo in Cina, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ho compreso che il gioco del calcio parla la medesima lingua ovunque, ma l’efficacia dell’insegnamento risiede nell’empatia e in quella che oggi chiamiamo intelligenza culturale: sapersi sintonizzare con le tradizioni, le persone e gli staff locali per arricchirsi reciprocamente. È un bagaglio umano e professionale che porto quotidianamente con me”.
Docenza universitaria, corsi di aggiornamento itineranti per l’AIAC, gestione sul campo dei piccoli talenti e programmazione didattica: una mole di impegni quotidiana che troverebbe difficilmente spazio senza una scintilla interiore irrinunciabile…
“La risposta a come si fa a sostenere tutto questo sta in un’unica parola – chiosa con un sorriso Barisoni –: la passione. Bisogna vivere il calcio a 360° gradi, studiarlo ogni giorno senza mai sentirsi arrivati e trasformare la propria vocazione in un lavoro rigoroso. Fare formazione significa portare idee innovative ma avere soprattutto l’umiltà di adattarle al contesto in cui si opera: alla Varesina ho la fortuna di lavorare in una società che supporta progetti educativi e tecnici all’avanguardia. Sul campo non esistono formule magiche predefinite: servono studio continuo, capacità di ascolto e una sconfinata passione per questo sport”.
Matteo Carraro
Il ritorno del Premio “A. Speroni”
Istituito dal Gruppo Varesino Allenatori di Calcio in stretta sinergia con il Comitato Provinciale FIGC e la Sezione AIA di Varese, il riconoscimento (intitolato alla memoria dello storico presidente AIAC Alfredo Speroni e promosso con forza negli anni scorsi dal presidente uscente Giovanni Cortazzi) premia ogni anno:
– Un allenatore distintosi per correttezza, lealtà sportiva, capacità e rispetto delle regole;
– Un settore giovanile distintosi per il comportamento leale e sportivo tenuto durante la stagione.
Dopo una pausa, l’edizione ripartirà a cavallo tra il 2026 e il 2027 per arricchire un albo d’oro prestigioso:
2013/14 – Mister: Antonio Ligato | Squadra: Davide Perego
2014/15 – Mister: Giorgio Dossena | Squadra: Bosto
2015/16 – Mister: Stefano Bettinelli | Squadra: Varesina
2016/17 – Mister: Felice Piccoli | Squadra: Azalee Gallarate (femminile)
2017/18 – Mister: Iseo Barco | Squadra: Morazzone
2022/23 – Mister: Antonio Cacciatore | Squadra: Valceresio




























