Prima arbitro, poi osservatore, dirigente e componente del Settore Tecnico. Una vita dentro l’Associazione Italiana Arbitri, iniziata quasi per caso e diventata, nel tempo, una parte importante della sua identità. Oggi Sue Ellen Salvatore si mette nuovamente in gioco come candidata alla Macroregione Nord nella squadra di Carlo Pacifici. Ma prima ancora della candidata c’è una donna che dice di non saper stare ferma, organizzata, rigorosa, abituata a rispettare tempi, regole e ruoli. E soprattutto una donna che dell’arbitraggio ha conosciuto gioie, responsabilità, errori e momenti difficili. Fino a trasformare anche quelli in strumenti per crescere.

Partiamo da te: chi è Sue Ellen Salvatore quando non indossa il ruolo di candidata alla Macroregione Nord?
“Sono una persona che non sa stare ferma. Ho sempre mille cose da fare, mi piace organizzarmi e probabilmente sono anche un po’ fissata con le regole, il rispetto, i tempi e i ruoli. Sono fatta così da sempre. Il problema è che tutto questo lascia pochissimo spazio alla vita privata, conciliare tutto non è semplice”.

Quando è cominciata, invece, la tua vita da arbitro?
“Avevo circa vent’anni. Andavo allo stadio con mia sorella, che è sempre stata appassionata di calcio, e mio nonno aveva avuto un legame con la Gallaratese. A un certo punto un suo amico mi disse: “Perché non provi?”, e così sono arrivata alla Sezione di Gallarate e ho fatto il corso. Mi è piaciuto subito”.

Non fu, però, un inizio semplice.
“Fisicamente ero indietro. Ero una pigrona, non ero preparata e dovevo andare a correre. Per un periodo ci hanno anche giocato sopra, sul fatto che avessi qualche chilo in più. Quelle cose mi toccavano personalmente. Più di un “sei scema” o “non capisci”. Ho impiegato due anni per dimagrire e prepararmi atleticamente, ma sono testarda. E oggi, guai a non fare attività fisica”.

In quegli anni l’arbitraggio diventò anche un rifugio.
“I miei si erano separati e a casa c’era una situazione difficile. Io studiavo e poi scappavo in Sezione. Era un modo per svagarmi, per conoscere persone nuove e mi ha aiutato tantissimo. Nel 2000 la Sezione era un luogo che vivevamo molto: il venerdì sera si giocava a carte, a calcetto, poi si usciva. C’era un senso di appartenenza molto forte”.

Dal calcio a 11 al calcio a 5: una scelta o una necessità per continuare a crescere?
“All’inizio ho fatto il settore giovanile, poi la Terza Categoria, poi la Prima Categoria e poi l’assistente. Il problema era sempre quello fisico: mi allenavo, ma a un certo punto rischiavo di non riuscire più a progredire. Mi proposero il calcio a 5 perché c’era una prospettiva di crescita, ci sono andata un po’ controvoglia, poi ho scoperto quanto fosse bello”.

Cosa ti ha conquistata?
“È più difficile, tutto è molto ravvicinato e veloce. Nel calcio a 11 magari una protesta la senti dopo qualche secondo; nel futsal hai il giocatore addosso e devi decidere immediatamente. Il rapporto con i calciatori è diverso, così come lo sforzo atletico. La personalità, però, non mi è mai mancata e sono riuscita ad arrivare a livello nazionale”.

Arbitro, osservatore, collaboratore tecnico quanto ti ha aiutato la prima parte della tua carriera nel resto?
“Tantissimo. Occuparmi di regolamento e partecipare ai raduni regionali per spiegare le disposizioni, ma anche confrontari con i ragazzi, crescere con loro, sono tutti aspetti che amo dei miei ruoli e sono tutti correlati l’uno con l’altro. E poi è bello quando davanti a un dubbio vengono a chiedere a te”.

E c’è anche una parte umana.
“Sì. Il percorso formativo mi ha aiutato ad avere una buona empatia con i ragazzi. Quando insegni regolamento e un ragazzo ti dice “adesso ho capito”, è una grande soddisfazione. Ma impari anche da loro: capisci quando devi cambiare il modo di spiegare qualcosa, quando devi correggere il tiro. È un dare e avere continuo”.

Hai attraversato praticamente tutte le anime dell’AIA. C’è un’esperienza che rifaresti diversamente?
“Probabilmente tornerei ad arbitrare con l’esperienza che ho oggi. Ero assistente, sono arrivata a livelli importanti e poi ho arbitrato in Serie A di calcio a 5. Sono orgogliosa di non aver mai mollato. Anche perché noi arbitri spesso non dormiamo la notte per un errore. Io ricordo una gara di A2 a livello nazionale in cui feci un macello e presi un votaccio clamoroso. Mi vergognavo perché sentivo di non essere stata all’altezza. Quando tornavo a casa era un problema. Sentivo di rappresentare Gallarate, le persone che avevano creduto in me e, in qualche modo, anche le donne”.

Essere una donna arbitro ti ha mai fatto sentire di dover dimostrare qualcosa in più?
“Io l’ho vissuta come uno stimolo, non come un limite. Quando sentivo qualcuno dire “abbiamo una donna”, per me diventava una motivazione per fare ancora meglio. Non ho mai pensato di rinunciare. Se mi sceglievano, andavo avanti. È sempre stato il mio carattere di coccio”.

Oggi, però, secondo Sue Ellen il tema deve essere affrontato anche in maniera diversa.
“Per me donna arbitro vale come arbitro. Non c’è differenza: siamo arbitri. Non vorrei che ci ghettizzassimo nemmeno all’interno dell’AIA. Allo stesso tempo, uomo e donna hanno esigenze e peculiarità diverse, sia dal punto di vista atletico sia psicologico. Il programma di allenamento non può essere semplicemente identico per tutti. Dobbiamo lavorare sulle differenze per arrivare allo stesso obiettivo. Anche il mental coaching può avere percorsi diversi, pur mantenendo lo stesso livello di preparazione”.

Nel programma della squadra Pacifici si parla molto di Sezioni e di ricostruire fiducia. Cosa manca oggi alla base dell’AIA?
“Manca attenzione alle Sezioni e manca supporto. A volte il Comitato nazionale e l’AIA vengono percepiti come troppo distanti: ci sono gli “arrivati” e poi ci sono le Sezioni. Bisogna avvicinarsi. Se sarò rappresentante della Macroregione Nord, vorrei che le Sezioni mi chiamassero, anche per rompere le scatole su un problema concreto. Dobbiamo essere disponibili”.

Uno degli strumenti che vorreste utilizzare è l’help desk.
“Se una Sezione non sa come affrontare una pratica, deve poter avere un punto di riferimento. Se per una pratica ci vuole un mese, diventa difficile. Togliendo burocrazia permettiamo alle persone di avere più tempo da dedicare ai ragazzi. E dobbiamo creare legami con il territorio: con le istituzioni, con il settore giovanile scolastico, con le realtà sportive. I grandi si difendono da soli, noi dobbiamo occuparci della base”.

Calcio a 5 e Beach Soccer sono altri due punti centrali del programma. Tu che il futsal lo conosci bene, cosa vorresti cambiare?
“Prima di tutto vorrei far passare un concetto: il calcio a 5 non è un ripiego. Non deve essere visto come il posto in cui finisci quando non puoi più fare calcio a 11. È una disciplina che richiede velocità di pensiero, capacità decisionale e presenza. Anzi, credo che il percorso possa essere anche inverso: iniziare dal 5 e poi arrivare all’11. La decisione che devi prendere è la stessa, ma nel futsal sei ancora più dentro all’azione”.

Un altro tema delicato è quello della violenza nei confronti degli arbitri. Tu sei anche agente di Polizia Locale: cosa si può fare concretamente?
“Bisogna lavorare su più livelli. Possiamo creare tavoli con Questure e Prefetture e fare più sensibilizzazione. Anche far conoscere maggiormente il ruolo dell’arbitro e il fatto che siamo parte del mondo FIGC può aiutare. Poi c’è il tema della tecnologia. La body cam può essere un deterrente: nel momento in cui il calciatore sa di essere ripreso, anche i toni possono abbassarsi. Io penso a un progetto pilota, magari partendo da una Regione, coinvolgendo anche degli sponsor. Sarebbe una tutela in più per chi è in campo”.

C’è una cosa del programma Pacifici che senti particolarmente tua?
“La vicinanza alle Sezioni. Per me è cruciale. Dobbiamo tornare a farci conoscere, collaborare, essere presenti sul territorio e far capire che chi sta a livello nazionale non è lontano da chi vive ogni giorno la Sezione. È una questione di unione e trasparenza”.

E se potessi incontrare la Sue Ellen di vent’anni fa, quella ragazza che per la prima volta ha indossato una divisa da arbitro, cosa le diresti?
“Le direi di non mollare. L’arbitraggio mi ha insegnato a decidere, ad assumermi le responsabilità e a capire che le decisioni costano fatica. Oggi so prendere posizione anche quando non è semplice. E credo di avere una consapevolezza diversa: posso sbagliare, posso cambiare idea, ma non mi faccio trascinare. Dico quello che penso. Non sono governabile”.

Infine, fuori dall’arbitraggio chi è Sue Ellen?
“È una persona che ama la solitudine e la tranquillità. Vado spesso in vacanza da sola. In tutti questi anni ho avuto pochissimo tempo dedicato esclusivamente a me: dal 2000 in poi, tra arbitraggio, formazione, preparazione, osservazioni ed altro, praticamente ogni spazio era occupato. Ma io sono così, l’ho già detto che ferma non ci so stare?”.

Mariella Lamonica

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