Il nostro viaggio nel mondo delle arti marziali effettua un’altra fermata all’ormai ben noto Fuji-Yama di Gallarate, dove abbiamo incontrato il Maestro Benemerito di Judo e Nippon Kempo Armando Santambrogio che questa volta ci ha introdotti al Tai Chi e il Qi Gong. Si tratta di due discipline che possono essere usate anche e soprattutto a livello terapeutico e il Maestro Santambrogio ce le spiega da diversi punti di vista, riflettendo anche sulle differenze culturali tra Cina e Giappone, descrivendoci le metodologie e il loro impiego.

Come si avvicinò al Tai Chi e al Qi Gong?
“Lo pratico ormai da quarant’anni perché ritengo che il Tai Chi sia la madre di tutte le arti marziali: decisi di insegnarlo proprio perché è l’essenza a livello fisico, tecnico e spirituale della filosofia buddhista presente in tutte le arti marziali. Sono passato anche al Qi Gong, del quale esistono molti stili diversi codificati dai vari Maestri, che può essere praticato anche a livello terapeutico. Attualmente qui al Fuji-Yama insegno anche il Qi Gong, che aiuta le persone sul piano fisico, posturale, coordinativo, e che può consolidare anche l’equilibrio e la concentrazione mentale”.

Quali sono i benefici sul piano terapeutico?
“Il Tai Chi giova dal punto di vista psico-fisico, mentre il Qi Gong ha un’importante valenza sanitaria. Basti pensare che in un ospedale francese a Parigi, ai malati con il Morbo di Parkinson fanno praticare proprio il Qi Gong a scopo terapeutico; anche a me è capitato di fare lo stesso”.

Il Qi Gong può aiutare le persone diversamente abili?
“Sì, sul piano psicologico, fisico e fisiologico. Può giovare ai paraplegici e anche a persone affette da ogni genere di disabilità, perché si basa molto sulla respirazione e sull’energia interiore”.

Si svolgono delle gare di forme?
“Certo. Sia il Qi Gong sia il Tai Chi prevedono delle gare di forme: le tecniche espresse dai partecipanti derivano dal mondo animale, e si ispirano alle movenze del serpente, della scimmia, del leone e della tigre. Queste tecniche furono codificate dai monaci buddhisti che studiarono il comportamento e le azioni degli animali. Noi non prendiamo parte a queste gare di forme, e personalmente insegno il Qi Gong solo a fini culturali e terapeutici, anziché agonistici. In ogni caso, né il Tai Chi né il Qi Gong prevedono dei combattimenti sportivi”.

Prevedono l’impiego di armi?
“Nel Tai Chi si usa anche la sciabola, che noi non impieghiamo; nel Qi Gong non è invece previsto l’uso delle armi”.

Secondo lei, quali sono le differenze sostanziali tra le arti marziali giapponesi e quelle cinesi?
“In generale tutte le arti marziali derivano dalla Cina, e il Giappone le ha riprese proprio dal Paese del Dragone. Nella diffusione delle arti marziali dalla Cina al Paese del Sol Levante assunsero un ruolo fondamentale anche la Mongolia e il Buddhismo. Nel complesso, l’individuo giapponese è definito come il “tedesco” dell’Estremo Oriente per il suo rigore e la sua razionalità, mentre il cinese invece lavora “in cerchio”, in modo più fluido, proprio come l’acqua; credo che ad esempio in ciò consista la maggior differenza tra le arti marziali giapponesi e quelle cinesi”.

Obiettivi futuri?
“In merito al Qi Gong intendo proseguire con questi corsi; non sono previsti esami né cinture di livelli diversi, ma si possono raggiungere diversi stadi di maturità nella pratica e apprendimento del Qi Gong. Ho allievi di tutte le età e l’offerta educativa può rivolgersi a chiunque”.

Nabil Morcos

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