
L’anno scorso era Regionale A, quest’anno Elite, ma la sostanza non cambia. Se due indizi non fanno una prova, poco ci manca perché la Valceresio è ormai un’autentica certezza nel panorama Under 19 e la Juniores biancoverde ha avuto modo di festeggiare la seconda salvezza consecutiva nella massima categoria regionale. Un traguardo non da poco quello raggiunto lo scorso 15 marzo con il 4-1 sul Torino Club, a maggior ragione se si considerano le autentiche corazzate che il gruppo di Daniele Marchesi ha dovuto affrontare, ma che ben restituisce il valore di una squadra mai doma e sempre vogliosa di mettersi alla prova.
“Non siamo partiti al meglio – commenta mister Marchesi – perché dopo otto giornate avevamo solo quattro punti. Eravamo consapevoli delle difficoltà, a differenza di altre realtà il nostro bacino è perlopiù ancora provinciale, ma la società non ha mai perso la fiducia in noi: il presidente Cantelmo e i direttori Carini e Marchesi ci hanno trasmesso grande tranquillità, dandoci il massimo supporto in un periodo negativo, e la squadra ha avuto l’enorme merito di lavorare con umiltà e disponibilità per arrivare al punto di svolta”.

Quando è scattata la scintilla?
“Alla nona giornata contro la Besnatese, quando abbiamo pareggiato all’ultimo secondo la partita contro l’attuale terza forza del campionato: da quel momento in poi abbiamo fatto 16 punti fino alla pausa e, se pensiamo da dove eravamo partiti, aver raggiunto quota 41 è qualcosa di clamoroso. Diciamo che da quella sfida abbiamo iniziato a raccogliere i frutti di tutto quel lavoro che sembrava non poter pagare mai durante la spirale negativa delle sei sconfitte consecutive”.
A livello personale come hai vissuto quel periodo?
“Come allenatore cresci quando le cose vanno male, non quando vanno bene. Ti metti in discussione, ti chiedi se ciò che stai facendo è giusto o se bisogna dare una svolta. Io ho continuato a dar fiducia a questo gruppo perché sapevo che i ragazzi mi avrebbero ricambiato, e così è stato. Anzi, è stato proprio lo spogliatoio a darmi la carica: alla sesta sconfitta consecutiva ero inevitabilmente abbattuto perché per l’ennesima volta avevamo giocato davvero bene, eravamo in vantaggio di un gol, per due volte ci eravamo divorati il raddoppio, e nel finale ce ne avevano fatti tre. La squadra in quel frangente è stata straordinaria, ci siamo detti che avremmo vinto la prossima e, pur non avendo preso i tre punti, il pareggio con la Besnatese è equivalso a una vittoria. I risultati ci hanno poi dato fiducia e il cammino nel girone di ritorno lo dimostra: Gavirate a parte, un giro a vuoto che paradossalmente ha fatto bene ai ragazzi, abbiamo vinto quattro delle successive sei partite, tutti incontri che all’andata avevamo perso”.
Come state affrontando il finale di stagione?
“Salvarci a un mese dalla fine del campionato ci ha inevitabilmente rasserenato a livello mentale e abbiamo approfittato dell’ultimo periodo per iniziare a inserire parecchi ragazzi dall’Under18. L’anno prossimo perderemo i tre 2005, ma fra i 2006 e i 2007 partiremo da un blocco di 15/16/17 giocatori che sarà implementato a dovere. Di certo sarà un orgoglio per me, per la squadra e per la società affrontare per il terzo anno consecutivo il campionato Elite, una categoria che una piazza come Arcisate non aveva mai vissuto. E il nostro cammino è stimolo anche per chi sta sotto perché, ad esempio, l’Under18 Regionale ha alzato il livello e i risultati si vedono eccome. Voglio però essere chiaro: questa non è una vittoria mia o dei ragazzi, ma di tutta la Valceresio e dell’imprescindibile lavoro dei suoi volontari”.

Quale salvezza è stata più gratificante? Quella di questa stagione o quella dell’anno scorso?
“Impossibile sceglierne una (ride, ndr). Quella dell’anno scorso è stata una delle emozioni più travolgenti della mia carriera sportiva: ci siamo ritrovati a giocare i playout contro un avversario fuori portata, una società d’Eccellenza contro una di Seconda Categoria. All’andata al Peppino Prisco la Caronnese ha fatto scendere tre ragazzi dalla Prima Squadra, tra cui Opat Karl che era reduce da una stagione da titolare in Serie D al Sant’Angelo: abbiamo compiuto una prima impresa pareggiandola 2-2 all’ultimo secondo, ma inevitabilmente restavamo sfavoriti e siamo anche stati sbeffeggiati in vista del ritorno. Quella settimana ho visto un fuoco assurdo e, al posto dei canonici tre allenamenti, ne abbiamo fatti due di grande intensità: giovedì è venuto anche mister Efrem e c’è stata una sessione davvero bella vissuta in serenità. A Caronno siamo passati in vantaggio, abbiamo sbagliato un rigore, siamo stati rimontati e siamo riusciti a pareggiarla ancora: all’ultimo secondo, su palla inattiva, abbiamo provato uno dei nostri schemi e Premoli ha fatto un gol che mi fa venire i brividi ancora adesso (nel video in basso). Quest’anno è stata un’emozione diversa, ma forse dà ancora più soddisfazione essersi salvati con un mese d’anticipo: significa che il gruppo è cresciuto e che tutti gli elementi di questa squadra hanno voluto mettere la loro firma in qualcosa di straordinario”.
Qual è il segreto del vostro successo?
“Lo staff tecnico ha fatto la differenza perché siamo davvero uniti. Mio zio Valeriano Marchesi è una figura fondamentale: lui è quello che usa più il bastone della carota (ride, ndr), ma è il primo collante del gruppo e lo dimostra, ad esempio, offrendo la pizza a tutti. E, insieme a lui, voglio citare i nostri eccezionali accompagnatori che sono mossi da un’inesauribile passione: c’è un livello d’intesa tale per cui appena arrivo al campo non devo chiedere nulla, visto che è tutto già fatto. Un grande grazie è dunque doveroso ad Andrea Fabbrini, Alberto Viscardi, Walter Caravà e, soprattutto, Maurizio Pallaro. Non voglio dimenticarmi di mister Daniele Efrem, che è un po’ il mio angelo custode: siamo diventati grandi amici, il confronto con lui è quotidiano e i suoi suggerimenti non sono mai banali e scontati. Cito anche Simone Dell’Orto, che spesso viene a darci una mano per la fase difensiva. Il presidente Cantelmo, poi, dà serenità a tutto l’ambiente, e sia Riccardo Carini sia mio papà Roberto sono sempre di enorme supporto. La Valceresio è una famiglia, un gruppo di amici… e questo fa la differenza”.

Un’altra vittoria è il fatto di aver fornito, e di continuare a farlo, parecchi giocatori alla Prima Squadra.
“Il merito è della società, ma una buona parte ce lo prendiamo anche noi perché è grazie al lavoro portato avanti nel corso degli anni se così tanti ragazzi riescono a ritagliarsi stabilmente un posto fra i grandi. Tutti ci mettono l’anima, non mollano mai e portano avanti quei valori che hanno sempre contraddistinto la Valceresio: passione, voglia e sacrificio. Crederci sempre, arrendersi mai”.
Cos’è per te la Valceresio?
“Sono qui da 12 anni: diciamo che nel corso delle stagioni ho visto crescere parecchi ragazzi e mi piace vivere ogni giorno i nostri campi, al punto che dai Giovanissimi alla Prima Squadra conosco praticamente ogni giocatore. Questa è casa mia e, senza fare nomi, è arrivata una proposta che non ho neanche preso in considerazione”.
Hai enfatizzato il ruolo, tra gli altri, di Maurizio Pallaro. Non posso chiudere l’intervista senza chiederti un pensiero per Christian.
“Il pensiero per Christian c’è e ci sarà sempre: l’ho allenato per quattro anni, la passata stagione sarebbe stata la quinta, ce l’ho nel cuore e tatuato sul braccio. Qui in Valceresio ho avuto quasi 300 ragazzi e con tutti c’è sempre stato un bellissimo rapporto, ma con lui era diverso ed era una persona speciale anche per tutti i suoi compagni. L’anno scorso ogni nostro pensiero prima e dopo le partite era per lui, per ogni gol e per ogni vittoria la dedica andava a lui. So che con il passare degli anni questa cosa verrà meno, perché inevitabilmente arriveranno ragazzi che non hanno avuto modo di conoscerlo, ma la sua foto nello spogliatoio rimarrà sempre e la presenza costante di Maurizio, un vero amico che continuerò a ringraziare in eterno per la passione e per il lavoro che svolge, è il miglior ricordo possibile di Christian. Quella foto è la prima cosa che vediamo nel momento in cui rientriamo nello spogliatoio, e tutti noi sappiamo che sarà sempre lì ad aspettarci. Possibilmente per festeggiare insieme a noi un’altra vittoria”.
Matteo Carraro