
Giovane, ambizioso e in continua crescita, Federico Besio rappresenta una delle figure emergenti nel panorama cestistico giovanile. Attualmente capo allenatore dell’Under 15 Varese Basketball, assistente dell’Under 17 e collaboratore in Serie A, vive ogni giorno la palestra come un’opportunità di apprendimento. Tra formazione sul campo, relazioni con i giocatori e sogni internazionali, il suo percorso racconta dedizione, curiosità e grande voglia di migliorarsi.
Besio, si sente più cresciuto oggi come allenatore al seguito della Serie A?
“Assolutamente sì. Il primo anno mi sono sentito un po’ come un pesce fuor d’acqua, mentre oggi mi sento molto più a mio agio, anche grazie a coach Kastritis, che sta dando fiducia a tutti. Ho chiaro quali sono le mie mansioni e la responsabilità è sicuramente aumentata”.
E’ più facile costruire una relazione con i giocatori italiani o con gli stranieri a livello senior?
“Onestamente mi trovo più a mio agio nel costruire una relazione con i giocatori stranieri. Avendo studiato all’estero, sono molto legato al mondo americano: riesco a capire meglio le loro esigenze, le loro abitudini e anche ciò che li appassiona. Ad esempio, parlare di March Madness in questo periodo è diventato un ottimo strumento di comunicazione. Alla fine, bisogna sempre trovare il modo giusto per entrare in sintonia”.
Che allenatore è lei oggi?
“Sono ancora molto immaturo sotto alcuni punti di vista, ed è normale al primo anno da capo allenatore. Guidare un gruppo ti porta continuamente a farti domande per crescere. Ci sono aspetti del gioco che devo imparare a leggere meglio, mentre su altri mi sento più sicuro. Rispetto al primo giorno sono molto migliorato: ricordo ancora Legovich che scherza dicendo che ero arrivato alle 9:30 in ufficio al primo giorno al seguito della serie A e avrebbe voluto “silurarmi” (ride, ndr)”.
Lavorare con le giovanili e con la Serie A è una doppia palestra che non tutti hanno la fortuna di poter vivere…
“Lavorare con la Serie A è una vera e propria scuola nella scuola. Mi ritengo molto fortunato: quello che sto vivendo è un’esperienza che pochi hanno la possibilità di fare. Mi rendo conto del valore del tempo che sto investendo in me stesso e in questo lavoro. Passo intere giornate in palestra, e questo mi aiuta ad adattarmi, a crescere e a capire sempre meglio cosa posso dare”.
Al primo anno di capo allenatore di una giovanile, sotto quale punto di vista si sente più responsabile verso i ragazzi?
“Allenando un’Under 15, credo che la responsabilità più grande sia quella empatica ed educativa. I ragazzi vivono vite piene e frenetiche, e la difficoltà sta proprio nel capire di cosa hanno bisogno. Devono imparare, certo, ma soprattutto devono essere stimolati a farlo nel modo giusto”.
Dove si vede da qui a tre anni?
“Il mio sogno è lavorare in un college americano: può essere un programma importante come George Washington oppure anche il più sconosciuto in una piccola contea della California. È un sogno, ma è anche un obiettivo che mi motiva ogni giorno”.
Alessandro Burin






















