
Guance ancora arrossate dal freddo e mani intorpidite per aver battuto sui seggiolini per sessanta minuti filati. Ma, alla fine dei 60′ vissuti alla Fiera Ice Arena, resta un clima difficile da decifrare. È quel misto di adrenalina che fatica a scendere e un bel pizzico di amaro in bocca che resta appiccicato al palato. Finisce 2-3 per il Klagenfurt, con i carinziani a festeggiare a centro pista e il pubblico di Milano a cantare lo stesso, fiero di aver visto una squadra capace di tenere testa, ma soprattutto di mettere sotto per lunghi tratti una delle migliori squadre in questo scorcio iniziale di Ice Hockey League.
Perché se si vuole essere onesti (e quando si parla di hockey e di fede rossoblù l’onestà è un dovere sacro), per due drittel interi Milano ha pattinato con gli occhi della tigre. Dopo l’iniziale svantaggio firmato da Obersteiner, i ragazzi di Doug Shedden hanno alzato i giri del motore con una ferocia meravigliosa: Madaschi lanciato a rete, Caamano e Wylie a fare il diavolo a quattro nel terzo offensivo, la traversa piena scheggiata da McKegg e un Mitens miracoloso nel togliere il disco dalla gabbia a ogni secondo. Un assalto totale, premiato dal siluro al volo di Grant su magia di Lindqvist che ha fatto tremare il pubblico. Se all’intervallo il tabellone avesse detto 3-1 o 4-2 per i padroni di casa, non ci sarebbe stato nulla da eccepire: c’era ritmo, un penalty killing monumentale che ha annullato ogni superiorità austriaca e un’anima pulsante sul ghiaccio.
Poi, inesorabile come spesso accade quando si affrontano squadre abituate a questi palcoscenici da una vita, il terzo periodo ha presentato il conto. Là dove l’amalgama e il fondo atletico fanno la differenza, il Klagenfurt ha trovato il cambio di passo: il raddoppio a freddo di Obersteiner e, soprattutto, il momento che ha gelato il palazzetto. La doppia parata disperata di Jacob Smith in tuffo, un salvataggio da fenomeno che però è costato carissimo al baluardo meneghino, rimasto a terra e costretto a uscire in barella tra gli applausi generali. L’ingresso a freddo di Berti (bravissimo a tenere la baracca in piedi nel finale) e il tris di Hudson hanno rischiato di spezzare le gambe a chiunque, ma non a questo gruppo. Ancora Grant dalla distanza ha riaperto i giochi siglando una doppietta d’autore, prima di un finale convulso in cui è mancata la lucidità dell’ultimo respiro in power play.
Dalla tribuna, la sensazione viscerale è chiara: sotto porta si arriva ancora con troppo affanno, sciupando occasioni che a questi livelli non perdonano, e nei terzi tempi si paga il ritardo di preparazione rispetto a chi viaggia a memoria da anni. Certo, se si guarda il calendario recente e la classifica a mente fredda, l’obiettivo playoff oggi può sembrare una salita ripida, quasi un miraggio per chi non ha la pazienza di aspettare. Ma non bisogna mai dimenticare da dove si è ripartiti: diciotto anni di digiuno non si cancellano con la bacchetta magica in un mese. Questo gruppo ha carattere, sa soffrire e quando poggia le lame sul ghiaccio ci mette l’anima. Ora arrivano due trasferte che sembrerebbero alla portata per ritrovare ossigeno, morale e punti pesanti. La scintilla c’è, il fuoco arde e il popolo rossoblù continuerà a soffiare.
Ambrogio Brambilla






















