
Perché ci sono sfide che ti fanno sentire vivo, che richiamano quella passione, il sacro fuoco che arde dentro da sempre per uno sport quale la pallacanestro, che ti ha dato tantissimo ed al quale tu hai dato forse ancora di più ed ora c’è una nuova sfida che ti chiama e che ti chiede l’ennesimo impegno per un bene comune più grande.
Max Ferraiuolo vive questo dal momento in cui Pietro Colnago lo ha chiamato per provare a correre insieme (per Max nel ruolo di Consigliere) verso il board della FIP Lombardia, le cui elezioni ci saranno nel mese di settembre. Tornata elettorale che arriva dopo il commissariamento del comitato lombardo, affidato ad Andrea Sina in seguito alle dimissioni della maggior parte del precedente consiglio che avevano portato alla decadenza del presidente eletto, Giuseppe Rizzi.
Una corsa che mira a cercare di dare voce e soprattutto soluzione a tanti problemi che attanagliano il nostro basket partendo dalle fondamenta, dai ragazzi e dalle ragazze ed allora si capisce come non possa esistere probabilmente persona migliore di Ferraiuolo che a Varese del progetto di rinascita del settore giovanile ne è uno dei responsabili nonché più attivi attori ogni giorno, con ottimi risultati sotto gli occhi di tutti.
Ferraiuolo, partiamo dalla sorpresa al momento della chiamata di Colnago…
“Un pò c’è stata. Quando Pietro ha proposto la sua candidatura gli ho subito mandato un messaggio per congratularmi con lui. Siamo amici da tantissimi anni, addirittura da quando giocavamo uno contro l’altro: io alla Robur in Serie B e lui a Treviglio. Ci conosciamo da una vita e, conoscendolo, sapevo che poteva davvero sparigliare le carte. È una persona di campo, concreta, a cui piace fare più che parlare. Per questo ho pensato che la sua candidatura potesse rappresentare qualcosa di nuovo e di davvero interessante. Lui mi ha ringraziato e qualche giorno dopo è venuto a trovarmi per spiegarmi il progetto che aveva in mente. Abbiamo parlato a lungo di basket e delle tematiche più importanti per il nostro movimento: il settore giovanile, il basket femminile, il 3×3 e, più in generale, tutto ciò che oggi rappresenta una grande opportunità di crescita. Io sono convinto che la pallacanestro, che ovviamente considero lo sport più bello del mondo, abbia una capacità straordinaria di attrarre e coinvolgere i giovani, ma credo anche che questo enorme potenziale non venga ancora sfruttato fino in fondo. Ci siamo confrontati su tante idee e, pochi giorni dopo, mi ha chiesto: “Te la senti di darmi una mano? Proviamoci insieme”. Ti dico la verità, la mia prima reazione è stata: “Porca miseria, come se non avessi già abbastanza da fare”. Quando però mi prendo un impegno mi piace affrontarlo nel modo giusto, con serietà, attenzione e la voglia di imparare. Sapevo che sarebbe stato un mondo in parte nuovo per me e che avrebbe richiesto tempo ed energie. Per questo mi sono preso qualche giorno di riflessione. Ne ho parlato innanzitutto con la mia famiglia, soprattutto con mia moglie, che è quella che più di tutti vive le conseguenze dei miei impegni. Poi mi sono confrontato anche con il club, perché volevo che, pur essendo una scelta personale, fosse condivisa e non creasse alcun problema. Da questo punto di vista ho trovato piena disponibilità e massima libertà di scelta; anzi, la maggior parte delle persone mi ha incoraggiato ad accettare, e questo mi ha fatto davvero piacere. A quel punto ho dato il mio ok. Da parte di Pietro ho percepito un entusiasmo contagioso e adesso siamo pronti a iniziare questa nuova, stimolante avventura.»
Una sfida di quelle che ti fa sentire vivo…
“Bravo, è proprio così. Anche perché questa è una sfida legata al basket, ma a quello che io definisco il basket vero. Io sono fortunato: lavoro in una realtà straordinaria come Pallacanestro Varese, dove viviamo il professionismo e tutte le opportunità che ne derivano. Ma il basket vero, e ci tengo a precisarlo, spesso è un altro. È quello delle piccole società che ogni giorno fanno fatica a trovare spazi per allenarsi, a portare i ragazzi in palestra, a trovare giovani allenatori e istruttori disposti a dedicare tempo e passione a questo sport. È il basket femminile, che troppo spesso viene ancora considerato uno sport di serie B, quando invece è in grande crescita e merita sempre più spazio e attenzione. La pallavolo femminile sta facendo numeri incredibili e non vedo perché il basket non possa provare ad avvicinarsi a quei risultati. Come dicevo prima, la pallacanestro è uno sport bellissimo, nel quale anche donne e ragazze hanno la possibilità di esprimersi ad altissimi livelli e di offrire uno spettacolo di grande qualità. Quello che sta facendo la Nazionale guidata da Capobianco negli ultimi anni ne è la dimostrazione. Lo stimolo che mi ha spinto ad accettare questa sfida nasce proprio dalla voglia di conoscere meglio tutte queste realtà e, nel mio piccolo, provare ad aiutarle a crescere. È chiaro che, almeno all’inizio, avrò bisogno dell’aiuto di Pietro, degli altri candidati e soprattutto di tutte le persone che vivono quotidianamente questo mondo. Sono loro che dovranno raccontare a me quali sono le difficoltà, non il contrario. Dovranno dirmi: “Questi sono i nostri problemi, queste sono le situazioni in cui facciamo più fatica. Potete darci una mano?”. Credo che il segreto stia proprio qui: nella capacità di ascoltare prima ancora che di parlare. Solo ascoltando si possono capire davvero le esigenze del territorio e, successivamente, proporre idee e soluzioni che possano aiutare a raggiungere gli obiettivi”.
Lei prima mi ha detto che l’obiettivo è provare a scardinare un sistema per migliorare quello che non funziona. Come si fa? Come si prova davvero a cambiare il sistema?
“Sai, non parlerei tanto di “scardinare” il sistema. A volte basta cambiare il punto di vista da cui si guardano le cose e questo può fare tutta la differenza del mondo. È una situazione che abbiamo vissuto direttamente anche in Pallacanestro Varese. All’inizio, quando Scola parlava delle sue idee, molti erano scettici. Invece lui, come ha raccontato anche in una recente intervista, ha sempre perseverato, ci ha sempre creduto e non ha mai mollato. Secondo me ha già iniziato a raccogliere i frutti del suo lavoro e della sua determinazione, e ne raccoglierà ancora. Credo che la differenza la faccia proprio la capacità di pensare in modo diverso, di stare vicino alle persone in maniera concreta e autentica. Meno parole e più fatti, cercando davvero di aiutare chi ogni giorno vive le difficoltà del territorio. Per persone come me, come Pietro e come gli altri candidati, questo rappresenta un valore aggiunto, perché la nostra storia nel basket parla per noi. Abbiamo giocato, qualcuno ha anche allenato, abbiamo vissuto dall’interno la quotidianità dei club e conosciamo i problemi reali che le società affrontano ogni giorno. La speranza è che questa esperienza possa essere utile e, magari, contribuire davvero a fare la differenza”.
L’ha detto prima: quando parla di “basket vero” si riferisce soprattutto alle minors e al movimento di base. Io però metterei il focus sul settore giovanile. Da questo punto di vista la Lombardia è probabilmente la regione più importante d’Italia. Il vostro compito può essere anche quello di fare da traino per tutto il movimento, perché i giocatori che arrivano in Nazionale maggiore partono proprio dai settori giovanili?
“Bravissimo, hai centrato uno dei temi fondamentali. Il Comitato Regionale Lombardia è sicuramente uno dei più importanti della pallacanestro italiana e l’attenzione verso i giovani deve essere una priorità assoluta. Ma quando parlo di giovani, allargo il discorso: non significa soltanto aiutarli a crescere come giocatori. Vuol dire accompagnarli anche nel loro percorso umano e sportivo, dando loro la possibilità di capire quale può essere il loro futuro all’interno del nostro movimento. Non tutti diventeranno giocatori di alto livello. Alcuni potranno diventare ottimi allenatori, istruttori, dirigenti, preparatori atletici o fisioterapisti. Il compito delle società e del Comitato è anche quello di indirizzare la loro passione verso questi percorsi, mantenendoli all’interno del mondo della pallacanestro. Dobbiamo creare un circolo virtuoso, in cui chi entra nel basket capisca che questo sport può offrirgli non solo il divertimento di giocare, ma anche un’opportunità di crescita personale e professionale che lo accompagni nel tempo. Su questo credo ci sia ancora molto da fare. Servono una visione chiara e una progettualità condivisa, ma soprattutto è fondamentale la collaborazione tra tutte le società del territorio. Prendo come esempio Pallacanestro Varese, perché è la realtà che conosco meglio. Qui si lavora molto in questa direzione. Abbiamo tanti ragazzi cresciuti nel settore giovanile che, una volta terminato il loro percorso da giocatori, iniziano ad allenare. Altri migliorano anno dopo anno e trovano nuovi ruoli all’interno del club. L’esempio di Federico Besio è emblematico: dopo un’importante esperienza all’estero è stato chiamato da Legovich, e noi siamo già al lavoro per individuare altri giovani da far crescere. Lo stesso vale per preparatori atletici, fisioterapisti o ragazzi che arrivano magari per uno stage e che, dimostrando competenza e passione, finiscono per entrare stabilmente nel nostro ambiente. Questo discorso vale per il basket maschile, ma deve valere allo stesso modo per quello femminile. E lo stesso ragionamento riguarda anche il 3×3. Secondo me rappresenta un’opportunità straordinaria che non è stata ancora compresa fino in fondo. Non basta organizzare un torneo: bisogna creare un evento, un momento di aggregazione, qualcosa che spinga i giovani a partecipare non solo per giocare, ma anche per vivere un’esperienza, stare insieme e divertirsi. È questo il valore aggiunto che può fare davvero crescere il movimento”.
E chi dice che il 3×3 non è pallacanestro?
“Sbaglia assolutamente. La pallacanestro è tutta tale, poi è chiaro che sarà un modo d’interpretarla in modo diverso ma si parla pur sempre di aggregazione, di giocare insieme, di fare un’esperienza diversa e anche qua per i giovani io sono convinto che fare dei tornei tre contro tre sia fondamentale per metterle nel proprio bagaglio anche un modo diverso di porsi di fronte al gioco”.
Per fare tutto questo, però, c’è bisogno d’investimenti…
“Secondo me abbiamo uno strumento straordinario per promuovere il basket e, allo stesso tempo, aiutare le società: la scuola. È da lì che bisogna partire. Penso, ad esempio, a quello che ha realizzato Pallacanestro Varese con la School Cup, un evento che oggi ha una risonanza nazionale e dimostra quanto si possa fare quando si investe in questa direzione. Ma non si tratta soltanto di organizzare eventi. Servono istruttori preparati, persone capaci di entrare nelle scuole e trasmettere la passione per la pallacanestro. Persone che sappiano far conoscere questo sport e che abbiano anche l’occhio per individuare ragazzi con potenzialità che magari, fino a quel momento, non hanno mai preso in mano un pallone da basket. A quel punto bisogna essere in grado di indirizzarli verso la società di riferimento del territorio, creando fin da subito un collegamento tra scuola e società sportive. È proprio da qui che nasce quel circolo virtuoso di cui parlavo prima. Non tutti hanno la fortuna di vivere in una realtà come Varese, dove il basket è parte della cultura della città. In Lombardia ci sono migliaia di scuole elementari e medie e, probabilmente, una percentuale altissima di bambini non ha mai avuto un vero contatto con la pallacanestro, perché pratica altri sport o semplicemente non la conosce. Far entrare il basket nelle scuole significa creare conoscenza, avvicinare nuovi ragazzi e, di conseguenza, dare nuove opportunità di crescita anche alle società del territorio. Poi c’è il tema delle infrastrutture, che rappresenta uno dei nodi più delicati. È chiaro che nessun Comune o Provincia può favorire uno sport rispetto a un altro, ma credo si possa lavorare per trovare nuove soluzioni. Ci sono palestre occupate per tutta la giornata, ma ce ne sono anche molte che, terminato l’orario scolastico, restano inutilizzate. L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un dialogo con le istituzioni, con gli enti locali e con chi gestisce gli impianti per cercare di recuperare questi spazi e metterli a disposizione delle società. È un percorso complesso, perché richiede confronto con le istituzioni, tempi burocratici e tanta pazienza. Però sono convinto che sia una strada percorribile. Tutto parte dalla base, sempre dalla base. Il lavoro è impegnativo e richiede capacità di comunicare, di coinvolgere e di trasmettere determinati valori, ma credo davvero che, lavorando in questa direzione, si possano ottenere risultati molto importanti per tutto il movimento”.
Alessandro Burin























