Non cambia nulla. Ad oggi, tolte forse un paio di situazione, potremmo riprendere gli articoli della stagione scorsa e riproporli pari pari per quella di quest’anno e cambierebbe poco o nulla. Perché la Pallacanestro Varese, ad oggi, è rimasta la stessa di un anno fa, con le stesse mancanze e con gli stessi errori che ne definiscono un inizio di stagione a dir poco sotto le attese.

Perché la sconfitta per 87-85 contro Trento, la nona consecutiva in quella che più che una striscia di risultati negativi sembra essere ormai diventata una maledizione per i biancorossi, non fa altro che continuare a far affiorare i soliti incessanti problemi che affliggono questa squadra da troppo tempo.

Ed allora ci si ritrova come sempre a parlare della sofferenza a rimbalzo (17 carambole offensive lasciate nelle mani di Mawugbe e compagni ieri) o dello spropositato numero di palle perse (18 totali al termine del match); oppure della totale assenza di gioco offensivo se non legato alle giocate estemporanee dei singoli (vedasi i 29 punti di Hale, di cui almeno più della metà frutto del talento indiscusso dell’esterno americano più che di un piano tattico impostato a priori); oppure dell’incapacità di difendere sulle transizioni offensive avversarie; oppure, infine, della mancanza di lucidità nei dettagli che costa punti (fu così a Trieste con Stewart l’anno scorso, è stato così ieri con Duke che pesta la linea del fallo laterale e regala a Trento un tecnico che le permette di vincere la partita).

Stessi problemi a cui però andrebbero trovate soluzioni, ed invece Varese soffre a rimbalzo con Trento che sceglie l’assetto con i due lunghi per lunghi tratti della ripresa ed il centro più strutturato viene panchinato per far giocare un Renfro in evidente difficoltà (come era lo scorso anno), oppure cavalcare Roby da 5 che fa bene nel primo tempo ma scompare nel secondo; manca un giocatore capace di mettere ordine in campo ed invece che andare sul mercato si decide di dare continuità ad una squadra in evidente difficoltà sotto questo punto di vista e non da ieri, ma da almeno due settimane piene (e lo sarà almeno ancora per le prossime 2); manca la capacità di difendere sulle transizione offensive avversarie ma l’impianto tattico difensivo rimane lo stesso.

Gli stessi problemi figli di attenuanti ad oggi forti come l’assenza dei due veri ed unici trattatori di palla biancorossi che però solo in parte possono mitigare le difficoltà generali di una squadra che è sempre la stessa cosa, nel bene e nel male.

Lo si legga come già strutturata identità di squadra? Assolutamente no, più che altro sembra la punizione per chi, causa del suo mal in tante situazioni, invece che correre ai ripari, piange a sé stesso perpetrando in una serie di continue mancanze che già a metà ottobre hanno ridimensionato ambizioni e sogni e riportato tutta Varese con i piedi per terra, con il duplice obiettivo minimo dopo il mercato fatto quest’estate di raggiungere Final Eight di Coppa Italia e passaggio del turno di BCL che chiedono un’inversione di marcia netta per non vederli scappare. La richiedono da tempo, come tutti, eppure sembra di ritrovarsi sempre allo stesso, inesorabile, punto.

Alessandro Burin

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