
Per rintracciare un pomeriggio in cui il Varese ha incassato cinque o più reti tra le mura amiche, bisogna riavvolgere il nastro della memoria fino agli anni più bui del secolo scorso, sfogliando gli almanacchi del Campionato Misto Alta Italia – II Zona Lombardia del 1944, quando nel pieno della guerra fu il Grande Torino a imporsi con un tennistico 0-6 (per la cronaca: 3′ aut. Boniforti, 39′ Ossola, 56′ Ferraris, 71′ Ossola, 85′ Piola, 88′ Mazzola). Un parallelo che dà la misura del 2-5 rimediato contro la Pro Patria, capace di festeggiare all’ombra del Sacro Monte una vittoria che mancava dal 2004 in campionato e dal 1996 in Coppa Italia. Sia chiaro, sgomberando il campo da facili allarmismi: il tabellino finale è sicuramente un risultato bugiardo per quanto visto sul rettangolo verde. Eppure, agli archivi resterà pur sempre impressa una cinquina sul groppone.
Al netto della rotondità del punteggio, il piano gara ha restituito una snervante, bruciante verità gerarchica: il Varese gioca (ci prova), la Pro Patria segna (ci riesce). La differenza sostanziale tra le due compagini sta tutta qui, in una sorta di cinica “Pro Pratica” che fotografa il divario tra una rosa costruita per vincere (o comunque stare lassù) e un gruppo ancora alla ricerca della propria quadratura (l’obiettivo del Varese, doveroso rimarcarlo, è la salvezza). L’approccio dei ragazzi di Ciceri è stato persino sorprendente per intraprendenza e qualità di manovra, ma è bastata un’accelerazione per parte ai bustocchi per piazzare l’uno-due letale. Il paradosso è tutto nelle sensazioni: ogni volta che la truppa di Zironelli affondava verso i sedici metri di Mangano si fiutava costantemente l’odore del pericolo; dall’altra parte, la porta difesa da Gnonto ha vissuto novanta minuti in relativa serenità (anche quando il Varese attaccava furiosamente nella ripresa).
Torna così a galla la cronica sterilità offensiva del Varese, fin qui troppo vincolato all’estro dei singoli: la manovra è fluida fino alla trequarti, ma si inceppa inesorabilmente negli ultimi sedici metri. Ha perfettamente ragione Andrea Ciceri quando sposta l’analisi sull’efficacia all’interno delle due aree di rigore: se davanti si punge pochissimo, dietro si concede decisamente troppo a ogni minima sbavatura. Non è un caso che i due centri biancorossi siano nati “casualmente”: prima un regalone della retroguardia ospite capitalizzato dal classe 2008 Gallotti, poi il gollonzo del 2009 Castellucchio su un traversone terminato all’incrocio. Tanti, tantissimi under gettati nella mischia hanno messo corsa, grinta e freschezza per colmare il deficit atletico ed esperienziale, ma al cospetto di una corazzata non poteva bastare.
Nessuno può accusare il Varese di aver snobbato la competizione, ma l’eliminazione dalla Coppa non è certo un dramma. L’obiettivo primario di questa stagione è la difesa della categoria attraverso il campionato, ed è lì che bisogna convogliare ogni briciolo di energia mentale e nervosa. La priorità assoluta è cancellare la scialba prova di Crema e riscattarla con gli interessi già questa domenica, ancora al “Franco Ossola”, nel delicatissimo scontro diretto con l’Oltrepò.
I pavesi arrivano a Masnago con i crismi della classica buccia di banana: rosa giovane e sbarazzina, impreziosita da qualche individualità di spessore, che ha già vissuto un clamoroso doppio ribaltone in panchina. L’estate era partita con Luca Anania, sostituito prima del ritiro da Andrea Molinelli; poi, dopo un ruolino di una sola vittoria (a Castellanza) e cinque sconfitte (compreso lo 0-3 a tavolino nel derby con il Pavia), la società ha optato per l’esonero, affidando la guida tecnica a Marco Molluso, inizialmente arrivato come Direttore Tecnico. Proprio Molluso evoca ricordi sinistri e recenti all’ambiente biancorosso, che lo scorso anno fu trafitto da una pesante lezione (3-1) impartita dal fanalino di coda NovaRomentin da lui guidato. La scossa in casa pavese è già nell’aria, come dimostrato dalla faticaccia imposta al Lentigione sette giorni fa (1-2). Per il Varese suona l’allarme rosso: serve ferocia vera, perché domenica non ci sarà spazio per gli alibi.
Matteo Carraro
























