Il peso del campione è questo. Poche giocate di altissima qualità tecnica e di efficacia tattica che sparigliano una partita, ne cambiano i connotati non solo a livello di risultato ma di presenza, personalità e consistenza mentale nel proprio gruppo di appartenenza, elevandolo ad un altro livello rispetto a quando non c’era.

Il peso del campione nella capacità di condizionare tutte le situazioni nelle quali viene coinvolto: da un cambio poco compreso ad un fallo che molte altre volte sarebbe stato più che dubbio e che invece viene fischiato senza esitazione e diventa poi decisivo per la vittoria finale della propria squadra.

Il peso del campione, nell’aura (termine tanto caro ai ragazzi oggi) che è capace di portare sul parquet con un singolo movimento, dando l’idea di poter essere decisivo da un momento all’altro, inglobando in sé stesso tutte le speranze e le ambizioni di un popolo al momento ancora molto disilluso da quello che vede complessivamente svolgersi sul parquet.

Avere o non avere Amedeo Della Valle in campo fa tutta la differenza di questo mondo. Lo sapevamo, perché da avversario della Pallacanestro Varese è sempre stato così, ne abbiamo avuta la riprova ieri quando, come fosse un disegno del destino, è stato proprio lui, all’esordio, a siglare il successo su Trieste che per la Openjobmetis vale oro in questo inizio di stagione travagliato.

Lo ha fatto con quel liberi decisivo, con una tripla insensata al 38′, con una serie di assist che hanno rivitalizzato una squadra in grandissimo deficit di idee e soluzioni offensive efficaci. Ma lo ha fatto anche alzando l’incredulità generale per un cambio (deciso a priori da un sistema purtroppo insito nell’essere Pallacanestro Varese ormai da qualche anno) nel primo tempo dopo un parziale personale di 5-0 che aveva ridestato Varese da uno dei tanti momenti di apnea palesati nel match. Perché il peso del campione è anche questo.

E’ questo ed è capace di farti andare oltre una serata in cui si sono viste cose che voi umani non potreste immaginare, parafrasando l’incipit del celebre monologo di “lacrime nella pioggia”: una Varese che nel primo tempo prende 29 rimbalzi di cui 14 offensivi e all’intervallo è avanti solo di due punti; oppure la scelta sistematica di cambiare sempre su tutti i pick’n’roll avversari pagando continuamente dazio; oppure l’incapacità di concepire la situazione ed andare ad attaccare i lunghi giuliani, già carichi di falli dopo pochi minuti, lasciando tempo e modo alla squadra di Taccetti di assorbire la situazione e riorganizzarsi ed infine il ritorno di quell’atavico mal di continuità, che porta ad un sali e scendi costante che tiene aperto il match fino alla fine.

Si sono viste cose davvero difficili da comprendere ma che poi, alla fine, assumono una dimensione comunque diversa quando il peso del campione di permette di uscire dal campo con due punti invece che zero ed oggi, quest’anno più che mai, questo fa tutta la differenza di questo mondo, perché avere o non avere Amedeo Della Valle fa tutta la differenza di questo mondo.

Alessandro Burin

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