Lasciare il proprio paese, la propria casa, non è mai semplice, ma molto spesso è un sacrificio da compiere per coronare i propri obiettivi, alla ricerca di un futuro brillante e prospero. Ciò che è certo, è che, nonostante il nuovo ambiente e la cultura diversa, abbandonare la propria passione è pressoché impossibile e allora ecco che, anche oltreoceano, la voglia di continuare un percorso iniziato in giovane età non svanisce mai, con lo stesso entusiasmo e con lo stesso ardore della prima volta. E’ ciò che è accaduto nella recente avventura di Alessandro Sola, terzino sinistro classe 2004 nato e cresciuto a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, trasferitosi definitivamente a New York, negli Stati Uniti, nell’estate del 2025, per proseguire gli studi e senza rinunciare al calcio, sport al quale si è legato alla giovane età di cinque anni e che lo ha visto crescere e maturare in un talentuoso calciatore moderno, portandolo così a mettere in gioco le sue qualità in un universo calcistico diverso rispetto a quello casalingo. Dal suo arrivo negli States, il difensore varesino milita infatti nella UPSL, campionato semi-professionistico dedicato alle accademie, vestendo la maglia della GR Academy, società calcistica fondata da un volto noto del calcio italiano, ovvero Giuseppe “Pepito” Rossi.

Prima dell’approdo in suolo americano, Sola è cresciuto calcisticamente nel prestigioso settore giovanile del Bosto, completando l’intera trafila dall’attività di base fino al debutto in Prima Squadra, rispecchiando in pieno quella che è la precisa ed encomiabile filosofia della società di Capolago. Un’avventura che ricorda con enorme affetto e gratitudine e che lo ha formato non solo come calciatore, ma anche come uomo, coltivando così questa sua forte passione che tutt’ora è una parte importantissima della sua vita e che il classe 2004 punta a poter portare avanti in Florida, unendo così gli studi allo sport, per poi coronare il sogno di diventare un agente sportivo in futuro.

Partiamo dall’inizio, quando nel 2025 hai preso la decisione di trasferirti definitivamente negli Stati Uniti: ci racconti il motivo di questa scelta?
“Di motivi ce ne sono troppi, perché comunque è stato un cambio abbastanza radicale, dunque riassumo il tutto con i tre principali. Il primo è stato perché, una volta terminate le scuole superiori in Italia, ho provato a frequentare per alcuni mesi l’Università Statale a Milano, ma mi sono reso conto che mi ero ritrovato in una routine che non mi piaceva e non mi portava da alcuna parte sostanzialmente, dunque ho cominciato a guardarmi un po’ intorno e ho avuto la fortuna che mio padre fosse diventato cittadino americano da poco e avesse la possibilità di ospitarmi a New York e sponsorizzare per la mia green card e la cittadinanza in futuro. Un altro motivo che nomino sempre è il fatto che in Italia per me era diventato pressoché impossibile riuscire a bilanciare la vita da pendolare con gli allenamenti o comunque con una routine mia. Poi, allargando il discorso, personalmente per un ragazzo tra i 20 e i 25 anni vedo molte più opportunità qui rispetto che a Varese o comunque in Italia”.

Parallelamente al percorso di studi, hai deciso di continuare a giocare, in una nuova squadra e soprattutto in un nuovo universo calcistico.
“Esattamente, parliamo di un universo completamente diverso. Io gioco da quando ho 5 anni, ho smesso di giocare per circa un anno e mezzo quando c’è stato tutto il processo del trasferimento negli Stati Uniti. Quando mi sono sistemato qui, stavo impazzendo senza giocare, perché mi sono reso conto che il calcio è proprio una parte di me. Dunque ho cominciato a guardarmi un po’ intorno e a chiedere in giro, fino a che un giorno non ho avuto la gran fortuna di incontrare Pepito Rossi al ristorante di mio padre. Chiaramente lo abbiamo riconosciuto subito e ci siamo messi a parlare e lui mi ha raccontato del fatto che stesse costruendo questa accademia chiamata “GR Academy” e che avesse bisogno di giocatori perché stava partendo da zero per arrivare a costruire una squadra per il campionato UPSL, che è un campionato semi-professionistico delle accademie. Lì mi ha proposto di fare un provino, facendomi subito capire che il livello fosse alto, e io ho accettato senza esitare. Dico la verità, sinceramente mi aspettavo il livello fosse più basso, avendo sempre giocato in Italia dove pensavo si giocasse il “calcio vero”, e invece i primi mesi sono stati davvero tosti, mi hanno fatto tornare con i piedi per terra. Io non giocavo da un anno e mezzo, quindi sicuramente non ero nelle migliori condizioni fisiche, ma anche a livello tecnico ho dei compagni di squadra di altissima qualità. A volte durante gli allenamenti mi è capitato di fermarmi e dire “che cosa ho appena visto”, rimanendo totalmente sbalordito. Diciamo dunque che ho trovato il mio ruolo nella squadra e sono riuscito ad individuare i miei punti forti e sfruttarli per ritagliarmi un posto nella squadra”.

Che differenze hai notato maggiormente tra il calcio in Italia e quello negli Stati Uniti, sia in campo che fuori, soprattutto a livello culturale?
“Per come ho vissuto io la cosa, sarà che comunque in Italia non ho mai giocato in categorie altissime, ma qui ho notato che viene presa molto più seriamente. Qui vieni trattato da professionista anche se giochi al college, ti mettono a disposizione ogni mezzo per arrivare a dare al 100%, perché così non hai scusanti. La differenza più grande secondo me è questa. Qui è molto sentita, c’è tanta competitività, molta voglia di fare e molta sana competizione in squadra. Dal punto di vista del gioco, qui è molto più fisico rispetto all’Italia: si può essere bravi con i piedi quanto vuoi, ma se non vai un minimo in palestra, fai fatica. Sono loro a portarti direttamente in palestra ad allenarti. Questo perché ci si confronta con calciatori più adulti e con fisici importanti, dunque bisogna imparare a stare in campo anche da questo punto di vista. Per il resto non vedo altre enormi differenze, la cosa che ho notato maggiormente è appunto questo focus sulla fisicità e a livello di compagni, non mi aspettavo un livello così alto, mi hanno fatto tornare con i piedi per terra. Poi qui noto anche molta più passione perché, oltre all’impatto del Mondiale di quest’anno che ha contribuito a spostare l’occhio dell’americano medio sul calcio, qua ci sono tanti sudamericani, soprattutto nella mia squadra, e hanno una grinta e una fame di giocare impareggiabile e questa cosa mi piace tantissimo, è stato uno dei fattori che mi hanno fatto capire di essermi trovato nella mia dimensione. Se dopo allenamento voglio fermarmi a tirare qualche punizione o fare degli uno contro uno, ho trovato gente che non vede altrettanto l’ora di farlo, piuttosto che farmelo pesare”.

Ripercorriamo per un momento il tuo passato. Sei cresciuto calcisticamente nel Bosto, dove hai completato l’intera trafila dalla scuola calcio fino all’esordio in Prima Squadra: che ricordi hai di questo percorso e soprattutto quanto ti ha formato?
“Ho giocato al Bosto per 15 anni e sono arrivato a considerarlo una vera e propria seconda casa. Penso di aver passato più tempo lì che in ogni altro posto. Mi hanno sempre trattato benissimo e mi hanno sempre fatto sentire parte di una famiglia, anche quando ho fatto il salto in Prima Squadra, che non è scontata come cosa, dato che comunque da ragazzino, passi in una squadra di adulti, in cui conosci poca gente e non hai i tuoi compagni, e nonostante ciò, mi hanno fatto sentire subito apprezzato e ben voluto. Mi è spiaciuto come si è chiuso quel capitolo, perché io sono stato sovrastato da tutte le cose che stavano succedendo nella mia vita, tra il trasferimento in America e questioni familiari, quindi non sono riuscito a metterci la faccia e andare dalla società a dire che me ne stessi andando e ringraziarli per tutti questi anni. Questo un po’ mi dispiace, ma ad ogni modo sarò sempre eternamente grato a tutti lì dentro, perché mi hanno preso a cinque anni e mi hanno tenuto per 15, non è assolutamente scontata come cosa, dato che ho visto tanti miei compagni essere tagliati fuori. Dunque mi sono sempre trovato bene e non potrò mai dire niente di negativo sul Bosto”.

C’è un momento o una stagione in particolare della tua esperienza al Bosto che ti è rimasta più impressa?
“Se devo scegliere una stagione di quelle che ho giocato, dove davvero ero contento di tutto ciò che stesse succedendo intorno a me, ho vissuto molto bene la stagione con mister Matteo Gaeta, quindi parlo di almeno 8-9 anni fa. La stagione con Gaeta mi è rimasta totalmente impressa perché è stato il mister che ha cambiato non solo il mio modo di vedere il calcio, ma anche quello di vedere la vita. Con lui abbiamo fatto anche allenamenti senza palla, chiusi in spogliatoio a parlare di cosa fosse l’umiltà, il rispetto per gli altri…Sono cose che ti rimangono dentro, soprattutto a un ragazzino di 12-13 anni. Se devo pensare a un momento invece che mi è rimasto impresso, il Torneo di Pasqua in Croazia, un torneo a cui prendevano parte squadre da tutta Europa, uno degli ultimi tornei disputati con il Bosto: stavamo perdendo 1-0 in semifinale contro una squadra svizzera e all’89’, da calcio d’angolo, stacco di testa, chiudo gli occhi, li riapro e vedo la palla in rete, con tutti i miei compagni che mi corrono addosso. Siamo poi andati a vincere ai rigori e successivamente abbiamo vinto anche la finale. E’ stato non solo penso il mio gol più importante, ma anche una bella liberazione, perché in quel momento avevo bisogno di una cosa del genere ed è successa”.

Ora, guardando al futuro, che obiettivi ti poni per il proseguo della tua avventura americana?
“Ci penso un po’ tutti i giorni. Adesso ho come piano di vita la possibilità di trasferirmi a Tampa, in Florida, il prossimo anno e di riuscire a giocare per una squadra di un college. Mi sono affidato ad un’agenzia che si chiama CSG che si occupa di recruiting dei giocatori da mandare al college, dunque loro si prendono a carico tutta la parte burocratica. Una cosa che mi spiace un po’ è il fatto che mi alleno 4-5 volte a settimana con la mia squadra e purtroppo poi non riesco a giocare le partite per impegni miei personali, dunque questo trasferimento è dovuto al fatto che vorrei riuscire a bilanciare lezione, allenamenti e partite, e giocare per una squadra di un college mi darebbe questa possibilità. Mi piacerebbe la Florida perché me ne hanno parlato bene, è un bello stato”.

Pensi che un giorno ti rivedremo sui campi della nostra provincia?
“Mi piacerebbe poter dire di sì, perché chiaramente c’è ancora parte della mia famiglia a casa, ci sono tutti i miei amici, ma in questo momento, vorrei fare appunto questi ultimi due anni di college in Florida e poi tornare a New York per fare un master. Terminato questo, sinceramente non vedo una mia ipotetica vita futura in Italia, perché qui sto davvero bene, non mi posso lamentare, e soprattutto so che se volessi provare a fare qualcosa anche di mio, qui ho più probabilità di riuscirci rispetto che in Italia, anche per una questione di opportunità e networking. Dunque dico mai dire mai nella vita, ma ahimè mi vedo molto lontano da quel mondo, vedo difficile tornare a giocare in una squadra in Italia”.

Francesco Marcassa

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