
Ogni fine settimana, decine di ex studenti e lavoratori partiti da Varese aprono il telefono per seguire una partita che non possono vedere dal vivo. Spesso si tratta di una gara di Eccellenza, di una serata di hockey ghiaccio dei Mastini o di un turno della Pallacanestro Varese in un palazzetto lontano centinaia di chilometri da dove vivono ora.
Questa abitudine, seguire lo sport locale restando fisicamente altrove, non è nuova, ma negli ultimi anni è cambiata nel modo in cui si realizza. Il canale principale non è più solo la radio, ma lo schermo di un telefono, spesso attraverso una diretta video.
Il 2020 e il 2021: quando lo sport si è fermato ma il video no
Tra il 2020 e il 2021 i palazzetti e gli stadi della provincia sono rimasti chiusi al pubblico per lunghi periodi. Le squadre di calcio dilettantistico, le formazioni di pallacanestro e le società di hockey su ghiaccio hanno continuato ad allenarsi e a giocare, ma senza tifosi sugli spalti e spesso con calendari sospesi o rivisti in corsa.
In quella fase molti club, anche a livello locale, hanno spostato online riunioni tecniche, colloqui tra allenatore e giocatori e persino alcune sedute di preparazione atletica individuale, seguite a distanza tramite videochiamata. Non era uno strumento nuovo, ma diventò per mesi l’unico modo per tenere insieme uno spogliatoio quando gli allenamenti collettivi non erano possibili.
Fu in quello stesso periodo che la videochiamata smise di essere percepita come un semplice ripiego per riunioni di lavoro e diventò un’abitudine sociale diffusa, usata anche solo per parlare con qualcuno lontano. Nel 2023 chiuse Omegle, uno dei servizi di chat video con sconosciuti più noti al mondo.
Nel frattempo altre piattaforme simili erano già cresciute molto proprio grazie a quella nuova familiarità con lo schermo. Un esempio di come si sono evoluti questi servizi: scopri LuckyCrush, una piattaforma di videochat casuale che mette in contatto due sconosciuti in tempo reale, uno contro uno, tramite webcam.
Il tifo a distanza: chi ha lasciato Varese non dimentica la squadra
Varese, come molte province lombarde, ha un flusso costante di persone che partono per studio o lavoro e restano legate al territorio d’origine attraverso lo sport. Chi si trasferisce a Milano, a Torino o all’estero continua spesso a seguire la squadra di calcio del proprio paese, la formazione giovanile in cui ha giocato o la sezione di basket dell’oratorio, semplicemente cambiando il modo in cui la segue.
Per uno studente fuori sede o per un lavoratore trasferito da un paio d’anni, seguire in diretta una gara di Promozione o una partita casalinga dei Mastini non è solo nostalgia. È un modo per restare aggiornati sui compagni con cui si è cresciuti, sugli allenatori che si conoscono di persona, sulle voci di spogliatoio che circolano nei gruppi di messaggistica dei tifosi rimasti in città.
Il fenomeno non riguarda solo i grandi club. Negli ultimi anni gli investimenti in streaming amatoriale hanno reso più semplice seguire anche i campionati dilettantistici da lontano, e non è un caso isolato locale: perché la Serie D semi-professionistica italiana conquista tifosi in tutto il mondo è una domanda che tocca proprio questo tipo di legame, fatto di identità territoriale più che di risultati sportivi immediati.
Le stesse radio e testate locali che raccontano il campionato di provincia hanno imparato a farlo pensando anche a chi ascolta da fuori regione: cronache più dettagliate, riassunti video del post partita, interviste ai protagonisti pubblicate online poco dopo il triplice fischio. È un adattamento nato dalla richiesta concreta di un pubblico che segue le partite senza poter essere fisicamente in tribuna.
Ottant’anni di canestri: la memoria della Pallacanestro Varese
Nessun club racconta meglio questo legame tra territorio e sport della Pallacanestro Varese. Fondata nel 1945, la società ha vinto una decina di scudetti e diversi trofei europei tra gli anni sessanta e settanta, diventando un pezzo di identità cittadina prima ancora che una semplice squadra di basket.
Quella stagione d’oro è passata di racconto in racconto tra generazioni di tifosi varesini, molti dei quali non hanno mai visto giocare dal vivo le squadre di allora e la conoscono solo attraverso filmati d’archivio, fotografie e i ricordi di nonni e genitori che erano sugli spalti.
Quella storia viene raccontata anche fuori dal campo. Pallacanestro Varese e i suoi ottant’anni di leggenda, celebrati con l’apertura al pubblico della Torre Civica e una mostra fotografica curata insieme agli studenti delle scuole superiori, mostrano quanto la memoria sportiva locale resti un patrimonio condiviso anche da chi la squadra la segue solo da lontano.
Per i discendenti di famiglie varesine trasferite altrove, iniziative come questa hanno un valore particolare: permettono di ricostruire, anche a distanza di anni e chilometri, un pezzo di storia familiare legato allo sport più che al singolo risultato di una partita. Non è raro che nipoti cresciuti fuori provincia scoprano proprio così i trofei vinti dai nonni.
Cosa resta di quell’abitudine
Oggi i palazzetti e gli stadi della provincia sono di nuovo pieni, ma alcune pratiche nate durante le chiusure sono rimaste. Alcuni tecnici continuano a rivedere gli allenamenti con i giocatori in videochiamata quando le agende non coincidono, e diverse società usano ancora brevi collegamenti video per parlare con i tesserati più lontani o con i genitori dei settori giovanili.
Anche il modo in cui si guarda una partita da casa è cambiato: il commento in diretta su un gruppo di messaggistica, la clip rivista subito dopo un’azione dubbia, la chiamata al padre o all’amico rimasto allo stadio per farsi raccontare l’atmosfera dal vivo. Sono piccole abitudini nate per necessità durante le chiusure e diventate, col tempo, parte normale del modo di seguire lo sport, anche per chi non si è mai spostato da Varese.
Per chi ha lasciato Varese, seguire una partita in streaming o commentarla in videochiamata con un amico rimasto in città non sostituisce lo spalto, ma tiene vivo un legame che altrimenti si affievolirebbe. È un cambiamento piccolo, quasi tecnico, che però dice molto su come lo sport locale continua a tenere insieme una comunità sempre più dispersa sul territorio.

























