
L’hockey su ghiaccio è uno sport che non ammette mezze misure: o si è padroni assoluti dello spazio e del tempo, o si finisce divorati dal ritmo di chi ha la memoria muscolare scolpita da anni di battaglie internazionali. Domenica sera alla Fiera Ice Arena è andato in scena il classico copione del gatto col topo. L’1-6 rimediato contro un’Olimpija Lubiana tirata a lucido ha il sapore amaro della realtà che bussa alla porta senza chiedere permesso, cancellando bruscamente l’illusione dell’acuto colto venerdì contro i Pioneers.
Eppure, nei primi dieci minuti, la formazione di Doug Shedden era pure scesa sul ghiaccio con fare sfrontato: buone trame, il disco fatto girare con discreta fluidità e la voglia di azzannare la partita. Poi, la solita, atavica distrazione: un disimpegno troppo morbido in alleggerimento e Urbas punisce senza pietà Smith. Lì si è spento qualcosa nella testa e nei muscoli del Milano. Perché se a questi livelli si pretendono i ricami nell’ultimo terzo difensivo invece di ripulire la balaustra, si finisce stritolati. Il raddoppio sloveno di Quince è un regalo impacchettato con tanto di fiocco, recapitato sui pattini avversari; il tris di Pance, venti secondi più tardi, trova la retroguardia immobile e piazzata malissimo. La fiammata d’orgoglio di Chad Pietroniro (lesto a ribadire in rete il rimbalzo dopo il fendente di Wylie) è stata solo un lampo isolato nel buio.
Nel secondo drittel, mentre quasi duemilacinquecento spettatori continuavano a cantare a squarciagola sugli spalti, Pietroniro ha provato a riaccendere la miccia con un fight furibondo e d’altri tempi con Brennan. Una scintilla che sembrava poter cambiare l’inerzia emotiva: contropiede tre contro uno, disco sui polsi di McKegg e Horak che compie il miracolo. La legge del ghiaccio non perdona: sul ribaltamento di fronte, quarto disco perso ingenuamente e poker implacabile ancora a firma Urbas. Quando gli ospiti acceleravano sembravano danzare, mentre quando toccava ai padroni di casa liberare la gabbia la manovra appariva pesante, macchinosa: controlli difettosi, appoggi sui parastinchi dei difensori e quell’incapacità di buttare via il puck con sana concretezza.
Tra le poche note liete spiccano l’infinita generosità di Michael Dal Colle, che non ha mollato un centimetro tirando come un forsennato per tutto il match, e il consueto ardore di Saracino. Ma dietro la preoccupazione è palpabile: la retroguardia balla paurosamente e coach Doug Shedden dalla panchina è parso a tratti inerme di fronte a una sinfonia stonata. Nel terzo tempo le reti di Boychuk e Gregorc hanno solo dato contorni impietosi a una superiorità tecnica e di amalgama netta.
Visti da vicino, oggi i playoff sembrano una montagna da scalare a mani nude, e persino l’ingresso nelle prime dieci rischia di farsi complicato se la squadra non imparerà in fretta a badare al sodo. Ma la storia recente insegna che la pazienza è d’obbligo: la sosta per le Nazionali arriva al momento giusto per azzerare le scorie mentali (e fisiche), oliare i meccanismi e ritrovare la rotta.
Ambrogio Brambilla





















