
Il Varese Femminile ha chiuso la propria stagione nel campionato di Eccellenza con un sesto posto finale e 45 punti, confermandosi una realtà solida e in crescita all’interno del panorama regionale. Un campionato vissuto con continuità, tra momenti di buon calcio e la capacità di restare sempre dentro la partita anche nei passaggi più delicati dell’annata. Dentro questo percorso, oltre allo staff tecnico e al gruppo squadra, c’è una figura ormai diventata un punto di riferimento costante nello spogliatoio: quella della fisioterapista Eleonora Aldegheri, presenza fissa ormai da quattro stagioni e parte integrante dell’equilibrio quotidiano del gruppo.
Arrivata ancora durante il periodo universitario, Aldegheri ha costruito negli anni un percorso di crescita parallelo tra formazione e campo, fino alla laurea e all’ingresso pieno nella professione. Un cammino che l’ha portata a diventare, oggi, una presenza riconosciuta e profondamente integrata nel mondo biancorosso, tra competenza, disponibilità e una capacità rara di gestire situazioni anche delicate con equilibrio e serenità.
“Ero al terzo anno di università quando ho iniziato il mio percorso con il Varese – racconta la fisioterapista biancorossa -. Avevo già fatto un tirocinio sportivo alla Varesina, nel settore giovanile, ma quando mi si è presentata l’opportunità di entrare calcio femminile ho accettato con entusiasmo. Mi è piaciuto subito e dopo quattro anni sono ancora qua. Pensavo fosse un’esperienza più breve, invece non riesco a dire di no (ride, ndr): ormai è diventata una seconda casa. Qui si è creata una vera famiglia, anche con la dirigenza e lo staff, e si è consolidato un rapporto che va oltre il campo”.

Che impatto hai avuto all’inizio, entrando in questo contesto?
“All’inizio era più difficile perché ero ancora studentessa e mi trovavo davanti a infortuni che magari non avevo mai gestito da vicino. Col tempo però, anche grazie all’esperienza lavorativa, impari a riconoscere subito le situazioni, spesso anche senza bisogno di approfondimenti. Conoscendo le ragazze da anni poi diventa tutto più semplice: so chi tende a preoccuparsi, chi ha bisogno di tranquillità o anche solo di essere rassicurata”.
Cambia molto lavorare con un gruppo femminile rispetto ad altri contesti?
“Sicuramente il clima nello spogliatoio è diverso: devi stare attenta a come ti poni e a come entri in relazione. Nel femminile c’è più spontaneità e forse meno ‘barriere’, ma a livello mentale è più complesso da gestire”.
Cosa ti ha lasciato il Varese in questi anni?
“Tanto impegno e tanta continuità. Ho sempre cercato di esserci due sere a settimana più la partita, anche se ora lavorando a Lugano è più complicato. Però il legame con loro è forte, ed è difficile dire di no”.
Ti dicono spesso che porti serenità al gruppo… è una sensazione che riconosci?
“Sì, credo di essere abbastanza tranquilla come carattere. Anche solo con due esercizi o due indicazioni riesci a dare ordine alla situazione, sia in allenamento che in partita. Fortunatamente non abbiamo avuto tanti infortuni gravi quest’anno”.

Come si gestisce un infortunio importante?
“Se parliamo di crociato o menisco, lì interviene l’ortopedico e poi la riabilitazione è seguita da specialisti. Io subentro più nella fase successiva, al campo. Ma spesso la parte più importante è quella mentale: molte atlete si bloccano al primo dolore o alla prima difficoltà. Bisogna lavorare tanto su quello, più che sul resto”.
Quanto è importante una figura come la tua in una squadra dilettantistica?
“Fondamentale. Anche a livello non professionistico serve qualcuno che sappia gestire piccoli infortuni, contratture o stiramenti. Una figura di riferimento tra fisioterapia e preparazione è indispensabile. Poi sì, si può anche andare avanti senza, mi è capitato di saltare allenamenti, ma il supporto resta importante”.
Che impressione ti ha dato il gruppo Varese dall’esterno?
“È una squadra molto unita e si percepisce subito. Non solo in campo ma anche fuori. Riescono a trasmettere questa compattezza anche allo staff. È un gruppo che si riconosce”.
Dal punto di vista tecnico, cosa si può migliorare?
“A volte un po’ di cattiveria in più. La squadra è molto unita, ma serve essere più incisivi in alcune situazioni”.

Che rapporto hai con squadra e staff?
“Sono molto legata a tutti. Claudio (Vincenzi, ndr) è come un nonno per la squadra, sempre presente. Nico (Giandomenico Francione, ndr) è un po’ come un secondo papà. Luca (Manfrin, ndr) è stato una scoperta, molto gentile e disponibile. Il mister (Christian Faccone, ndr) può sembrare timido all’inizio, ma poi si apre e, soprattutto, è molto preparato. Omar (Cremona, ndr) è quello più scherzoso, tiene alto il morale. È un bel gruppo anche fuori dal campo e, difatti, in trasferta non perdiamo occasione per i nostri pranzi dello staff in compagnia”.
Che obiettivo ti porti dietro per il futuro?
“Continuare con questo clima di serenità e amicizia, cercando magari di crescere ancora a livello sportivo. Sarà difficile coniugare i sempre più ingenti impegni lavorativi, ma è importante restare uniti e provare a migliorare sempre”.
Matteo Carraro





























