
Vivere il cambiamento è entusiasmante, comprenderlo fino in fondo, invece, più lo stesso è grande nella forma e negli effetti, tanto diventa esercizio molto complicato. Per questo per cercare di capire affondo quello che è il percorso di trasformazione che sta vivendo la Pallacanestro Varese nello specifico, ed in generale il basket europeo, ci siamo affidati a chi, non a caso, in materia cestistica, viene definito il maestro, ossia il collega Antonio Franzi, direttore di Radio Missione Francescana.
Proprio con Antonio abbiamo cercato di addentrarci nei meandri di un’estate folle, per certi versi, in casa biancorossa, guardando però anche oltre quello che è il mero presente e cercando di analizzare e comprendere ciò che potrà essere il futuro di un’evoluzione che parte dallo sport ma che può andare a toccare, inevitabilmente, anche l’economia, il turismo e la socialità.
Che effetto le fa vedere una Pallacanestro Varese nuovamente competitiva sul mercato?
“E’ un bel cambio di passo, frutto del lavoro e dell’impegno portati avanti dal club in questi anni. Tutto è iniziato con l’arrivo improvviso e determinante di Luis Scola: qui va dato grande merito a Toto Bulgheroni, che ha saputo coinvolgere una figura di primo piano del basket internazionale, ma anche una persona di grande spessore umano. Piano piano Scola ha deciso di investire, costruendo una struttura dirigenziale importante. Accanto a lui sono arrivati manager di livello come Paolo Perego e investitori come RedBird. Tutto questo, speriamo, possa essere premiato per la gioia dei tanti appassionati varesini, che meritano di vedere la Pallacanestro Varese nel posto che la sua storia le assegna. Varese è una città in cui basta raggiungere una Final Four europea, anche di una competizione minore, per vedere Piazza Monte Grappa piena di persone. Questo dà la misura di ciò che Varese può diventare: un catalizzatore di interesse, emozioni e passione”.
Che giudizio dà alle mosse operate sul mercato giocatori finora dal club?
“È difficile, anzi impossibile, non essere entusiasti. Tutte le scelte mi sembrano oculate e significative, un vero salto di qualità. McDowell-White può alzare il livello dell’intera squadra; Hale è un attaccante che garantisce punti e rappresenta un realizzatore di alto profilo, con una fisicità importante. In più c’è la “chicca” Della Valle. Naturalmente lo sport, e il basket in particolare, è fatto di equilibri molto delicati: basta poco per innescare meccanismi che portano un gruppo a rendere oltre il proprio potenziale, così come basta poco per entrare in difficoltà. Sulla carta, finora, Varese ha operato nel migliore dei modi; poi sarà il campo, come sempre, a definire il valore reale della stagione. Noi la viviamo con grande attesa ed entusiasmo, pur sapendo che in questo momento ci sono almeno una decina di squadre che stanno alzando il proprio livello. Milano, sulla carta, ha costruito una squadra fortissima per il campionato italiano, mentre in Eurolega potrebbe non avere ancora un livello di investimenti sufficiente per competere stabilmente ai vertici. Poi ci sono Napoli, cresciuta molto, Tortona e Venezia. Potenzialmente Varese potrebbe collocarsi nella fascia di Brescia degli ultimi anni: sarebbe un risultato eccezionale per tutti noi. Bisognerà attendere l’arrivo del centro, valutare l’impatto di Renfro e soprattutto capire come Roby si adatterà al passaggio dalla G-League alla LBA”.
Lei è un grande esperto anche di basket americano: come ci presenta Roby?
“Lo ricordo ai tempi di Oklahoma, anche se quei Thunder non erano ancora ai vertici della NBA. È però un profilo che potrebbe rivelarsi molto interessante: fa della concretezza uno dei suoi punti di forza e possiede una fisicità che, in Europa, potrebbe fare la differenza. Nelle rotazioni difensive di coach Kastritis lo vedo un po’ come il Moore della scorsa stagione: un giocatore capace di usare il corpo per contrastare al meglio gli avversari. Inoltre mi sembra abbia un buon tiro da tre punti, caratteristica che può aprire il campo alle penetrazioni di Della Valle e Hale. Non nascondo che, a mio modo di vedere, una parte importante del salto di qualità di Varese potrebbe arrivare proprio da un Roby al massimo delle sue potenzialità, anche perché sostituire Nkamhoua non sarà semplice. Rispetto a lui, Roby ha forse meno duttilità tecnica e, in parte, tattica. Ho anche un piccolo sogno: che possa diventare il miglior straniero arrivato in Italia da Nebraska University, superando un giocatore come Chuck Jura, che nella seconda metà degli anni Settanta fece sognare tutti noi”.
Sotto quali punti di vista può essere servita l’esperienza in Summer League con i San Antonio Spurs a coach Kastritis?
“Sono convinto che, soprattutto negli ultimi anni, la pallacanestro si sia abbastanza uniformata, pur mantenendo differenze legate alle regole. Immagino quindi che l’esperienza della Summer League sia stata più importante dal punto di vista delle relazioni e del modo di vivere un torneo così intenso, più che per gli aspetti tecnici del campo. Tutti dicono che sia un contesto in cui chi opera nel mondo del basket non può permettersi di non essere presente, e penso che per Kastritis sia stato molto utile, anche grazie alla presenza e al supporto dei general manager biancorossi presenti con lui a Las Vegas”.
Pensa che, anche rispetto agli acquisiti fatti finora, vedremo una Varese diversa in campo da un punto di vista tattico rispetto all’ultimo anno e mezzo della gestione Kastritis?
“Credo che sia difficile immaginare uno stravolgimento dello spartito tattico. Ci sarà probabilmente una maggiore attenzione alle rotazioni e alla gestione dei singoli giocatori. Il livello di fisicità della squadra mi sembra decisamente aumentato, così come quello dell’atletismo. Penso che il coach voglia proprio questo: una squadra molto atletica, capace di giocare a ritmi elevati e di rendere sempre più complicato per gli avversari affrontare la Pallacanestro Varese. Pensiamo al ruolo di Ikangi: quando è stato acquistato abbiamo immaginato tutti potesse diventare il primo cambio, oggi sarà un elemento importante nelle rotazioni, perché sulle ali Varese ha già diversi giocatori, contando anche Hale e l’ultimo innesto che dovrà arrivare. Il compito di Kastritis sarà gestire bene i minuti per mantenere i biancorossi sempre ad alta intensità”.
Lei, insieme al collega Fabio Gandini, fu il primo a dare la notizia dell’affaire Varese-RedBird in ottica NBA Europe. Guardando oggi a quel progetto ancora tutto da scoprire, che commento ne dà?
“Indubbiamente è una grande occasione. Gran parte del merito va a Scola, ma anche a Toto Bulgheroni, per aver fatto trovare la società pronta a coglierla. Non sappiamo ancora cosa diventerà NBA Europe, ma possiamo immaginare, nei nostri sogni, una competizione capace di valorizzare il basket europeo e di generare ritorni economici tali da permettere a Varese di essere presente sul mercato a 360 gradi, non solo su quello dei giocatori. Possiamo anche immaginare quanto il ritorno d’immagine possa aiutare il territorio. Per questo si auspicava, insieme alla Camera di Commercio e al Comune di Busto Arsizio, che la futura arena fosse collegata a MalpensaFiere. Non è andata così, ma tutto lascia pensare che Varese possa essere una delle franchigie coinvolte nel progetto, grazie alla sua collocazione strategica vicino a Milano e, allo stesso tempo, alla capacità di mantenere una forte identità autonoma. Cito una frase di Scola che mi ha colpito: “Un tempo c’era la Coppa dei Campioni, Varese ne era protagonista; poi è arrivata l’Eurolega e un domani potrebbe esserci NBA Europe”. Non dico che Varese tornerà a giocare dieci finali consecutive, ma è fondamentale che sia presente in quel contesto. Il territorio ha tutte le potenzialità: la provincia di Varese genera circa 30 miliardi di valore aggiunto e un export di oltre 14 miliardi, in forte crescita. La pallacanestro può diventare uno strumento per dare nuove prospettive di sviluppo, soprattutto ai giovani, all’interno dell’area insubrica dei laghi. Questo è l’auspicio che spero tutti possiamo condividere”.
Non pensa che il modello Varese, votato anche al lancio di tanti giovani in Prima Squadra, con l’alzarsi del livello dettato da NBA Europe, possa andare ad incagliarsi?
“Io parto da un presupposto: mi piace molto lo sforzo compiuto negli ultimi anni dal club per valorizzare il settore giovanile, anche attraverso la creazione della foresteria, che permette di mettere insieme ragazzi provenienti da tutto il mondo. Questo significa guardare ai giovani con grande attenzione. Siamo però in un momento storico in cui l’attrattività delle università americane è diventata talmente forte da ridurre molto il potere delle società europee nel trattenere i propri talenti. Se però riuscissimo a entrare in un circuito virtuoso, in cui questi ragazzi crescono qui, trascorrono al meglio quattro o cinque anni negli Stati Uniti e poi tornano in Europa — magari anche a Varese — il bilancio potrebbe diventare positivo. Servirebbero regole più chiare, con paletti definiti, ad esempio fissando una finestra tra i 19 e i 24 anni per l’esperienza universitaria. La Lituania rappresenta un esempio interessante: ha costruito da anni un percorso strutturato verso la NCAA e oggi ne raccoglie i frutti. Penso a Tubelis, dopo gli anni ad Arizona, o a Lukosius, che dopo l’esperienza a Cincinnati ha contribuito alla vittoria della Basketball Champions League con il Rytas Vilnius. Questo potrebbe essere anche il percorso ideale per Varese: formare giovani di talento, lasciarli crescere nel miglior contesto possibile e poi riportarli in Europa con un bagaglio tecnico, fisico e umano ancora più ricco. È il sogno che, da appassionato di pallacanestro, continuo a coltivare”.
Alessandro Burin






















