C’è una storia nella storia nei Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026 da parte dell’Italia. In una manifestazione che ha regalato tantissime gioie allo sport Azzurro, anche la provincia di Varese ha avuto gloria, in particolare con le prestazioni di due azzurri dell’atletica: Filippo Cappelletti e Vittoria Fontana.

Il primo ha conquistato l’oro nella staffetta 4×100 insieme ai compagni Lorenzo IanesDamiano Dentato e Filippo Randazzo; Fontana, invece, è tornata a brillare da autentica padrona dei 200 metri, mettendosi alle spalle un pesantissimo infortunio che ne ha condizionato tutta la scorsa stagione.

Due trionfi fantastici per questi ragazzi, legati indissolubilmente da chi ne guida i passi quotidianamente in allenamento: Giuseppe Cappelletti (papà di Filippo, ndr). Proprio con lui siamo andati a scoprire i segreti di questi trionfi e più in generale della crescita di due rappresentati sempre più importanti nel panorama dell’atletica italiana.

Che emozione ha provato per questi due successi?
«Mi sono emozionato molto. Vittoria è uscita da un infortunio molto grave quando a ottobre scorso le hanno riattaccato con un uncino il tendine del bicipite femorale al bacino, dopo che a Tokyo ai Mondiali si era fatta male ed era uscita in carrozzina. Si è ripresa in fretta, come sempre ha fatto dopo un infortunio. È un anno di transizione per lei, ma l’anno prossimo vogliamo portarla ad avere la seconda prestazione di tutti i tempi in Italia. Abbiamo da limare tre decimi e mezzo: questo è l’esito di sette mesi di lavoro dopo l’infortunio. Filippo aveva sbagliato la stagione sui 200 metri e si è ritrovato a fare bene sui 100. Lui non se lo aspettava, io abbastanza. È stata un’emozione forte. In prospettiva è una soddisfazione: c’è del lavoro davanti”.

Due vittorie che hanno anche due risvolti importanti per il futuro: per Filippo un’occasione di rilancio a livello internazionale, per Vittoria la ripartenza dopo il pesante infortunio…
“Sì, per Filippo è un trampolino di lancio perché chi ha sicurezza nei 100 metri riesce a fare qualcosa anche nei 200. Vittoria sta investendo molto per il futuro nonostante nove anni di anzianità di servizio con me: sopportarmi è stata dura, ma è di buon carattere. È arrabbiatissima per gli infortuni avuti, ma otterrà sicuramente di tanto ancora”.

C’è una caratteristica che li accomuna?
“L’ambizione. È seccante doverlo ammettere, ma è la differenza tra essere volitivo e volonteroso: loro sono volitivi, di un’altra categoria.
Sono persone che, quando vedono i risultati, diventano affamate e ne vogliono sempre di migliori. Io sono messo in croce perché, se non li porto a quel livello, sono messo male (ride,ndr). Tutti pensano che siano persone fortunate, ed è vero, perché hanno avuto un dono, ma poi questo lo devono coltivare ogni giorno sul campo di allenamento o di gara e non è una cosa così facile”.

Da papà, e non da allenatore, che soddisfazione prova nel vedere suo figlio esprimersi a questi livelli?
“E’ una soddisfazione anche per i miei sonni perché, quando lui non ottiene quello che vuole, lui dorme, io no. Se lui sta male per un infortunio, io non dormo, e lo stesso vale per Vittoria. Io mi emoziono per tutti e tratto tutti allo stesso modo in campo. Vivere così da vicino gli sforzi dei tuoi figli o di quegli atleti a cui ti affezioni molto diventa motivo di orgoglio ma anche di condanna, perché poi è chiaro che a livello emotivo vivi emozioni sempre fortissime. Lavori allora ogni giorno per cercare di portarli a fare sempre bene, anche perché poi la legge dello sport è chiara: se lavori bene ottieni, se lavori male, no”

Lei ha parlato tanto dei suoi ragazzi ma ci sarà anche un segreto da parte sua se loro performano così…
“Il mio segreto è che ho sempre studiato, a livello di corsi di specializzazione intendo, ma ho mendicato saperi da altre persone. Sono stato impertinente e questo mi è servito parecchio. Sete di sapere e umiltà sono state le mie direttrici. Certo, se uno si definisce umile è già dalla parte del non umile, ma io sono molto umile: sono passato dalla carità di saperi di altre persone e ancora adesso lo faccio. Più cose so, più seleziono, più applico e più cerco di aiutare i miei ragazzi a migliorare. Io non sono un buon allenatore, ma rimango un insegnante; non mi viene molto bene fare l’allenatore, l’insegnante sì. Forse i miei alunni non la penseranno così, ma l’allenatore è molto più freddo, preciso, ficcante e bastardo di un insegnante e molto spesso lo è più di quanto lo debba essere. Gli allenatori forti non sono molto umani, a me invece interessano ancora le persone ed i rapporti umani prima dei risultati. A differenza dei ragazzi, io voglio vedere uomini e donne che crescano in primis a livello personale e poi sportivo e spesso questo gli allenatori non lo vedono”.

Alessandro Burin

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