Agli inizi degli anni ’80, per noi “peones” cestistici, super affamati di pallacanestro, in arrivo dalle varie città della provincia, ritrovarsi la domenica mattina al “Lino Oldrini” rappresentava un appuntamento irrinunciabile. Il palazzetto era la nostra chiesa laica piazzata esattamente al centro di un villaggio in cui potevamo respirare e assaporare il basket. Quello vero. In tutte le sue innumerevoli forme.

La domenica mattina sotto le volte di Masnago avevamo l’occasione, unica, rara, imperdibile di vedere all’opera nel corso di accesissime sfide dei campionati Cadetti e Juniores Nazionali i più bei talenti del futuro panorama baskettaro italiano. Con sentimenti in bilico tra ammirazione, stupore, grande interesse e immancabile invidia noi “poveracci” assistevamo, certamente rapiti, a memorabili sfide tra le varie edizioni della DiVarese allenate da Beppe Regni, Joe Isaac, Lamberto Calore, Giulio Besio e le avversarie classiche di quei tempi: Olimpia Milano, Pallacanestro Cantù, Auxilium Torino, Robur et Fides, Virtus Bologna e altre ancora. Nel corso di quelle sfide abbiamo visto transitare sul parquet varesino quelli che poi, per tante stagioni, avrebbero scritto pagine interessanti, e intense, anche in serie A: Cecco Vescovi e Max Ferraiuolo per Varese; Ricky Morandotti e Davide Pessina per Torino; il poker canturino formato da Bosa-Fumagalli-Martin-Sala, Andrea Blasi per Milano e via di questo passo.

Ma insieme a questi potrei citare almeno 3 dozzine di giocatori che hanno fatto, molto bene, il loro dovere nei campionati minori. Tra tutti, restando in ambito varesino, spicca il nome di Alberto Gatti, classe 1965, ala grande di 200 cm che, terminata l’avventura nelle giovanili della Pallacanestro Varese, si è costruito una carriera splendida, lunga e vincente soprattutto in serie B1, categoria nella quale per il suo valore era considerato un “americano”.

“Americano? – chiede in tono disincantato Gatti -. Ma sì, ci sta perché in effetti, e senza voler apparire presuntuoso, tratto caratteriale che davvero non mi appartiene, per il ruolo che ricoprivo, ala grande o, se volete, pivot con pochi centimetri, ero un giocatore “di pregio”, merce rara e abbastanza ricercata in un campionato come la B che, ai tempi, non  consentiva l’utilizzo di giocatori stranieri”.

Dopo questa brevissima scheda tecnica personale possiamo iniziare a costruire la tua storia…
“Sono nato nel 1965 a Busto Garolfo, distante da Legnano pochi chilometri in linea d’aria e da ragazzino, seguendo le orme di mia sorella Maria Grazia, mi dedico anch’io all’atletica facendo corsa campestre e salto in alto, ma senza particolare passione. Poi, improvvisamente, nell’estate del 1979 cresco di 15 centimetri e mi ritrovo a sfiorare due metri, un’altezza che, come puoi ben immaginare, cambia drasticamente tutte le mie prospettive. A quel punto cambiano anche i riferimenti famigliari: abbandono l’atletica e spinto da mio fratello Francesco, che gioca già a pallacanestro nella Pallacanestro Busto Garolfo, finisco anch’io in palestra”.

Com’è il tuo primo impatto con il basket? 
“In tutta sincerità devo dirti che ‘sta pallacanestro non mi fa impazzire, un po’ perché di basket non so nulla e tanto perché, essendo un paio di spanne più alto di tutti ma totalmente incapace rispetto ai miei compagni, mi sento abbastanza a disagio. Però, sostenuto dalla grande passione di mio fratello e dai consigli di coach Giovanni Paganini, che allena le squadre giovanili del mio paese, di fronte alla difficoltà non getto la spugna e mi metto alla prova. Coach Paganini, che ci vede lungo, segnala il mio nome a coach Gigi Mondani, ottimo allenatore di Pallacanestro Legnano il quale, dopo un classico “provino”, mi convince ad accettare il trasferimento nella società legnanese. Coach Mondani, con grande attenzione, si prende cura di me e di un ragazzo di Borsano, Marco Genoni, ci scarrozza tutti i giorni sulla rotta casa-palestra-casa ed è il nostro impareggiabile maestro di fondamentali. Grazie a coach Mondani, che mi insegna praticamente tutto quello che c’è da sapere sulla pallacanestro, nel giro di pochissimo tempo brucio le tappe, entro in pianta stabile nel gruppo dei nati nel 1964 e 1965 di Pallacanestro Legnano che, ancora oggi, viene ricordato e celebrato come uno dei migliori mai espressi dal vivaio biancorosso. Giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, confortato anche dai risultati che cominciano ad arrivare, la pallacanestro da oggetto misterioso diventa la mia ragione di vita e il mio pensiero principale. A 16 anni oltre a giocare da protagonista nel campionato Cadetti Nazionali esordisco in prima squadra in serie C. Questo doppio impegno accende su di me il faro della visibilità e in quel periodo, anno 1981-1982, ricevo diverse offerte. Si interessano a me Olimpia Milano, Pallacanestro Varese, Pallacanestro Cantù, Virtus Bologna e persino Basket Udine, per tramite di coach Ettore Messina che mi aveva visto ai raduni delle nazionali giovanili. Alla fine, sia per la vicinanza a casa, sia per il prestigio della società, scelgo Pallacanestro Varese”.

Cosa succede col salto di livello?
“A 17 anni mi trasferisco a Masnago per giocare nel gruppo dei nati nel 1965 insieme a Ferraiuolo, Lo Duca e altri. Varese infatti, stante l’abbondanza di giocatori, iscrive al campionato Juniores Nazionali, ben due squadre. Una, molto forte e attrezzata, schiera solo i nati nel 1964 – tra gli altri Vescovi, Giani, Guidotti, Prina, Pol, Sterzi, Ferrè e compagnia -, e un’altra, come detto, composta dai noi che siamo classe 1965. Il gruppo dei ’64, allenato da coach Joe Isaac, conquista le Finali Nazionali, mentre noi del 1965 con alcuni ’66 e anche ’67, allenati da coach Dodo Colombo, siamo eliminati nella fase interzonale.  Nel mio secondo anno da Juniores coach Isaac mi vuole come aggregato fisso in prima squadra e contestualmente al percorso varesino continua molto bene anche l’esperienza nelle squadre giovanili della Nazionale Italiana. Con la canotta dell’Italia vinciamo i prestigiosi “Torneo Shape” e  “Trofeo Mannheim” e soprattutto partecipiamo ai Campionati Europei di Stoccolma nei quali disputiamo la finalissima perdendola di un punto contro la Russia di Sabonis. Insieme al sottoscritto giocano Morandotti, Minto, Longo, Capone, Del Buono e altri che saranno protagonisti per diversi anni sia in serie A sia nelle categorie minori. In panchina ci guida coach Mario Blasone che, in allenamento, urla a più non posso la sua frase classica: “Giaguari miei, voglio vedervi correre con la faccia deformata dalla velocità!” Insomma: dai raduni delle Nazionali torno sempre migliorato sotto tutti i punti di vista e, in ogni caso, conservo un buonissimo ricordo del periodo, praticamente senza sosta e senza riposo, trascorso nelle giovanili. Considero i 4 anni,  disputati con le maglie di Pallacanestro Legnano, Pallacanestro Varese e Italia assolutamente decisivi per lo svilupo della mia carriera tra i senior”.

Quando si chiude l’esperienza giovanile cosa succede?
“Succede che coach Riccardo Sales mi vuole come aggregato fisso alla prima squadra e, per 2 stagioni, quelle targate Star e Ciao Crem vivo la mia prima avventura da professionista del basket. In questo senso è particolarmente positiva la seconda annata nella quale andiamo forte su tutti i fronti. In Coppa Korac, in un’angusta palestrina di Bruxelles, ci giochiamo la finalissima perdendo di poco contro la Simac Milano dei fenomeni D’Antoni, Meneghin, Premier, Joe Barry Carroll e compagnia. In campionato chiudiamo con un bellissimo quarto posto la stagione regolare, ma nei playoff affrontiamo la nostra bestia nera Caserta che, più in forma e fortunata, ci elimina con un secco 0-2. Con questa delusione si conclude il mio percorso in serie A al termine del quale non posso far altro che ringraziare tutti quanti poiché sia tra i componenti dello staff tecnico sia tra i giocatori ho avuto la fortuna di incontrare grandi persone, vedi l’aiuto ricevuto da Sacchetti, Dino Boselli e Gigio Mentasti, la simpatia di Anchisi e Caneva, i suggerimenti di “Ciccio” Thompson in allenamento e quelli di Sandrino Galleani in spogliatoio. Di fatto, tutti mi hanno preso per mano facendomi crescere sotto tutti i punti di vista”.

Come mai non resti a Varese?
“Prima di tutto perchè in quella squadra non avrei trovato spazio e in seconda battuta perchè nelle due stagioni in serie A non riesco a completare una transizione tecnica efficace spostando il baricentro del mio gioco da sotto canestro al perimetro. Di fatto, con soli 2 metri “da spendere”, in serie A sono troppo piccolo per giocare da numero 4 ma, allo stesso tempo, non ho i fondamentali, né il passo per giocare in ala piccola. Poi, aspetto da considerare, Varese per i suoi allenamenti ha più bisogno di un’ala grande in grado, all’occorrenza, di giocare anche da centro. Tutto l’esatto contrario del sottoscritto”.

Così, come procede la tua carriera?
“In uscita da Pallacanestro Varese la mia intenzione è quella di trovare sistemazione in A2 o B1 per farmi le ossa, ma di mezzo c’è il servizio militare e, in attesa, finisco nella compagnia atleti a Vigna di Valle. Purtroppo però il Colonnello Marinangeli, padrone supremo dei destini dei “poveri militari atleti”, proprio in quella stagione, avendo l’idea di allestire uno squadrone per vincere il campionato di serie C, decide di concedere il via libera solo ai giocatori che fanno effettivamente parte dei roster della serie A. Così, resto in caserma insieme a ragazzi di altissimo livello: il mio compagno Alberto Prina, Blasetti di Rieti, Stama di Ancona, Mescalchin da Padova, Autino di Vigevano e altri ancora. Con questo gruppo stravinciamo il campionato e, per fortuna, l’anno in grigioverde passa serenamente, con enorme divertimento e soprattutto in fretta”.

Così l’anno dopo inizia, finalmente, la tua vera carriera da “Pro”
“In quella estate Marino Zanatta, general manager della DiVarese, per me e Prina trova collocazione a Fabriano Basket. Nella formazione marchigiana vivo una stagione poco soddisfacente al cui termine accarezzo, addirittura, l’idea di smettere con la pallacanestro. A farmi recedere da questi pensieri brutti e malsani interviene coach Martinoia, che dopo avermi allenato alle Forze Armate, mi vuole a tutti i costi a Campobasso, in serie B2. Martinoia dopo aver costruito uno squadrone – tra gli altri Icio Trotti, Gatto, Pastorello, Romito -, mi considera la ciliegina sulla torta, ossia il tassello perfetto per completare il “puzzle”. E, in effetti, è esattamente così: vinciamo il campionato in carrozza, siamo promossi in B1 e per la prima volta nella vita mi sento davvero un giocatore. A Campobasso infatti percepisco la fiducia nei miei confronti, elemento indispensabile per mettersi in luce, sono titolare, gioco molto bene e contribuisco in maniera concreta al salto di categoria. A Campobasso rimango altre 3 stagioni, in B1, durante le quali mi affermo come miglior rimbalzista del girone, partecipo a 4 All Star Game e gli addetti ai lavori, nei loro commenti, mi considerano una sorta di “americano”  prestato alla categoria. Il mio viaggio a Campobasso finisce, un po’ controvoglia, quando il club molisano accusa problemi per ragioni logistiche dovute alla mancanza di un impianto. Lascio la città per giocare, sempre in B1, a Ravenna, club ambizioso che ha nel mirino il salto in serie A2. La società allestisce una squadra oggettivamente fortissima – Caiti, Romano, Raffin, Zanus Fortes, Romano, Patrizi – ma altrettanto oggettivamente sbagliata tecnicamente, tatticamente e soprattutto umanamente con le guardie e gli esterni che si guardano in cagnesco e poi passano la palla dalla parte opposta. Il gruppo che trovo a Ravenna è, come si usa dire, una raccolta di “figurine” con numerosi giocatori che sono “doppioni” uno dell’altro, con gerarchie mal definite e con troppi galli nel pollaio, troppi aspiranti protagonisti e nessuno pronto a sporcarsi le mani con una pallacanestro umile e “operaia”. Con queste premesse la stagione parte male e finisce peggio, ossia con una retrocessione certamente clamorosa. Io comunque resto a Ravenna, in B2, disputando un buon campionato, ma senza centrare il ritorno in B1. Il presidente però, assai poco soddisfatto dell’andazzo, compra i diritti di B1 da Montichiari e sposta la squadra a Cervia, ma si tratta di un gruppo con la data di scadenza già segnata: giugno 1994. Il tutto perchè un ramo della famiglia impone al nostro presidente lo stop di una passione, il basket, molto dispendiosa. Ma, scherzo del destino, tra la sorpresa generale, vinciamo il campionato e saliamo in A2. Questo eccellente risultato non fa cambiare idea alla famiglia del “Pres” che dopo la vittoria vende i diritti a Modena e una buona parte della squadra si trasferisce 140 chilometri più a ovest”.

E tu, cosa fai?
“Io non mi muovo perché, seppur stimolato dall’idea di giocare in A2, in quel periodo mi sposo con Giusy e metto su casa proprio a Ravenna. Così, accetto il trasferimento a Cento, in B1, ma anche qui “ballo” una stagione sola perché alla fine del campionato il club centese, stritolato da problemi economici, chiude i battenti e a me tocca trovare, di nuovo, un’altra sistemazione. Tra le diverse offerte ricevute la migliore è sicuramente quella di Ozzano che partecipa alla serie B2. Infatti la squadra allestita, più che competitiva, mi permette di arricchire il mio palmares con un altro campionato vinto salendo dalla B2ù alla B1. Resto a Ozzano per altri due campionati più che soddisfacenti, poi nell’estate del 1998 scelgo di giocare, ancora in B2, a Lugo di Romagna per due anni e per altre due stagioni a Ravenna in serie C. A Ravenna però, sia per la categoria, sia perché il campanile degli anni, già 38, inizia a suonare con rintocchi più frequenti cambio le mie prospettive di vita e inizio a lavorare. Essendo io uno “smanettone” appassionato di informatica, trovo lavoro come programmatore e amministratore di reti informatiche. Alla fine del secondo anno ravennate i problemi alla cartilagine del ginocchio si acuiscono obbligandomi ad un intervento di pulizia dell’articolazione che mi tiene lontano dai campi per circa sei mesi. Intanto mia moglie, nativa di Campobasso, ottiene finalmente il trasferimento lavorativo nella sua città natale, così anch’io colgo al volo l’opportunità di tornare in un luogo che, per mille ragioni, considero casa mia”.  

Una volta tornato a casa come procede la tua vita?
“Dopo aver sistemato, con tanto lavoro di riabilitazione e altrettanta pazienza, i problemi al ginocchio riprendo a correre sui due fronti. Cestisticamente gioco in serie C1 a Campobasso per un paio di stagioni poi, col solo obiettivo di divertirmi e restare in forma, disputo altri due campionati nelle serie minori e nel 2010, a 45 anni suonati, appendo definitivamente le scarpe al chiodo. Invece sotto il profilo  lavorativo proseguo il mio percorso come esperto informatico in un’azienda molisana”.

Da allora c’è ancora basket nella tua vita?
“Poca pallacanestro in verità. Giusto qualche partita a scopo benefico – vedi acquisto di alcuni defibrillatori o iniziative legate al sostegno di varie associazioni – e, ogni tanto, qualche ora trascorsa al campetto in compagnia dei miei figli”.

Famiglia?
“Ho due figli: Andrea, 24 anni, laureando in ingegneria biomedica e Matteo maturando al Liceo Scientifico. Entrambi sono appassionati di pallacanestro, specialmente Matteo, ma sono più dediti allo studio”.

A questo punto, come da tradizione, questa interessante chiacchierata si chiude con le tue “nomination”. Iniziamo dalla tua squadra del cuore delle giovanili…
“Le squadre che smuovono sentimenti profondi e incancellabili sono due: il gruppo della Pallacanestro Legnano della classe 1964-1965 e quello della Nazionale Juniores. Parlando di Legnano, come ho già detto, non avevo mai preso in mano un pallone seriamente ma in compagnia di quei ragazzi meravigliosamente accoglienti e disponibili – Genoni, Re, Rotondi, Ponzelletti, Girotti, Ferrè, Pompa, Dell’Acqua, Galli -, tutti molto più avanti e pronti rispetto a me, ho vissuto le mie prime emozioni legate allo sport. L’emozione dei primi allenamenti davvero massacranti. L’emozione del primo esordio. L’emozione delle prime vittorie importanti e, di più, l’emozione del sentirmi per la prima volta, protagonista sul campo. Devo quindi a loro, e a coach Gigi Mondani, gran parte della mia evoluzione cestistica e per questi motivi non li ringrazierò mai abbastanza. Argomentando di Nazionale ricordo con grandissimo piacere quei due anni trascorsi con ragazzi simpaticissimi, generosi, disponibili, tutti accomunati da un grande senso di appartenenza alla maglia azzurra. Un affiatamento che sentiamo tuttora, tant’è vero che abbiamo creato una chat del “cazzeggio azzurro” e, a riprova dell’indistruttibile affetto che ci lega, ogni estate c’è un appuntamento fisso e irrinunciabile per ognuno di noi: il ritrovo casa di Cocchia, sulle colline senesi, per raccontarcela e passare insieme un paio di giorni davvero gioiosi e spensierati”.

Quale invece la tua squadra del cuore a livello senior?
“Anche in questo caso le formazioni da citare sono due. Quella del mio primo anno a Campobasso in una squadra nata quasi per magia in cui, oltre ad essere giocatori, si è amici dentro e fuori dal campo, senza mai invidie, gelosie e “facce storte”. Squadre che, aggiungo, in 25 anni di carriera professionistica mi sono capitate molto raramente. L’altro gruppo che vorrei ricordare è quello con cui a Cervia, in maniera clamorosamente inaspettata, abbiamo vinto il campionato. Essere stato il Capitano di quella squadra, che i più benevoli e generosi hanno definito come composta da “scappati di casa”, mi inorgoglisce ancora oggi. Poi, è vero, ho avuto la fortuna di giocare in altre squadre vincenti, ma a livello emotivo quelli restano i gruppi simbolo della mia vita da giocatore”.

Chi sono invece gli allenatori della vita a livello giovanile e senior?
“A livello giovanile vado senza esitazioni su coach Gigi Mondani. Per il livello senior scelgo coach Riccardo Sales che dal punto di vista tecnico mi ha trasmesso tantissimi insegnamenti. Coach Sales mi ha, per così dire, portato in un’altra dimensione facendomi capire l’importanza dello studio tecnico e tattico che precede la preparazione delle partite. Poi coach Joe Isaac, bravissimo per la sua straordinaria capacità di trasmettere novità tecniche e metodologiche portate direttamente dagli USA: allenamenti di aerobica e coordinazione, allenamenti con la musica, allenamenti con materiali per noi nuovissimi. Infine, sempre a livello senior, devo una citazione particolare a coach Martinoia col quale sono sempre stato sulla stessa lunghezza d’onda tecnica e umana, una sorta di afflato naturale”.

Quale la partita o le partite che ti piace ricordare?
“Beh, direi che sul podio c’è il debutto, memorabile, con la maglia di Campobasso: 39 punti e 11 rimbalzi in trasferta a Pozzuoli. Un “battesimo” che è ancora nella memoria mia e di tutti i tifosi. Una prestazione che, peraltro, ripeto anche alla terza giornata. Da giovanissimo mettevo in campo un atletismo davvero esagerato perché un secondo dopo aver preso il rimbalzo ero già dall’altra parte del campo prontissimo a ricevere i passaggi “laser” di Flavio Pastorello, playmaker fantastico e intelligentissimo con cui, per anni, abbiamo formato un asse play-ala pivot di livello altissimo per le “minors””.

L’avversario più difficile e rognoso?
“Contro Marco Martin, lungo scuola Cantù, erano sempre battaglie durissime che spesso superavano il limite dell’agonismo”.

Hai il rammarico di non aver mai assaggiato la vera serie A?
“In tutta sincerità no perché, essendo pragmatico per natura, ho capito abbastanza in fretta che non avevo le caratteristiche tecniche e fisiche per giocare nel massimo campionato. Ma allo stesso modo, forte di questa consapevolezza, ho sempre lavorato duramente per essere un giocatore “top” nelle categorie sotto: A2 e B1 e, a conti fatti, mi sembra di esserci riuscito. Quindi, benissimo così. Sono felice per quello che ho raccolto perché ho avuto una carriera lunga e, nel mio piccolo, costellata da numerose soddisfazioni sportive. Un cammino reso stupendo da alcune relazioni umane che mi hanno arricchito e che, con mia grandissima gioia, proseguono tuttora. Quindi, sì, tirando una riga e mettendo il tutto a bilancio posso dire di essere stato fortunato per aver vissuto oltre trent’anni nell’ambiente sportivo in uno sport, la pallacanestro, che all’inizio nemmeno mi piaceva. Davvero incredibile”.

Massimo Turconi

Articolo precedenteCassano Magnago si prende il derby lombardo con Cologne: al PalaTacca finisce 31-29 nell’anticipo
Articolo successivoVarese Basketball, Luppattelli: “Incredibile essere qui. Lavoro per crescere ogni giorno, sogno la NBA”

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui