
E’ stato un trionfo tanto importante quanto prestigioso quello che ha ottenuto il gruppo Under 13 di ABA Legnano al 48° Trofeo Garbosi. Una vittoria che poi è termometro dell’ottimo lavoro portato avanti fino ad oggi da un gruppo di ragazzi sicuramente molto forte di per sé che sotto le mani di coach Stefano Damaso sta trovando una dimensione di rilevanza nazionale ed internazionale sempre più marcata.
Proprio con il coach ex, tra le altre, di BBG Gallarate, abbiamo fatto il punto su questo successo e più in generale sul percorso dei suoi ragazzi.
Coach, cosa vuol dire vincere un Garbosi?
“Mi riempie di orgoglio, parliamo di un torneo di altissimo livello anche di respiro internazionale, uno dei più importanti in Italia per le categorie U13 e U14 assieme all’Innocentin. Non parlo solo da un punto di vista sportivo quanto dell’esperienza di vita che vivono i ragazzi, stando insieme praticamente tutto il giorno per 4-5 giorni di fila. Ciò che più mi ha lasciato soddisfatto è stato proprio vedere come questi ragazzi abbiamo fatto gruppo e poi la vittoria è stata la più bella sublimazione di tutto questo”.
Un trionfo che è passato da vittorie importantissime come quelle con Team Ohio, Olimpia Milano e Virtus Bologna…
“Sì, sono stati tre successi sicuramente importanti e di livello. A parer mio, quella con Team Ohio è stata una delle partite più difficili, perché loro hanno mostrato una qualità tecnica impressionante. Con Milano si sapeva che sarebbe stata una battaglia: abbiamo avuto problemi di falli, con i nostri tre migliori giocatori fuori per tutto l’ultimo quarto, ma la voglia di non perdere, più che di vincere, ci ha permesso di rimanere avanti e vincere.
La finale con la Virtus, come un po’ tutte le finali di tornei così lunghi, ha messo in luce la stanchezza dei ragazzi ma è stata comunque una bellissima sfida. I ragazzi stanno acquisendo sempre più consapevolezza in loro stessi e questo si è visto molto durante il Garbosi”.
Una vittoria che vale come termometro del lavoro fatto da inizio anno?
“Dopo il successo ottenuto con Milano in campionato, dove abbiamo vinto di oltre 50 punti, andiamo in giro con il ‘bollino’ di essere i più forti. Se sei un senior questa cosa la gestisci più facilmente, ma se sei un ragazzino di 12-13 anni è diverso, ammesso che esista davvero un bollino così da poter applicare a una squadra. I miei ragazzi in questi mesi sono stati bravissimi ad affrontare tutto con il sorriso, facendo vedere ciò che sappiamo fare senza essere mai spocchiosi, anche se tante partite magari diventano poco equilibrate. Troviamo sempre forza nel gruppo. Capiscono il loro valore nel collettivo e nella singola partita, e questa cosa mi fa molto piacere, perché è un segno di maturità per dei dodicenni. Sappiamo tutti cosa potrebbe succedere alla fine dell’anno: noi cerchiamo di fare il nostro, migliorando il giocatore individualmente. Se poi i risultati arriveranno saremo felici, ma non è l’unico obiettivo dello sport a 13 anni.”
Questa vittoria è anche per lei un bel traguardo dopo l’ottimo lavoro fatto l’anno scorso tra HUB e BBG Gallarate come assistente in B Interregionale in una stagione davvero travagliata. A che punto della sua carriera si vede? Vorrebbe provare un’esperienza su fasce più alte o le piace rimanere legato alle fasce basse d’età?
“Intanto dico che non mi reputo arrivato: lo sport e il mondo sono in continuo cambiamento, bisogna sapersi migliorare e studiare cose nuove. Negli ultimi 3-4 anni ho avuto la fortuna di raggiungere dei risultati sì frutto del lavoro ma soprattutto di ciò che hanno fatto i ragazzi, che sono i protagonisti in campo. Qualsiasi traguardo, a questa età, dove tatticismi e strategie sono limitati, passa dalla crescita individuale del ragazzo, che fa crescere di conseguenza anche il gruppo. Devo ringraziare i giocatori di quest’anno, così come quelli dell’HUB l’anno scorso: gruppi davvero fantastici. E’ difficile dire cosa sceglierei tra allenare ragazzi più grandi o rimanere sulle fasce basse: ci sono alcune cose delle fasce più alte che ho apprezzato lavorando con Morganti a Gallarate l’anno scorso, dinamiche tattiche e relazionali diverse ovviamente da quelle che si hanno quando si allenano i ragazzini. Allo stesso tempo, ci sono aspetti dei più giovani che mi piacciono moltissimo, come il fatto che ti vedano come un punto di riferimento per diventare professionisti: hanno voglia di apprendere e pendono dalle tue labbra. Il rapporto con un ragazzo dai 19 anni in su è diverso rispetto a quello di uno di 12-13 anni, così come cambia il modo in cui ti approcci. Scegliere tra i due? Non l’ho ancora fatto. Ho 30 anni, sono un ‘giovane vecchio’ allenatore, e penso di poter ancora imparare molto. Voglio farlo senza pormi limiti.”
Alessandro Burin






















