Cara Valce ti scrivo e ti dico grazie”. Comincia più o meno così il dialogo con Daniele Efrem, l’allenatore che negli ultimi tre anni ha guidato la Valceresio e che al termine di quest’ultimo campionato ha deciso di non proseguire la sua avventura. 
Guardarsi indietro, a volte, serve anche per tirare le fila, ripercorrere la strada con occhi diversi, e arrivare in fondo a quel vicolo consapevole di aver dato tutto. E ricevuto altrettanto.

Tre anni fa non avrei pensato di vivere ciò che ho vissuto qui, qualcosa che è andato oltre i risultati. Tre anni fa, però, scelsi le persone, scelsi Riccardo Carini, quel direttore sportivo che mi ha fortemente voluto e mi ha convinto spiegandomi l’amore che nutriva per questi colori, scelsi il presidente Cantelmo alla prima chiacchierata, scelsi di ripartire in salita, con una squadra neo retrocessa in Seconda Categoria e tutti i fari puntati addosso. Non fu facile, anzi, ma vincere non è mai facile, tantomeno la Seconda Categoria. Ce lo dimostra la Valcuviana quest’anno, uno squadrone con un signor allenatore che è riuscita a spuntarla solo negli ultimi 90 minuti, o il Laveno due anni fa, che con un altrettanto bravo allenatore come mister Iori, riesce ad approdare in Prima tramite i playoff lasciando spazio al Brebbia”. “Ma la cosa più difficile di quell’anno fu accettare l’assenza di Cristian Pallaro, venuto a mancare poche settimane prima dell’inizio della preparazione, lasciando un vuoto incolmabile. Io l’ho conosciuto per un mesetto, ho un rapporto speciale con i suoi genitori, ma i ragazzi avevano giocato con lui, erano cresciuti con lui e non riuscivano più a sorridere. Una grossa mano ce la diede suo padre, sempre presente, sempre sorridente, tant’è che dopo la partita a Cuasso quasi mi arrabbiai, dicendo ‘se ce la fa lui, ce la facciamo anche noi a sorridere’, sarà stata una coincidenza ma da lì è partita una cavalcata che ci ha portato al titolo”.

Quello che abbiamo creato in questi tre anni prosegue il tecnicoè qualcosa che mi porterò per sempre, a partire dal gruppo, per me il gruppo fa sempre la differenza. Noi sappiamo cosa abbiamo vissuto dentro quello spogliatoio e no, non è stato tutto rose e fiori, ma è stato reale, è stata un’unione tra staff tecnico e ragazzi che difficilmente si trova in giro, e quello che abbiamo creato l’ho toccato con mano anche nei tanti messaggi ricevuti da persone che sono andate via. Quando mi chiedono consiglio anche per situazioni extra calcio, quando mi fanno l’in bocca al lupo prima dei playoff, capisco che davvero siamo andati oltre”.

Oggi che la tensione è allentata e le scelte chiare, c’è più lucidità nell’analisi del percorso? 
Ma io credo che le discrepanze finiscano in secondo piano quando vedi ciò che è stato costruito insieme. Sono stati tre anni bellissimi, tre anni dove i ragazzi sono stati i veri protagonisti. Devo ammetterlo: sono stato fortunato. Ho allenato gente come Ghizzi e Libralon che hanno dimostrato una professionalità, una serietà ed un rispetto dei ruoli incredibile, insegnandomi tantissimo, ma ho imparato tanto e da tutti, da loro come dai 2004, e questo non è mai scontato”.

Rimpianti ed orgoglio?
Rimpianti (sospira ndr) Picetti per un anno intero non mi avrebbe fatto schifo (ride ndr), ma forse ancor di più Di Carluccio ai playoff, è chiaro che era lì con noi ma l’assenza della sua personalità in campo si è sentita, è stato il nostro capitano, il nostro punto di riferimento, giocare quella semifinale senza di lui ha pesato, ma al di là di questo, che poi sono cose di calcio, cose che succedono e che non dipendono da nessuno, non ho grossi rimpianti. Anzi si: i finali di alcune partite di questo campionato. Abbiamo perso dei punti che alla fine hanno avuto un peso specifico enorme, basta guardare la classifica per accorgersene visto che la vetta è rimasta a 6 lunghezze, lì non siamo stati abbastanza bravi, questo me lo rimprovero, avremmo potuto fare di più”. “Il mio orgoglio, invece, ha dei nomi precisi: Caravà, Luca Premoli e Insirello, quando vedi dei giovani crescere così tanto, ti senti davvero appagato”.

Il futuro ha già bussato alla tua porta? 
Al momento no. Ho staccato, mi sto rilassando in queste settimane, senza il pensiero assillante del calcio. Se mi viene proposto un nuovo progetto devo dire “Cazzo che bello” per accettare. Altrimenti non ne faccio un dramma, tanto sarei comunque a bordocampo a godermi qualche partita. Alla fine alleno da 6/7 anni consecutivi, covid permettendo, fermarsi fa parte del percorso, succede in serie A, vuoi che non succeda a noi”.

C’è da chiudere un cerchio, come la finiamo questa lettera?
Eh, con un grazie. Anzi più di uno. Lucio, Filippo, il Taglia, Vins, Beppe, Walter, il Mauri, il mio staff, li cito così perché è così che li ho sempre chiamati in questi anni, ed è così, con semplicità, che me li porto dentro; un grazie anche a Vita, giocatore e uomo esemplare in questi tre anni”. Tutto qui? Tutto qui. La Valceresio mi ha reso un allenatore migliore ed un uomo migliore, l’ho detto, sono stato fortunato”. Ma anche bravo. Nel calcio dilettantistico si vincono campionati, si perdono playoff, si cambiano maglie e panchine. Poi però ci sono le storie che restano: il cerchio è chiuso, ma è pieno di un’avventura che lascia il segno e diventerà base solida, ma allo stesso tempo trampolino, per tutto ciò che sarà. Il resto lo hanno fatto gli occhi lucidi e quei sospiri prima di ogni risposta, durante questa chiacchierata; non sono mai stati casuali. Sono il segno silenzioso di qualcosa che nel calcio capita raramente: lasciare un posto sapendo di averci messo dentro tutto, portandosi via, forse, ancora di più.

Mariella Lamonica

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