
La notizia di quella che, a tutti gli effetti, è stata un’auto esclusione dal campionato di Serie B Interregionale da parte di Progetto Ma.Go a una giornata dal termine del campionato ha scioccato un pò tutti gli addetti ai lavori, i tifosi e gli appassionati. Ma la decisione non è stata un fulmine a ciel sereno quanto l’epilogo di una situazione economica complicata, che da mesi perdurava e che era giunta ad un punto di non ritorno.
Per fare chiarezza abbiamo sentito quello che quest’anno è stato il coach della squadra, Gabriele Donati.
Donati, perché avete preso come gruppo squadra la decisione forte di opporvi a questa situazione ad una giornata dal termine del campionato e non prima?
“Come spiegato nel comunicato, era una situazione che si protraeva nel tempo. Volevamo comunque portare a termine la stagione, pur sapendo di lasciare qualcosa di arretrato alla società. Nel corso dei mesi abbiamo cercato di capire se ci fosse la possibilità di venirci incontro, ma questo non è mai avvenuto. La società ci ha dato rassicurazioni verbali sul pagamento degli stipendi prima a ottobre, poi a gennaio, fino al contributo extra che garantiva tre mezze mensilità, arrivando a martedì scorso, da quando con il presidente Tomasich non ci sono stati più contatti. Abbiamo avuto un confronto con la società: a fronte di sei mesi di stipendi non pagati, abbiamo chiesto tre mensilità per chiudere la stagione. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma ci saremmo aspettati almeno un passo verso di noi, invece ci è stato detto che non c’era la possibilità di fare questo ed anzi che se avessimo voluto andare a Pavia, avremmo dovuto farlo con le nostre macchine. I giocatori, in particolare, hanno espresso un forte malessere, con grandi difficoltà a proseguire. Sabato abbiamo deciso che non c’erano più le condizioni per andare avanti, anche se ci è dispiaciuto molto. Sicuramente nei mesi precedenti abbiamo sbagliato a valutare la situazione; allo stesso modo, anche la società ha sbagliato a valutare qualcosa che pensava potesse risolversi. Per alcuni membri dello staff gli arretrati erano di circa un anno: è stato davvero complicato, in certi momenti, tenere la squadra concentrata. C’era anche la preoccupazione per i playout da organizzare senza più una figura di riferimento”.
Da allenatore e da professionista, quanto l’è pesato prendere questa decisione?
“Molto. Mi ero ripromesso, a prescindere da tutto, di portare a termine la stagione, ma i miei primi interlocutori sono i giocatori. Già da giovedì avevo capito la situazione: lo stato d’animo era compromesso, come se la spina fosse stata staccata. La mia paura è diventata quella di perdere i ragazzi anche dal punto di vista fisico, affrontando trasferte lunghe e impegnative. Sabato ho percepito che sarebbe finita, per mancanza delle motivazioni minime. Il gruppo era logorato emotivamente: a un certo punto non basta più nemmeno giocare per sé stessi.”
È incredibile pensare che l’anno scorso a questo punto stavate lottando per la vittoria del campionato ed ora siete in questa situazione…
“Anche l’anno scorso non è stato tutto rose e fiori dal punto di vista economico visto che non sono stati completati i pagamenti degli stipendi. Però quel gruppo aveva un obiettivo chiaro, era composto da giocatori con caratteristiche emotive e tecnico-tattiche diverse e l’unità d’intenti è andata oltre tutto, mettendo in secondo piano l’aspetto economico. Il reiterarsi della situazione, però, è diventato un fardello difficile da sostenere. Già a novembre di quest’anno si erano avvertiti i primi segnali di difficoltà, anche se abbiamo cercato di tenerli sotto traccia, soprattutto in campo, senza mai dare l’impressione di una squadra allo sbando. Probabilmente la società si aspettava che la stagione venisse comunque portata a termine.”
C’è qualcosa di positivo che si può tirare fuori da tutto questo?
“Sicuramente sì. I ragazzi hanno lavorato bene fino alla fine e sono cresciuti. Ci sono stati momenti decisivi in negativo purtroppo che hanno segnato la nostra stagione, come l’infortunio di Moscatelli che non ci ha aiutato, ma anche altri positivi, come la crescita di Doneda, partito in sordina e diventato uno dei migliori della categoria. Da questi tre anni mi porto dietro rapporti con staff e giocatori che resteranno indimenticabili, nel bene, come la vittoria di un campionato l’anno scorso e nel male, come l’epilogo di questa stagione”.
In queste settimane si è accostato il suo nome quale prossimo possibile allenatore della Robur Et Fides, è così?
“In questo momento il mio primo obiettivo è disintossicarmi da questa situazione, che non è stata facile. Devo superare questo piccolo trauma, poi penserò al futuro. Cerco qualcosa di concreto, di tangibile, senza più false promesse. Non ho particolari priorità o avversioni. È chiaro che la Robur è stata casa mia: lì sono cresciuto come giocatore e allenatore, al momento però non ci sono stati contatti, se ci saranno valuterò la situazione con molta attenzione”.
Si sente in qualche modo tradito da qualcuno?
“Tradito no, ma avrei voluto essere coinvolto direttamente nel momento in cui sono emersi i problemi, diventando un alleato e non qualcuno dall’altra parte. Nelle difficoltà è più efficace affrontare le sfide insieme piuttosto che da soli. L’ho detto più volte in questi anni, ma forse non è stato recepito, oppure c’era la paura di condividere le difficoltà. Spesso mi sono trovato in una zona grigia, tra il sapere e il non sapere.
Ho provato in tutti i modi a tenere il gruppo unito e a farlo lavorare fino in fondo, ma siamo arrivati a un punto in cui eravamo senza strumenti, esposti a una situazione che avrebbe dovuto essere gestita diversamente. È una situazione andata troppo oltre per essere risolta. Ci dispiace non giocare i playout, che magari ci avrebbero permesso di onorare i nostri valori. Ma se ci fossimo salvati, per chi lo avremmo fatto? Per noi stessi, per la squadra, per lo staff? Ultimamente facevo fatica a rispondere a questa domanda, e lo stesso vale per i ragazzi. Poi la società con il comunicato di ieri ha confermato l’impossibilità di andare avanti e si è arrivati a questa conclusione.”
Alessandro Burin























