
Alla fine è giusto che sia finita così. Benché la frustrazione, l’incazzatura e la delusione siano ancora tantissime per aver visto sfumare all’ultimo metro il secondo obiettivo stagione che avrebbe potuto davvero far fare un salto in avanti alla Pallacanestro Varese.
Come le Final Eight di Coppa Italia, così i playoff sfumano quando ormai i biancorossi li avevano in mano, quando il percorso stagionale aveva detto che era giusto che la Openjobmetis fosse lì, in quel di Bologna, a giocarsi un traguardo così importante che dopo 8 anni avrebbe portato fuori dalla mediocrità sportiva in termini di risultati una piazza che da troppi anni sta aspettando questo salto in avanti.
Ma come è giusto che Varese fosse lì a giocarsi i playoff, alla fine è altrettanto giusto che non ci sia andata, perché nello sport il campo rimane sempre giudice ultimo ed insindacabile delle stagioni delle singole società, che, lo si voglia o meno, al termine delle stesse tracciano bilanci e conclusioni e costruiscono programmazioni future su ciò che è stato il risultato finale della propria annata.
Un’annata che per Varese ha voluto dire un deciso salto in avanti in termini di identità, solidità, cultura del lavoro, in campo e al di fuori dello stesso. Tutto ciò lo si è visto poi nei risultati, per un gruppo che finalmente non è arrivato alle ultime due o tre giornate con l’acqua alla gola a caccia di una salvezza vitale per dare continuità ad un progetto ambizioso ma che ancora deve spiccare veramente il volo. Merito soprattutto di Kastritis, che ha dato, tra cose fatte bene e altre meno, un’impronta e soprattutto una continuità di lavoro nel tempo che poi è prerogativa base per costruire qualcosa di davvero valido. Perché se i giocatori, lo abbiamo ormai imparato, nel basket odierno vanno e vengono ogni anno, la possibilità di continuare su una guida certa è già un ottima base di partenza.
Alla crescita, però, sottolineata qui sopra, si affianca la delusione per un mancato salto in avanti, figlio di difetti, errori, problemi, spesso ormai atavici (i rimbalzi) altri scoperti in maniera nuova (un andamento così tanto altalenante era tempo che non lo si vedeva), altri di natura tecnico-tattica per una squadra a volte spesso troppo schiava del tiro da tre punti, altre volte vittima di un individualismo offensivo che l’ha fatta da padrona. Tutte causa che hanno portato alla conseguenza di un mancato step di crescita che lascia evidenti margini di miglioramento, che devono passare sicuramente in primis dal mercato, con l’obiettivo di non dover ricorrere a ottobre o novembre a mosse strampalate per cercare di sistemare i danni commessi in sessione estiva, come avvenuto ad esempio nell’ultima stagione; che passa, da un consolidamento di sistema di lavoro che deve continuare a porre le basi sulla crescita di quella struttura ed identità difensiva, di lotta, di fame, di sacrificio, di spirito operaio che non deve mai mancare (com’è invece stato a Bologna o a Treviso) onde evitare quei troppi passi falsi di superficialità che sono costati quel salto in avanti di cui abbiamo parlato.
Ed allora si capisce come la fine di questa stagione non sia altro che un capitolo di un libro più lungo, ancora da sfogliare e che parte da questa chiusura per aprirsi in maniera diversa, portandosi dietro quella rabbia, quella frustrazione, quell’incazzatura che da ieri sera e probabilmente per diverse settimane continueranno a pervadere tutti nel mondo della Pallacanestro Varese, dai tifosi alla società (o almeno, questo ci auguriamo) e che deve servire da stimolo per proseguire in un percorso di crescita evidente che ha però bisogno ancora di molto lavoro per potersi consolidare ed elevare a quel livello a cui questa Varese, in fin dei conti, ha dimostrato di non essere ancora arrivata.
Alessandro Burin
Foto Ossola























