
A un mese esatto dalla finale playoff vinta contro l’Ardita Cittadella, gli Allievi Under16 del Varese hanno formalmente chiuso quest’oggi la propria stagione. Nelle ultime settimane, infatti, si sono regolarmente allenati al Centro Sportivo delle Bustecche, disputando anche amichevoli e tornei a testimonianza di quanto il percorso costruito da Marco Brandazza e dai suoi ragazzi sia andato oltre il semplice risultato sportivo. Perché la promozione in Elite conquistata il 17 maggio rappresenta certamente il traguardo più importante dell’annata biancorossa, ma è anche il punto d’arrivo di un viaggio iniziato molti mesi prima, quando il Varese si presentava ai nastri di partenza con una squadra quasi interamente da costruire e con un obiettivo tanto chiaro quanto impegnativo: completare la filiera del settore giovanile riportando anche l’Under16 nella massima categoria regionale.
Una missione centrata attraverso i playoff dopo un lungo duello con il Bulgaro (che ha chiuso il campionato a +1). Un epilogo che avrebbe potuto lasciare scorie e rimpianti, ma che invece ha esaltato le qualità umane e caratteriali di un gruppo che non ha mai smesso di credere nel proprio percorso. A raccontarlo è proprio Brandazza, tecnico varesino nel senso più autentico del termine: tifoso biancorosso fin dai tempi del liceo, prima ancora che allenatore, protagonista oggi di una stagione che lui stesso definisce la più bella della sua giovane carriera.
Riavvolgiamo il nastro. Come nasce la tua avventura sulla panchina dell’Under16?
“Sono arrivato a Varese a metà della scorsa stagione dopo un paio di esperienze complicate: parlando con il direttore Bufano ho saputo che c’era la possibilità di allenare l’Under9 e l’ho colta al volo. Dopo aver girato diverse realtà sentivo il bisogno di trovare un ambiente che percepissi davvero come casa mia e meglio di Varese non poteva esserci. È la squadra che andavo a vedere quando uscivo dal liceo, avevo l’abbonamento in Curva e non ho mai avuto dubbi. Avevo anche altre opportunità, magari con categorie più alte, ma ho scelto di ripartire dai piccoli sperando un giorno di avere una possibilità nell’Agonistica”.
Possibilità che poi è arrivata pochi mesi dopo.
“Sì, a giugno ci siamo accordati per l’Under16 e una delle motivazioni principali era proprio l’obiettivo della categoria. Venivo da stagioni in cui avevo lottato per salvarmi e avevo voglia di misurarmi con qualcosa di diverso: volevo provare a vincere. Sapevamo che al Varese mancava questo tassello per completare la filiera Elite e avere la possibilità di conquistarlo era uno stimolo enorme”.
Quanto è stato difficile gestire il peso di un obiettivo che tutti consideravano obbligatorio?
“Molto. Però fin dall’inizio ho cercato di cambiare prospettiva. Nello sport il dover vincere è una pressione quasi insostenibile: noi abbiamo trasformato quel dovere in volontà. Non ci siamo mai detti che eravamo obbligati a vincere il campionato, ma che volevamo costruire qualcosa di importante. Ad agosto partivamo da lontano: metà del gruppo arrivava dall’Under15 Elite, altri ragazzi sono arrivati da realtà differenti e qualcuno aveva persino rinunciato a categorie superiori pur di restare a Varese. Quello è stato un segnale fortissimo”.
Quando hai capito che la squadra poteva davvero arrivare fino in fondo?
“Dal punto di vista tecnico sapevamo di non essere la squadra più forte del campionato. Per questo abbiamo deciso di diventare dominanti sotto altri aspetti: mentalità, determinazione, tenacia. Era l’unica strada possibile. Credo che il vero salto sia stato mentale. I ragazzi hanno capito cosa significa giocare per stare sempre in alto, affrontare ogni partita con responsabilità e continuità. Quello è stato il nostro più grande successo”.
Il duello con il Bulgaro vi ha accompagnato per tutta la stagione.
“Loro sono stati bravissimi e meritano i complimenti. Alla fine hanno vinto il campionato e, per me, chi arriva davanti è sempre la squadra più forte. L’anno precedente ci avevano chiuso dodici punti davanti, quest’anno soltanto uno: questo dato racconta bene il nostro percorso. Noi siamo sempre stati all’inseguimento, ma senza mai perdere energie guardando troppo gli altri. Certo, controllavamo i risultati e speravamo in qualche passo falso, ma il focus era sempre su noi stessi”.
Poi sono arrivati i playoff.
“La semifinale contro l’Altabrianza è stata forse la miglior partita dell’anno. In campionato ci aveva creato enormi difficoltà e invece, nella gara più importante, siamo stati semplicemente dominanti. Lì ho capito che avevamo qualcosa in più”.
E la finale?
“Incredibile. È la prima parola che mi viene in mente ancora oggi. Si percepiva fin dal riscaldamento che fosse una partita diversa. C’erano famiglie, bandiere, trombette, palloncini, una tribuna piena come non l’avevamo mai vista durante la stagione. Quando abbiamo segnato e poi al fischio finale è esplosa un’emozione difficilmente descrivibile. È stata una partita equilibrata, anche sofferta perché tenendo fede al nostro credo non ci siamo mai accontentati del risultato, ma credo che la vittoria sia stata meritata per tutto il percorso che ci aveva portato fino a quel momento”.
Che cosa ti lascia questa stagione?
“Tantissimo. È stata la stagione più bella della mia carriera. Quando arrivi a giornate come quella del 17 maggio inevitabilmente ti guardi indietro e ripensi al percorso fatto. Ma io sono andato ancora più indietro: a quando guardavo il campo dell’Agonistica sognando di esserci un giorno o correvo allo stadio per vedere il Varese. Vincere qualcosa qui ha un significato speciale. Ho avuto la sensazione di aver contribuito, nel mio piccolo, alla crescita del Varese e questo mi rende orgoglioso. Però il merito più grande resta dei ragazzi: fin dal primo giorno hanno avuto una capacità di apprendimento incredibile”.
E adesso?
“Adesso siamo goduti al meglio questi ultimi giorni insieme. È bello che, a oltre un mese dai playoff, ci sia ancora voglia di stare al campo e continuare ad allenarsi. Significa che si è creato qualcosa di importante. Personalmente posso dire che a Varese sto benissimo. È una realtà che sento mia e in cui mi riconosco completamente. Ho sempre avuto due grandi sogni calcistici: uno è la Roma, l’altro è il Varese. Uno lo sto vivendo ogni giorno e voglio continuare a fare la mia parte per aiutare questa società a tornare dove merita”.
Matteo Carraro
























