
Da leggenda sul parquet a mente brillantissima dietro la scrivania. Abbiamo avuto il privilegio di fare una chiacchierata esclusiva con Luis Scola, Amministratore Delegato e anima della Pallacanestro Varese. Tra presente, programmazione societaria e la sua personalissima visione del basket moderno, “El General” ci ha tracciato la rotta del club biancorosso per i prossimi anni. Una visione globale applicata a una piazza storica: ecco cosa ci ha raccontato.
Nella stagione 2019-20 ha deciso di venire in Italia, a Milano. Come mai questa scelta?
“In quel periodo giocavo in Cina e avevamo appena disputato i Mondiali proprio lì, ottenendo la qualificazione per le Olimpiadi di Tokyo 2020. Il mio obiettivo era esserci, dato che all’epoca i Giochi si tenevano l’anno successivo al Mondiale. Tuttavia, la mia famiglia non si era ambientata bene in Cina, quindi abbiamo cercato un posto diverso dove trascorrere quell’anno di transizione. Quando è arrivata la chiamata dell’Olimpia Milano l’idea ci è piaciuta subito e abbiamo scelto di trasferirci. Purtroppo, a causa del Covid, il campionato e l’Eurolega sono stati cancellati e le Olimpiadi sono slittate all’anno successivo. A quel punto è arrivata l’offerta di Varese e ho deciso di sposare questo progetto”.
Chi è stato il suo idolo nel basket?
“Il mio primo idolo è stato Larry Bird. Ricordo che mio papà portò a casa una videocassetta di una sfida tra Boston Celtics e Los Angeles Lakers e rimasi folgorato. Anni dopo ho avuto l’incredibile opportunità di lavorare per lui, dato che era il Presidente degli Indiana Pacers, squadra in cui ho militato per due stagioni”.
Com’è stato giocare in NBA? Era il suo sogno fin da bambino?
“A dire il vero, da piccolo non era un traguardo a cui pensavo. In Argentina all’epoca l’NBA era quasi sconosciuta perché non trasmettevano le partite, quindi per noi era qualcosa di impensabile. Chiaramente, una volta cresciuto, quando ho capito cosa rappresentasse davvero quella lega, è diventata il mio grande sogno”.
Secondo lei, com’è cambiata la NBA attuale rispetto a quando scendeva in campo lei?
“È cambiata tantissimo. Il gioco oggi è completamente diverso: è molto più veloce, mentre i giocatori sono decisamente più atletici e persino più alti rispetto al passato”.
Com’è stato condividere lo spogliatoio con due giganti come Tracy McGrady e Yao Ming?
“È stata un’esperienza bellissima. Con Yao ho costruito un ottimo feeling in campo e una splendida amicizia fuori; è un professionista esemplare, arrivava sempre prima di tutti e aveva una cultura del lavoro straordinaria. Tracy aveva una personalità differente, era più introverso e meno comunicativo, ma si è sempre dimostrato un compagno gentile, educato e con un talento fenomenale. Sono stati i due compagni più forti con cui abbia mai giocato. Purtroppo siamo stati sfortunati con gli infortuni: nei primi due anni stavamo esprimendo un ottimo basket e sono convinto che, al completo, quella squadra avrebbe potuto lottare per l’anello. Con McGrady ho condiviso meno tempo perché, oltre ai problemi fisici, venne poi scambiato a Sacramento. Yao invece, anche quando era infortunato, continuava a frequentare assiduamente lo spogliatoio”.
In quale franchigia NBA si è trovato meglio?
“Ho dei bellissimi ricordi di tutte le mie tappe in America. Sicuramente a Houston ho vissuto il periodo migliore, sia per la durata della mia permanenza che per il livello del mio gioco. Mi sono trovato benissimo anche a Toronto, seppur per una sola stagione: è un’organizzazione impeccabile, con una grandissima tifoseria e una squadra decisamente competitiva”.
Cosa ha significato battere il Dream Team alle Olimpiadi di Atene 2004?
“Qualcosa di meraviglioso. Gli Stati Uniti non perdevano una partita a eliminazione diretta alle Olimpiadi da tantissimo tempo. Fino a quel momento non stavamo giocando il nostro miglior basket in quel torneo, ma in quella semifinale rasentammo la perfezione. Poi battemmo l’Italia in finale, conquistando un Oro Olimpico che considero tutt’oggi il successo più importante e bello della mia carriera”.
Com’è stato l’anno da giocatore a Varese?
“Particolare e complesso. Abbiamo giocato senza pubblico, una situazione difficile per chiunque. Inoltre, tra dicembre e febbraio siamo stati costretti a fermarci a causa del Covid; al rientro la nostra condizione fisica era precaria e abbiamo perso sfide cruciali, in primis il derby con Cantù. In quel momento abbiamo visto lo spettro della retrocessione, ma la squadra è stata brava a compattarsi e a conquistare la salvezza. È stata un’annata dura, sia sportivamente che emotivamente. Giocare a Varese senza poter vivere il calore e il supporto della sua tifoseria toglie una delle emozioni più grandi di questa piazza”.
Come si trova oggi nel suo ruolo dirigenziale a Varese?
“Sono davvero felice. Stiamo portando avanti un grande lavoro dietro le quinte, sono convinto che la strada intrapresa sia quella giusta e questo mi dà una grande carica”.
Christian Benini






















