Perché prima o poi arriva sempre una fine. Anche nelle storie più belle, anche in quelle che sembrano debbano durare per sempre. Un punto alla fine arriva, ma l’importante è che ciò avvenga in maniera naturale, serena e possibilmente caratterizzata da un ultimo grande atto.

E’ stato così per Mattia Molteni che dice addio al basket giocato dopo aver condotto a suon di punti, come tra l’altro ha sempre fatto in carriera in qualsiasi piazza abbia giocato, Cermenate alla vittoria del campionato di Serie C ed alla conseguente promozione in B Interregionale. n Un viaggio, quello di Mattia nella pallacanestro minors, lungo 24 anni, nei quali ha infuocato le retine di mezza Italia, grazie al suo tiro mortifero che lo ha reso celebre in tutto il panorama cestistico dalla B in giù, toccando per una volta anche il palcoscenico della Serie A2.

Un cammino bellissimo che si ferma per lasciare sfogo ad un’altra missione, quella di essere papà del piccolo Leonardo e dare tempo, attenzioni e supporto ad Alessia, sua moglie, ripagandola di tutto il sostegno che lei gli ha dato in tanti di questi 24 anni di carriera cestistica.

Molteni, partiamo dalla vittoria del campionato con Cermenate. Quanto è soddisfatto di aver raggiunto questo traguardo?
“È stata una grandissima soddisfazione. Abbiamo vissuto una stagione bellissima, iniziata con ottime aspettative: avevamo una squadra molto forte e un progetto ambizioso. Strada facendo ci siamo resi conto di poter davvero vincere il campionato e alla fine ci siamo riusciti, superando anche diversi imprevisti. È un risultato storico per la società”.

Una sfida nella sfida per lei che hai scelto di scendere di categoria e sappiamo quanto sia difficile vincere quando si scende di livello…
“Assolutamente sì, soprattutto perché è successo al primo anno. Sono arrivato in una realtà che aveva già basi molto solide, costruite da un bravissimo direttore sportivo e da un ottimo allenatore, poi sostituito da un vice altrettanto preparato. C’erano tutte le premesse per fare bene. Vincere non è mai semplice, ma ho trovato un gruppo straordinario, uno dei migliori della mia carriera, con grande voglia di lavorare e tantissimo carattere”.

Cambio di allenatore quasi obbligato dopo il fattaccio avvenuto. Come avete vissuto tutta quella situazione per certi versi davvero paradossale?
“Quello che è successo è stato uno shock. Nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Alla fine, però, la scelta di cambiare la guida tecnica è stata una scelta che ha pagato. Il vice allenatore è stato molto bravo a inserirsi in punta di piedi, portando energia e determinazione. Ci ha accompagnati fino in fondo e alla fine è emersa tutta la forza di un gruppo fantastico”.

Ora guardiamo al futuro, cosa bolle in pentola?
“Ho deciso di chiudere con il basket giocato per una serie di motivi. Penso di aver dato tanto alla pallacanestro e sento semplicemente il desiderio di dedicare più tempo ad altre cose e alla mia famiglia. È una decisione maturata con serenità nel corso dell’anno. Se non avessi scelto di smettere, sarei rimasto molto volentieri a Cermenate, sia in Serie C sia in B2”.

Ventiquattro anni di basket giocato e undici stagioni tra i senior: qual è stato il momento più bello e quello più difficile della sua carriera?
“Il momento più difficile è stato l’unico grave infortunio della mia carriera, la lesione al legamento del polso sinistro durante l’anno a Crema. Sono rimasto fuori quattro mesi e non mi era mai capitato di stare così lontano dalla pallacanestro. Il momento più bello, invece, è proprio questo vissuto a Cermenate: abbiamo vinto il campionato e sugli spalti c’era mio figlio. È qualcosa che rende tutto ancora più speciale”.

Desio occupa un posto speciale nel suo cuore?
“Sì, senza dubbio. È il posto dove ho trovato grande fiducia e dove ho disputato campionati da protagonista. Ho condiviso quell’esperienza con un gruppo di persone e amici davvero speciali”.

Oltre 1.000 punti segnati con la maglia di Gallarate in due anni: che significato ha questo traguardo?
“È un risultato che mi rende molto orgoglioso. Ho avuto anche la possibilità di essere capitano della squadra. Nonostante siano stati due anni complicati, sono riuscito a esprimere una buona pallacanestro a livello personale e, soprattutto, a contribuire a una salvezza fondamentale per la società. Credo che Gallarate meriti di stare a questi livelli”.

Come definirebbe il suo rapporto con la pallacanestro?
“Molti miei compagni sono sempre stati guidati da una passione viscerale. Io credo di aver avuto un rapporto diverso: mi è sempre venuto bene giocare a basket e questo mi ha dato soddisfazioni e motivazioni per continuare. L’ho sempre presa molto seriamente, senza però perdere la componente del divertimento”.

Il compagno con cui hai legato di più e quello più forte con cui ha giocato?
“Ho tanti compagni con cui ho costruito rapporti importanti, perché nel basket si condividono davvero tante ore insieme. Se devo fare tre nomi, dico Mazzoleni, Tornari e Fioravanti, quest’ultimo che mi sono praticamente portato dietro in diverse esperienze (ride, ndr). Come compagno più forte però scelgo Andrea Renzi ai tempi di Trapani: aveva due mani educatissime e una qualità tecnica impressionante”.

Infine non possiamo chiudere con un pensiero speciale per la sua metà…
“Di Fiore abbiamo già parlato (ride, ndr). A parte gli scherzi, ad Alessia va un grazie davvero speciale. La prima volta che è venuta a vedermi giocare era il 2010 e da allora ha passato tantissimo tempo a sostenermi, seguirmi e aspettarmi, nonostante tutti gli impegni. Per questo credo che il modo più bello e giusto per chiudere questa avventura fosse averla sugli spalti insieme a mio figlio Leonardo. È un’immagine che porterò sempre con me”.

Alessandro Burin

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