Rec, stop, play. Pause, rewind. Di nuovo rec, stop, play. È un’intervista fatta a mille riprese, interrotta dalle pratiche d’ufficio, dal caldo che toglie lucidità, dai silenzi e da quel groppo in gola che, a volte, racconta più delle parole. C’è dentro tutto. Perché tutto, e forse anche qualcosa di più, è quello che Vincenzo Di Carluccio ha dato alla Valceresio. E quello che la Valceresio, nel bene e nel male, ha lasciato a lui. Da dove partire è un po’ difficile, forse dalle vicissitudini messe in fila negli ultimi mesi, quelle che qualche attrito lo hanno creato ma che ora stanno lasciando posto alla consapevolezza.

Non ho mai messo in piazza i fatti, non sono nemmeno uno che ama le interviste, scaramantico come sono, ma fare chiarezza era necessario, e giusto”. “Però non voglio dilungarmi troppo su questa fase – prosegue l’ormai ex difensore della Valceresiomi è solo spiaciuto, e ho trovato insensato, il silenzio che c’è stato da parte della società, che ha alzato muri, perché non è tanto che ero il capitano di questa squadra, e nemmeno il fatto che sia stato qui 9 anni, quanto che dopo una stagione così travagliata, dopo la rottura del crociato ad aprile, dopo quello che ho fatto per questo club, penso che a prescindere dalle decisioni ci debba essere rispetto e dialogo, cosa che in un primo momento è mancata”. 

“In una fase successiva sono arrivate le parole, più che altro con il presidente Cantelmo, che ha cercato di spiegarmi la sua idea, ma io sono rimasto fermo sulla mia posizione, specificando che dal giorno in cui mi sono fatto male, il mio unico pensiero è stato ‘recuperare per tornare utile alla Valceresio’, ovvio che oggi non può più essere così e va bene, lo accetto, ma i cambiamenti fanno anche parte del calcio, avrei gradito altri modi”.

“Ora però guardo avanti – afferma ancora Di Carluccio prendo atto di dover fare anche altro nella vita, ma in primis curarmi, tornare al meglio dopo l’operazione al ginocchio”.

È, però, il momento di tirare un sospiro, guardarsi indietro, analizzare più che un percorso un pezzo di vita, fissare i ricordi. Ed è qui che il groppo in gola è più eloquente delle parole.

Hai presente quando si dice che la tempesta ti cambia? Che entri in un modo ed esci in un altro? Ecco. Questi 9 anni mi hanno cambiato completamente in tutto. Ogni stagione è stata importante, e so di essere stato parecchio fortunato. Fra i tanti ho avuto due mister che mi hanno trasformato, che hanno scommesso su di me, non penso potesse andarmi meglio. Basso D’Onofrio mi ha aperto un mondo, mi ha insegnato a guardare le cose con un altro occhio, quasi da allenatore. Daniele Efrem, invece, mi ha fatto capire che il calcio è anche più ‘leggero’, mi ha fatto tornare la voglia di giocare dopo la retrocessione. Non sono stato semplice come giocatore, lo so, soprattutto l’anno in Seconda Categoria, non ero un capitano esemplare, interpretavo il ruolo a modo mio, c’è voluto tempo, poi ho capito”.

Ma quando si parla di rapporti umani c’è almeno un altro nome da fare, Riccardo Carini.Compagni sul campo prima, compagni di avventura poi, da quanto lui è diventato direttore sportivo. Cosa dire…quando confermo che a rendere speciale questo percorso siano state soprattutto le persone, soprattutto il contorno, parlo anche di lui, soprattutto di lui. E poi non è un caso né che Dani (Efrem) abbia subito trovato squadra, né che a Riky (Carini) sia stata data la possibilità di fare il ds dal Cassina Rizzardi. Gli ho detto ‘dimostra chi sei’, sono certo lo farà. Faccio il tifo per lui”. 

Quanto al campo, l’ultima stagione era quella in cui si sarebbe potuto fare qualcosa in più? Come te la spieghi?
La può spiegare e commentare, solo chi l’ha vissuta tutta e per davvero, fino in fondo. Lo dico prima: avremmo potuto fare di più? Assolutamente sì. Su questo non ci sono dubbi, però poi analizziamo tutto il resto. Non abbiamo mai avuto Ippolito, un punto di riferimento assoluto. Non me ne voglia un Picetti, perché anche la sua assenza è stata tosta, ma non aver ‘Ippo’, ha pesato, ha fatto male. Petruzzi si è trovato a fare il terzino tutto l’anno, tanti hanno giocato con i cerotti, hanno cambiato ruolo, si sono adattati. Ghizzi e Libralon, 40 anni e una carriera alle spalle, raccoglievano i cinesini a fine allenamento. Io, per esempio, non lo faccio. Per me si può dire tutto, ma non che i giocatori non siano stati uomini”. 

Tornando direttamente a te. In un calcio in cui si recriminano, ad ogni livello, l’assenza di bandiere, possiamo dire che tu sei l’eccezione che conferma la regola.
“Io e Bilato, del San Michele. Io 9 anni di Valceresio, lui è a quota 10 e continua. Se ho mai vacillato? Sto per dire una cosa alla quale forse non crederai. Io 9 anni non ho mai ricevuto una chiamata per andare altrove, ad eccezione di Miglierina che mi voleva al Laveno qualche anno fa. Ma sai cosa penso? Che la gente abbia capito perfettamente quanto non avessi bisogno di altro. Io sono felice di tutto qui, non ho mezzo rimpianto”.

E invece il momento in cui ti è stata data la fascia da capitano? Te lo ricordi?
In realtà è successo al telefono, Carini aveva smesso e mi hanno detto ‘Se Ippo non resta, tocca te’. Credo che il mio compito sia stato agevolato dai nostri giovani. Alla Valceresio sono speciali. Sai quando si dice che i giovani non sono più quelli di una volta, che la generazione d’oggi ha perso i valori, il rispetto, ecco, qui è stato tutto il contrario. Ai ‘vecchi’ c’era poco da dire, i giovani ti facevano venire voglia. Anche questa è stata una parte speciale di questo viaggio”.

Oltre i momenti belli e quelli brutti, c’è però un momento che ha segnato tutti voi, ma anche noi addetti ai lavori. Una tragedia che ha un nome e un cognome, Christian Pallaro e la sua Chiara. 
È difficile da spiegare. Quando Christian e Chiara ci hanno lasciato, era estate ed avremmo dovuto iniziare la Seconda Categoria, dopo la retrocessione. Lo sentivo che avremmo vinto il campionato, lo sapevo a prescindere perché Christian ci avrebbe spinto lì in cima, sarebbe stato con noi. È stata una tragedia, per i più giovani poi, devastante. Caravà, ad esempio, era legatissimo a Chri e ancora oggi sono convinto che giochi più per lui che per se stesso. Tutti i discorsi da quel maledetto giorno in avanti, finivano sempre allo stesso modo ‘dobbiamo farlo per Chri’, ma la verità è che lui non se n’è mai andato, è in ogni centimetro di quel campo, e la sua famiglia ha manifestato una forza incredibile facendoci sentire sempre la sua vicinanza e frequentando l’ambiente Valceresio con lo stesso sorriso”.

Spostando di nuovo il focus su di te, come la mettiamo con la tua famiglia? Cioè, cosa faranno tuo papà e la tua fidanzata alla domenica?
Ahahah (risata ndr), Alice sarà contenta finalmente, papà magari un po’ destabilizzato. Scherzi a parte, Ali mi ha detto solo una cosa ‘Ora devi pensare più a te stesso’. Lei sa quello che ho dedicato a questa squadra, nel senso che io ho dato anima e corpo e forse non lo ha mai pienamente capito, ma lo ha accettato. Il fatto è che questa sosta forzata inevitabilmente mi porterà a fare delle riflessioni, a scoprire una nuova vita, a capire cosa sono io senza il calcio. Per papà sarà più difficile, credo si sia perso 3 partite in 9 anni, mi ha sempre sostenuto, seguito. Dovessi continuare a giocare sarà di nuovo il mio primo tifoso”.

A proposito di rapporti umani ce n’è un altro che ti ha segnato, quello con Antonio Ippolito. 
Ippo è un bell’amico, forse il migliore che io abbia mai trovato nel contesto Valceresio. E pensare che ci avevo giocato contro diverse volte prima che arrivasse ad Arcisate ma non lo conoscevo e non lo ricordavo. È un’amicizia nata da zero. Quando ad inizio anno ha detto che sarebbe stato l’ultimo per lui, ho pensato subito dovessimo fare qualcosa d’importante per permettergli di chiudere in bellezza, ed invece è arrivato un dannato infortunio che praticamente gli ha fatto saltare tutta la sua ultima stagione. Sono contento, però, abbia fatto pace con questo ‘dolore’ e non abbia rimpianti”.

Siamo ai titoli di coda. Cosa ti senti di dire?
In privato ho già scritto tutto alla Valceresio, ringraziandoli e augurandogli il meglio. Quanto a me devo fare in primis pace con questo infortunio che mi ha messo il bastone tra le ruote e poi iniziare a guardare oltre. Devo capire come reagirò fisicamente e mentalmente, e poi sentire se dentro di me ci sarà ancora quella scintilla, ci sarà una porticina da varcare per emozionarmi ancora un po’ dietro quel maledetto, benedetto pallone. Chiudere non per mia scelta fa male, ma non ho rimpianti e penso che già questa sia una grande vittoria, poi non so cosa succederà in futuro ma il calcio sarà sempre una parte di me”.

Rec. Stop. Play.

Il nastro continua a girare. Magari con una colonna sonora diversa, magari lontano da quel campo che per nove anni è stato casa. Ma ci sono storie che non finiscono con un addio. Cambiano semplicemente spartito.

Vincenzo Di Carluccio oggi non sa ancora cosa gli riserverà il futuro. Sa però una cosa con assoluta certezza: il calcio continuerà ad abitare dentro di lui. Perché ci sono passioni che non chiedono un contratto, una fascia da capitano o novanta minuti per esistere. Basta il battito del cuore.

E quello di “Dica”, da sempre, ha un solo ritmo.

Mariella Lamonica

Articolo precedenteMaster Cage: Nantah fa volare Miami, Maruca guida i Lakers ai Play-In. Inizia la settimana che decide tutto
Articolo successivo1^ Valganna Ciclostorica: un successo eroico

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui