
C’è un modo per riassumere la carriera da allenatore di Meo Sacchetti: basta dire che in tutti i campionato in cui ha allenato, dalla C2 alla Serie A, ha vinto. Un record, probabilmente unico in Italia, che identifica la qualità del percorso di Meo, ma anche quell’umiltà di non sentirsi mai superiore a niente o a nessuno, caratteristica che ha inciso nel suo percorso in panchina, terminato da pochi giorni.
Così abbiamo pensato fosse bello rivivere quello che è stato un cammino iniziato nel 1993 tanto entusiasmante quanto quello che già riuscì a vivere in campo da grandissimo giocatore, con l’unico rammarico nel non averlo mai visto sulla panchina di Varese, per un binomio che dal campo avrebbe avuto sfogo naturale e chissà magari avrebbe anche regalato l’ennesimo miracolo sportivo della carriera del Meo allenatore, probabilmente il più dolce. Ma rimarrà per sempre solo un chissà.
Quando e come nasce la decisione di fare l’allenatore?
“Dopo Varese hanno provato a farmi fare il team manager per un anno, ma non era il mio mestiere. Siccome mi è sempre piaciuto allenare, l’anno dopo, tramite Caglieris, ho iniziato a Torino come terzo allenatore di Danna e da lì è partito tutto.”
Il coach che l’ha ispirata di più?
“Ne ho avuti tanti. Guerrieri, che ho avuto a Torino, era molto flemmatico; Sales, a Varese, era geniale nelle sue idee ma un po’ troppo metodico. Poi senza dubbio Zuccheri a Bologna, che mi ha cambiato ruolo, e Bianchini in Nazionale. Ho cercato di prendere qualcosa di buono da tutti. Da Gamba ho visto che non aveva grande flessibilità, ma qualcosa gli ho preso comunque. Il principale però è stato Guerrieri.”
La carriera inizia da Torino nel 1993 e passa da tanti posti ma uno in particolare penso le sia rimasto nel cuore, ossia quello a Castelletto Ticino, sbaglio?
“Castelletto è stata una cosa particolare: vincemmo la B, poi rinunciammo e la rivincemmo l’anno dopo. Sono state tutte tappe importanti. Devo dire però che il gruppo di ragazzi che ho allenato ad Asti in C2 e C1 rappresentano qualcosa di speciale e ancora oggi siamo in contatto.”
Dopo tanto girovagare nel 2009 va a Sassari, da cosa nacque quella scelta?
“Mi ricordo che andai a parlare a Bologna con i dirigenti di Sassari. Dissi loro quello che pensavo della squadra e da lì nacque tutto. La promozione immediata dall’A2 all’A1 tramite i playoff fu inaspettata e arrivò in modo rocambolesco, vincendo a Casale Monferrato una sfida da dentro o fuori. Da lì la nostra favola continuò nel migliore dei modi. E da lì è partito tutto, con il culmine dello scudetto.”
Lì vive anni incredibili, dove nasce quello che oggi si chiamerebbe il “Sacchetti ball”, una pallacanestro tanto spettacolare quanto efficace…
“Era una pallacanestro che mi piaceva, interpretata da giocatori importanti. Io non sono mai stato un grande realizzatore, ma mi piaceva avere esterni molto forti e un gioco molto aperto. È logico che servissero gli interpreti giusti, ma un po’ alla volta riuscimmo a costruire quel ciclo clamoroso. La mettevo anche sotto questo aspetto: se devo portare qualcuno a vedere il basket per la prima volta, non posso fargli vedere una partita da 50-52, ma deve vedere un basket spettacolare. Poi magari gli intenditori capiscono di più, ma mi sono immedesimato non nel giocatore che ero, bensì nello spettatore che voleva venire a vedere la partita.”
Date vita ad una leggenda, vincendo uno scudetto, 2 Coppe Italia e una Supercoppa: quale fu la chiave di tutto?
“L’atmosfera di questa regione. Man mano che vincevamo si creava un movimento non più legato solo a Sassari ma a tutta la regione. Poi ci sono gli anni in cui ti va bene tutto. Mi ricordo la vittoria a Milano o quella a Reggio Emilia di un punto nell’anno dello scudetto, con loro che sbagliano l’ultimo tiro. È stata una stagione magica, che magari ci era mancata l’anno prima: il basket ogni tanto ti dà e ogni tanto ti toglie. È stata una cosa particolare perché Sassari e la Sardegna stessa scoprirono l’identità cestistica dell’isola. Loro si sentono molto identitari: ho trovato la bandiera con i Quattro Mori perfino una volta in Romania con la Nazionale e questo attaccamento ci servì molto da spinta per fare bene e dare tutto in quegli anni.”
Poi un altro miracolo sportivo, ossia il trionfo in Coppa Italia con la Vanoli Cremona…
“Sicuramente quella è stata una squadra fantastica, un tutt’uno tra italiani e americani. A Sassari gli americani erano stratosferici, ma c’era una differenza rispetto agli italiani, pur importanti. A Cremona invece c’era un’unione tra italiani e americani che non ho mai più visto, e quella è stata la chiave per vincere la Coppa Italia e raggiungere i playoff.”
Pensando a quei tempi e al fatto che oggi la società non ci sia più, come vive questa situazione?
“Sicuramente non è un bell’effetto. Sto pensando ai cremonesi che si erano appassionati, ma è difficile entrare nel perché di scelte così importanti. Il presidente è sempre stato orgoglioso di chiamare la società con il nome di Guerino Vanoli. Non so cosa sia successo, se abbia perso entusiasmo o meno. È logico che il dispiacere ci sia, dopo 18 anni senza più la Vanoli, ma entrare nelle motivazioni personali è difficile.”
Torniamo a lei: tra le tante parentesi in panchina c’è anche l’avventura a Cantù nel 2022-2023. Com’è stato essere capopopolo di quella che per tanti anni è stata un’acerrima rivale sportiva?
“Non è che abbia fatto una grande annata (sorride, ndr): uscimmo in semifinale sia in Coppa sia ai playoff. È stato un provare qualcosa di diverso. Quando sono arrivato fecero un coro goliardico contro i varesini e io risposi: ‘Bruceremo Cantù’, ovviamente tutto in tono molto scherzoso. C’era questo rapporto basato sulla passione e sulla rivalità che c’è sempre stata, ma è bello che rimanga nei termini dello sfottò. Quando si trascende, ovviamente, non va bene.”
Dai club alla Nazionale: la riporta al Mondiale dopo 14 anni, la riporta ad un’Olimpiade dopo 17. Ad oggi è il miglior allenatore azzurro degli ultimi 15 anni almeno. Quanto la inorgoglisce questa cosa?
“Tanto. Però sicuramente il miglior allenatore di tutti è stato Recalcati. Io ho cercato di fare il mio. È chiaro che arrivare alle Olimpiadi, avendole fatte da giocatore, per me rappresenta la massima espressione per un atleta. È stata una bellissima esperienza. Ho creato rapporti importanti con giocatori che ancora oggi mi porto dietro e fatto debuttare ragazzi che sono diventati giocatori importanti. Quando c’è l’Italia e si sente l’inno è una sensazione diversa rispetto a quando alleni i club: quella differenza l’ho sentita sulla mia pelle.”
Ha iniziato la carriera nelle minors e l’ha chiusa in una minors, andando ad allenare Herons Montecatini in B Nazionale. Perchè?
“Io non mi sono mai sentito un eletto e non ho mai snobbato le categorie. Ho allenato in qualsiasi categoria: è sempre pallacanestro. A Montecatini ho trovato un ambiente molto carico. Non ero mai arrivato a contatto con i toscani: hanno un entusiasmo importante e ho conosciuto persone di alto livello. Non ho mai guardato allo status, è stata una bella esperienza. Ho partecipato forse a tutti i campionati dalla C2 alla Serie A, vincendoli tutti: non so quanti allenatori possano dire la stessa cosa e questo record me lo tengo.”
Infine non posso non chiederle se il più grande rimpianto e forse l’unico sia stato quello di non aver mai allenato Varese?
“Un anno, quando Vescovi era presidente, insieme a Max Ferraiuolo come dirigente mi fecero la proposta di allenare Varese. Io però avevo appena vinto l’A2 con Sassari e scelsi di restare in Sardegna perché volevo giocarmi l’A1. Ricevetti critiche per quella scelta, ma sono momenti di euforia in cui vuoi confrontarti con i più forti con un gruppo con il quale avevo appena vinto un campionato e quindi rifiutai. Poi in seguito ci fu solo qualche timido approccio, ma sono state fatte altre scelte. Mi sarebbe piaciuto allenare a Varese: sarei stupido a dire di no ma è andata così”.
Come sta vedendo invece suo figlio Tommaso a Varese ora?
“Sicuramente Tommy ha entusiasmo. Mi ha seguito un po’ in giro, è entusiasta, lavora tanto, forse lavora anche troppo. Spero che gli rimanga per sempre questa passione. Ha un po’ quel taglio di capelli che gli sistemerei, ma è meglio che non lo tocchi, ride, ndr)”.
Ieri Max Ferraiuolo ci ha detto che spera non esca definitivamente dal mondo del basket perché la pallacanestro ha bisogno di figure come lei: cosa risponde?
“Davanti a parole del genere sono onorato. Però io sono un allenatore e non un politico, quindi difficilmente mi riciclerei in altri ruoli. Sono molto schietto: quando devo dire le cose le dico, mentre in certi ruoli bisogna anche stare zitti e io non sono in grado di fare una cosa troppo politica. Mi godo questo momento di pausa ad Alghero ora, ma sarò sempre tifoso di Varese. Faccio sempre battaglia con chi alleno e tifa Milano o Bologna: dico loro ‘Ma non conoscete la storia di Varese?’. E allora racconto quello che è stato: le 10 finali di Coppa dei Campioni, con 5 vinte. Purtroppo ci manca la memoria storica, ma quella storia resta un bellissimo biglietto da visita per l’Italia nel mondo.”
Alessandro Burin





















