Questione di equilibrio, di dinamiche, di meccanismi, di chimica, insomma di quella roba che ti fa prendere la giusta direzione e seguirla per il più lungo periodo possibile. Può però bastare un solo piccolo sasso nell’ingranaggio per inceppare tutto il meccanismo? Evidentemente sì. La Pallacanestro Varese che ha lasciato sul parquet del PalaVerde di Treviso la possibilità di accedere alle Final Eight di Coppa Italia e tornare a giocarsi così in maniera concreta (soprattutto viste come sono finite le ultime edizioni del torneo) un trofeo, ha messo in luce quello che è un lato negativo del suo essere che con grande merito l’aveva portata a giocarsi questo traguardo.

Kastritis infatti dalla pausa in poi ha trovato l’equilibrio di questa squadra in una rotazione fondamentalmente ad 8 giocatori, salvo sporadiche eccezioni (vedasi gli ingressi occasioniali per pochi secondi di Freeman o l’apparizione con ottimi risultati di Ladurner a Brescia), con cui ha definito le gerarchie alla base del gruppo, ha creato la chimica ideale per dar sfogo al suo credo tecnico-tattico, ha distribuito compiti e responsabilità ma soprattutto, ciò che più conta, ha ottenuto risultati con 4 vittorie in 5 partite prima della gara di Treviso.

La partita del PalaVerde, come spiegavamo nei giorni precedenti la sfida, poteva ed è stata, primo importante spartiacque di questa stagione, non solo per ridefinire gli obiettivi concreti di questa squadra ma anche per poterne valutare pregi e difetti di un gruppo che, come accaduto contro Udine in casa, soffre in maniera terribile l’assenza anche solo di un interprete del proprio sistema di gioco in un gioco di equilibri così perfetto che Kastritis è stato bravissimo a costruire ma che per sua stessa natura è evidentemente fin troppo delicato.

Con l’APU mancò Alviti, con Treviso ha pesato l’assenza di Moore (per lui nessuna lesione riscontrata con gli esami di ieri, sarà gestito in settimana ma la sua presenza con Venezia non dovrebbe essere in dubbio), il risultato sono state due sconfitte ma soprattutto due prove, sebbene quella di Treviso sia stata riscattata da un buon secondo tempo, non all’altezza di quanto questa squadra al completo ha saputo dimostrare e soprattutto di quanto l’ambizione al salto di livello richieda.

Aver accorciato le rotazioni ha senza dubbio dato tante certezze ma ha anche i suoi limiti e probabilmente per cercare di vivere una seconda parte di stagione con l’ambizione di provare a centrare quel secondo obiettivo che manca come l’aria alla Varese del basket, ovvero i playoff, serve qualcosa di più, serve andare a provare a toccare quell’equilibrio senza distruggerlo ma integrandolo con un elemento che possa andare a sopperire alla mancanza, eventuale, di qualche compagno perché sperare di essere sempre tutti al 100% da qui a maggio è un’utopia.

Un esterno? Un centro? E’ chiaro che i settori sono quelli: la situazione di Freeman è ormai palese a tutti, sebbene a Treviso non abbia nemmeno granché sfigurato l’inadeguatezza fisica figlia dell’infortunio pesante subito l’anno scorso è palese soprattutto in un sistema che fa dell’energia, dell’intensità e del ritmo dei propri esterni il suo punto di forza; un innesto sotto le plance, invece, che possa andare ad integrare quelle lacune in termini di posizionamento e di caratteristiche che Renfro una giornata si ed una no palesa potrebbe essere l’altra soluzione, benché molto più remota se non addirittura da escludere a priori, tenuto conto anche della presenza di Ladurner in panchina seppur limitata a quello.

Un ragionamento che assume ancor più consistenza se si tiene conto delle mosse di dirette avversarie nella zona bassa della classifica, come l’innesto di Cappelletti a Treviso o l’arrivo di Rossato a Reggio Emilia, ingressi che alzano sicuramente il tasso tecnico di queste squadre.

Lo dicevamo però in apertura di articolo, è tutta una questione di equilibri, di chimica, di meccanismi, d’incastri, della capacità di andare ad integrare e nona rovinare un’organizzazione funzionale ma fragile che ora deve pensare prima di tutto a salvarsi ma che può sognare di ambire a qualcosa di più, anche se per farlo, forse, la squadra attuale non basta.

Alessandro Burin

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