
Quanti bambini, dando i loro primi calci al pallone, sognano di diventare grandi campioni? E quanti di quei bambini, diventati ragazzi, continuano a rincorrere le loro passioni, sperando di calcare, un giorno, i campi più importanti? Verrebbe da dire, per citare un successo senza tempo della musica italiana, che solo uno su mille ce la fa, a condizione di soddisfare una serie di requisiti quali costanza, talento, sacrifici, fede incrollabile… e anche un pizzico di fortuna. Eppure, tutto ciò non sarebbe comunque sufficiente senza un fattore fondamentale: la fiducia riposta nel giocatore durante gli anni di formazione giovanile. Senza il giusto supporto, senza la giusta attenzione, senza il giusto spazio, anche il più promettente degli atleti rischierebbe di vedere vanificati i propri sforzi e imboccare strade sbagliate che potrebbero compromettere il suo percorso di crescita.

Condivide con noi le sue opinioni al riguardo Claudio De Rosa, volto noto nel calcio giovanile e dilettantistico del nostro territorio e non solo, formatosi a Reggio Emilia presso la Cataliotti Football School. Era il 2018 quando cominciava un biennio di studi che lo portò a ottenere le qualifiche di osservatore, match analyst e collaboratore di procuratore sportivo. Dal lavoro come scout nei campionati nazionali alle esperienze con la Varesina, ha avuto l’opportunità di osservare molti dei giovani calciatori saliti alla ribalta negli ultimi anni. Esperto conoscitore, oltre che grande appassionato, delle dinamiche di questo sport, recentemente è stato anche invitato come opinionista su Top Calcio 24, produzione di Telelombardia, è intervenuto alla trasmissione Angolo Nerazzurro e ha fatto sentire la propria voce su Radio Scampia. A breve, inoltre, ricoprirà il ruolo di docente presso la stessa Cataliotti Football School, contribuendo a formare futuri osservatori sportivi che, parallelamente a questo percorso online, avranno l’opportunità di compiere trasferte nazionali e internazionali per relazionare giovani promesse dei campionati Primavera e giovanili francesi.
“Durante la mia collaborazione con un procuratore – inizia a raccontare – ho conosciuto giocatori come Cesare Casadei, Tommaso Milanese e Giovanni Fabbian, che sono arrivati a firmare contratti economicamente importanti. Quando Fabbian aveva diciassette anni, eravamo stati a un passo dall’ottenerne la procura: i suoi genitori erano venuti da Padova a Reggio Emilia per incontrarci; rimanemmo noi e Pastorello, e alla fine scelsero Pastorello. A parte questo, posso comunque ritenermi abbastanza fortunato, perché quasi tutti i profili che ho relazionato in quegli anni ora giocano ad altissimi livelli. Gli unici che non sono arrivati nei professionisti sono due giocatori per me molto forti: Mattia Paloschi, portiere della Caronnese, e Diego Simonetta, centrocampista ex Sassuolo e Spal. C’è da dire che quando segui i campionati nazionali, devi essere bravo a capire chi effettivamente può fare il salto. Le percentuali mostrano che a farcela sono veramente in pochi, anche per come è impostato l’intero sistema. È difficile che chi esce dalla Primavera sia pronto per serie importanti; forse la situazione è leggermente cambiata con l’Under 23, e in questo caso penso alla Juventus, che ha fatto crescere in casa giocatori importanti. Dal calcio giovanile al calcio dei grandi, però, serve un ulteriore step, altrimenti si fa molta fatica”.
Il motivo? Ritagliarsi il proprio spazio, quando si è giovani, può risultare un’impresa quasi impossibile. Eppure, qualche caso fortunato ci ricorda che la fiducia premia… “Nel 2021 ho visto giocare Pio Esposito, che allora aveva 16 anni – continua –, e già ai tempi avevo scritto sui miei profili social che per me era il più forte dei fratelli Esposito. Se ora è protagonista all’Inter, si deve principalmente al fatto che dopo la Primavera è andato in B, allo Spezia, dove ha avuto la fortuna di trovare un mister che l’ha fatto giocare… ed è giocando con i grandi che si migliora. Un altro esempio che mi viene in mente è Antonio Vergara, che ha fatto la gavetta in Serie C alla Pro Vercelli, poi è andato in B alla Reggiana e ora, lanciato quasi forzatamente al Napoli durante l’emergenza infortuni, sta dimostrando di essere un giocatore di valore indiscusso. Al contrario, un giocatore che, secondo me, non è stato messo nelle condizioni di fare il percorso giusto è Camarda. Il Milan l’ha gettato nella mischia in campionato e in Champions, poi si è ritrovato in C al Milan Futuro e ora è al Lecce, una squadra che si deve salvare, dove magari riceve mezzo pallone a partita. In queste condizioni, penso che avere difficoltà sia inevitabile, e tutto perché a monte avrebbero dovuto lasciarlo crescere un po’ di più”.
L’importanza di uno sviluppo lineare, nei tempi giusti, può fare davvero la differenza. A livello dilettantistico, qual è la situazione?
“In Italia, purtroppo, non si punta abbastanza sui giovani. Chiaramente sono il primo a mettermi nei panni di chi è in panchina e capire perché faccia certe scelte: gli allenatori dei settori giovanili vengono valutati in base ai risultati e di conseguenza tendono a puntare sui giocatori più pronti e non su quelli che devono ancora inserirsi. Credere nei giovani diventa un rischio per un mister che cerca di avanzare il più possibile per arrivare in Prima Squadra (e percepire un rimborso non più irrisorio), ma in questo modo si finisce per negare ai giovani un’opportunità di crescita. Il problema è che non c’è mai tempo di aspettare, come dimostra il fatto che in D ed Eccellenza ci sia bisogno di un obbligo per far giocare gli under. La questione, poi, si complica in base al ruolo: vedere un difensore centrale o un centravanti giovane è un evento più unico che raro, perché in genere, si preferisce metterli sulle fasce o ancor di più in porta, in modo da poter schierare un altro vecchio come giocatore di movimento”.
In prospettiva futura, e anche in un’ottica professionistica, i dati parlano da sé…
“Il 68% dei giocatori in Serie A sono stranieri. Con una percentuale così alta, lo stesso Gattuso fa fatica a trovare giocatori per la Nazionale. A questo proposito, però, bisogna anche avere il coraggio di riconoscere una verità che personalmente ho davanti agli occhi quando seguo i campionati giovanili nazionali: gli stranieri hanno quella fame agonistica che tendenzialmente (salvo rare eccezioni, come Fabbian) la maggior parte degli italiani non ha. I giocatori di nazionalità come Albania, Marocco o Senegal hanno uno spirito di sacrificio e una voglia di emergere che li porta a mettere in campo quel qualcosa in più, forse proprio perché, arrivando da contesti di povertà, vedono il calcio come una strada che può assicurare loro un futuro migliore. Questo confronto deve farci riflettere, perché oggi come oggi un giocatore può essere tecnicamente fortissimo, ma se non ha ritmo e intensità non potrà mai giocare ad alto livello”.
Il fattore individuale e motivazionale è quindi uno dei due piatti della bilancia che può far pendere in un senso o nell’altro la carriera di un atleta. L’altro è il fattore sistemico dell’intero settore giovanile. Quali i passi in avanti e quali le lacune ancora da colmare?
“A livello dilettantistico, quest’anno in Lombardia finalmente è stata approvata una riforma in base alla quale, in caso di promozione, a fare il salto di categoria è l’annata che ha vinto sul campo e non quella successiva, come accadeva fino alla stagione scorsa. Penso che sia un ragionamento corretto, perché possono esserci società con gruppi molto attrezzati che ogni anno vincono il proprio campionato, provinciale o regionale che sia, ma davanti a sé non hanno mai una squadra che permetta loro di passare, rispettivamente, nei Regionali o Regionali Élite. Un aspetto che invece non approvo è quello che riguarda il passaggio da Pre-Agonistica a Agonistica, quindi quest’anno da Esordienti 2013 a Giovanissimi 2012. Quando gli Esordienti entrano nell’Agonistica, gli viene assegnata la categoria acquisita dai Giovanissimi nella stagione precedente; di conseguenza, in caso di retrocessione da un campionato regionale, sia la prima che la seconda annata di Agonistica di quella società disputerebbero i Provinciali. Questo non aiuta i ragazzi che sono sì forti ma più indietro a livello fisico. Fino agli Allievi, dopotutto, c’è una differenza enorme tra ragazzi tardivi e precoci: alcuni sembrano già uomini, altri ancora bambini, e la tendenza è di far giocare i primi a scapito di questi ultimi. È un approccio che in prospettiva può diventare un problema, perché così si rischia di perdere ragazzi che in futuro potrebbero diventare più forti dei loro coetanei in quel momento più strutturati”.
Quale sarebbe un possibile modus operandi per migliorare il panorama giovanile?
“Nei settori giovanili, soprattutto nelle prime annate, non dovrebbero esserci retrocessioni, che innescano sempre scelte sbagliate. Questo perché se una società non ha determinate categorie, come gli Élite, ha anche meno blasone e rischia di perdere giocatori o di non riuscire a prendere i ragazzi più forti. È un meccanismo che condiziona troppo la crescita dei ragazzi. È vero che nei grandi il risultato sportivo conta, ma nella fase di crescita, a tredici o quattordici anni, dovrebbe passare in secondo piano. Una soluzione che per me sarebbe molto formativa, soprattutto a livello dilettantistico dove si ha meno visibilità rispetto al professionismo, è di far giocare i ragazzi più pronti con i più grandi: un 2011 forte dovrebbe giocare con i 2010, perché crescerebbe di più che con i suoi coetanei, anche se, ipoteticamente, nei 2011 fa un campionato Élite e nei 2010 un campionato regionale. Allo stesso modo, i ragazzi di diciassette anni, se hanno le capacità, dovrebbero essere mandati n Prima Squadra, altrimenti non avranno mai la possibilità di farsi le ossa ed essere visto da qualcuno che potrebbe portarli in Serie C o D. Non a caso, la prima cosa che gli osservatori fanno quando prendono in mano una distinta è guardare se ci sono giovani sotto età. Nel 2014 ero a Sesto San Giovanni a vedere Inter-Cagliari del campionato Primavera e in panchina, come sotto età, c’era Nicolò Barella: fisicamente era piccolino, ma aveva un talento incredibile. Se non l’avessero buttato nella mischia, non avrebbe fatto la carriera che tutti conosciamo”.
Ci sono tante differenze tra il sistema italiano e quello di altri paesi europei?
“Parecchie… Proprio di recente ne parlavo con Federico Piovaccari, che si sta addentrando nel mondo dei procuratori ed è molto ferrato sul calcio spagnolo. In Spagna, già a scuola, si fanno molte più ore di educazione fisica e nello specifico di calcio. In più, nelle società sportive, ci si allena molto di più, anche il giorno dopo la partita. La Spagna, sotto quest’aspetto, è più avanti e da un po’ di anni è diventata come l’Italia dei tempi migliori. A livello giovanile è un paese che cura tantissimo la tecnica; basti pensare a Fabregas del Como, che punta molto ad avere giocatori tecnicamente forti e infatti si è portato due o tre 2005 dalla Spagna. Altri paesi che hanno più coraggio rispetto a noi sono Germania o Austria, e in questo caso mi viene in mente il Salisburgo, che da vent’anni ha lo stesso responsabile del settore giovanile e lancia sempre molti giovani all’estero. Senza dimenticare la Francia, che statisticamente dà più spazio ai giovani in campionato, sebbene gli stranieri in Ligue 1 siano circa il 63%, quindi non molti di meno rispetto all’Italia, contro il 44% della Spagna, che secondo me è il modello esemplare da seguire”.
Silvia Alabardi

























