Renato Gaeta, capo allenatore del settore agonistico della Canottieri Varese, è ritenuto una delle figure più rilevanti del canottaggio italiano. Nato il 24 aprile del 1959 a Napoli, Gaeta ha iniziato a remare a 14 anni presso il Circolo Nautico Posillipo fino ai 29 anni di età. Non appena abbandonata la carriera da atleta, che gli ha riservato la partecipazione alla finale olimpica di Los Angeles 1984 dove è riuscito a piazzarsi in quarta posizione nella specialità del quattro di coppia, si è subito catapultato nell’esperienza da allenatore, dove è impegnato da quasi quarant’anni, iniziando dalla Canottieri Varese.
Dopo varie esperienze, tra cui le collaborazioni con la nazionale greca, dall’ottobre del 2025 ha fatto ritorno in riva al Lago di Varese mettendo il suo bagaglio di esperienza e competenza ancora una volta a disposizione del sodalizio gialloblu.

Perché la scelta di questo ritorno?
“Ho trascorso vent’anni della mia vita alla Canottieri Varese nel corso dei quali è cresciuta anche la mia famiglia, i miei figli hanno praticato il canottaggio qui. Ho sempre sentito la Canottieri Varese come una seconda casa, a volte anche la prima – sottolinea emozionato Gaeta – perciò mi è sempre risuonata in testa la sirena di Varese”.

Da cosa è nata l’idea di diventare allenatore?
“Amavo troppo il mondo del canottaggio, non volevo abbandonarlo. Non ho smesso di remare per anzianità, assolutamente, ma in quanto pensavo che la mia vita avesse bisogno di una svolta. Ho trovato una via di mezzo ovvero cambiare ruolo all’interno dello sport che amavo, il mio obiettivo è sempre stato quello di trasmettere e far vivere ai miei atleti tutte le emozioni che ho potuto vivere io stesso”.

Come pensa che debba essere un giusto rapporto allenatore-atleta?
“Innanzitutto alla base deve esserci il rispetto, reciproco. Dopo il rispetto subentra la fiducia: l’atleta affida tutto il suo impegno nelle mani dell’allenatore di cui deve avere fiducia. Allo stesso modo l’allenatore deve vedere nell’atleta la voglia di migliorarsi, nonostante le richieste siano spesso impegnative. Con questi presupposti può nascere un bel rapporto tra le due figure. Poi non sempre gli allenatori diventano vincenti e neppure gli atleti, ma una cosa è certa: tutti gli atleti se lavorano e s’impegnano possono migliorare. L’allenatore migliora crescendo insieme all’atleta”.

Cosa consiglierebbe ad un ragazzo che sogna le Olimpiadi?
“Bisogna prima di tutto credere in sé stessi e in chi ti segue, non solo l’allenatore ma in tutte le persone che ti vogliono bene, quelle che ti sono vicine: famiglia, amici, società, compagni di squadra. Alle Olimpiadi arrivano in pochissimi, ma qualcuno ce la fa. Fondamentale per me è stato non puntare alla vittoria ma cercare di ripetermi ogni giorno: ‘oggi voglio essere migliore di ieri’. Puntando unicamente al successo molto spesso rischi di bruciarti, perché questo non arriva quasi mai subito. La pazienza è la chiave del successo, non solo nello sport, ma per tutti nella vita”.

Come si descriverebbe?
“È difficile dare una descrizione di sé stessi, preferisco sempre che siano gli altri a farlo. Da quello che sento penso di essere una persona volitiva, che non molla mai. Fondamentalmente buono di indole anche se a volte sono duro ma cerco di stare sempre vicino ai miei atleti”.

Come descriverebbe, invece, il mondo del canottaggio?
“È un mondo fantastico, fatto di gente semplice, pulita sotto tutti gli aspetti. C’è una grande passione dietro a tutto e tutti. Oltre a crescere come atleti e allenatori penso che si possa crescere come uomini e donne e sono convinto che sia una palestra importantissima per la vita di ognuno”.

Tommaso Federici

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