
Lo trovi seduto al solito tavolino del caffè a Masnago, davanti a lui c’è il cellulare grazie al quale segue i commenti della gente alle notizie della giornata e un caffè che ormai si è raffreddato. Incontriamo il collega e amico Vito Romaniello, direttore di Giocabet TV, che con la trasmissione BIANCOROSSI in onda al martedì su Rete 55 da più di un anno ogni settimana si occupa dello stadio di Varese, al quale è legato il futuro della squadra biancorossa. E l’argomento non può che essere quello: martedì mattina in Comune a Varese è stato steso il velluto delle grandi occasioni, con l’incontro tra il sindaco Davide Galimberti e i grandi imprenditori varesini Claudio Milanese, Lino e Max Di Caro e Mauro Morello (patron di Solbiatese, Varesina e Sestese), ma se cerchi il nome del Varese Football Club su quella lista degli invitati, non lo trovi.
“Vedi, qui non stiamo parlando solo di un incontro istituzionale mancato; stiamo parlando della geografia del sentimento e del business che si sposta – è il commento in merito alla vicenda di Vito Romaniello –. Il fatto che il Sindaco Galimberti si sia seduto al tavolo con Di Caro, Milanese e Morello — tre profili che rappresentano solidità, storia e radicamento nei rispettivi comuni di Solbiate, Venegono e Sesto Calende — invia un segnale che è forte quanto un boato della Curva Nord ai tempi d’oro. Il punto è tecnico e politico insieme. Se convochi le ‘eccellenze’ della provincia e lasci in sala d’attesa (o proprio lontano dal citofono) la proprietà della squadra che porta il nome della città, è forse la certificazione di un corto circuito comunicativo tra Palazzo Estense e il Varese di Girardi e della famiglia Rosati. O stai facendo una scelta di campo ben precisa”.
Il “Franco Ossola” oggi non è solo uno stadio: è un costo fisso che pesa e una struttura che richiede interventi per milioni di euro. Le società dell’hinterland hanno impianti (come il ‘Chinetti’ o il centro di Venegono) che, fatte le debite proporzioni, sono gioiellini di efficienza rispetto al gigante stanco di Masnago. Mettere insieme questi attori significa cercare una ‘terza via’ per il calcio cittadino: una sinergia che potrebbe guardare a un progetto di comprensorio, superando il vecchio concetto di ‘campanile’ per passare a quello di ‘hub sportivo’.
“Attenzione – avverte Vito –: non si può ricostruire il futuro del calcio ignorando chi detiene il titolo sportivo del Varese. La famiglia Rosati e Girardi rappresentano l’investimento attuale, con tutte le complessità del caso. Ignorarli in un tavolo come quello è come provare a riscrivere la storia di un libro saltando il capitolo principale. Il futuro dello stadio di Varese non può essere un puzzle a cui manca il pezzo centrale. In una partita così delicata, ci deve essere intesa tra chi governa la città e chi gestisce la squadra, a perdere altrimenti sono sempre e solo i tifosi, che vedono il loro tempio trasformarsi in un deserto di incertezze. Il problema non è chi c’è dentro, ma chi non è stato invitato”.
Vito si ferma un istante, per bere il suo caffè ormai ghiacciato, prima di alzarsi e aggiunge: “…perché in questa città la strada ha la memoria lunga. Puoi riqualificare tutti i comparti che vuoi e firmare tutti gli accordi che preferisci, ma finché Palazzo Estense e il Varese Football Club parleranno due lingue diverse, ci sarà sempre un pezzo di cuore di questa città che non si sentirà invitato alla festa. E io, tra un brindisi a champagne e un coro allo stadio, sai bene da che parte preferisco stare”.
Ti fa un cenno con il capo, un saluto rapido e asciutto, poi si allontana lasciandoti in mano un taccuino pieno di dubbi. L’intervista si chiude qui. Vito sta raggiungendo la redazione di Giocabet TV, ma le sue parole restano lì, pesanti come il porfido di Corso Matteotti.
Matteo Carraro


























