Viene prima l’uovo o la gallina? È forse questa la domanda che meglio sintetizza il summit andato in scena in mattinata a Palazzo Estense. Prima una grande squadra per riportare Varese nel calcio che conta o prima uno stadio moderno capace di sostenerne la crescita? Da qui si è sviluppato il confronto tra il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il sindaco di Varese Davide Galimberti e i rappresentanti delle principali realtà calcistiche della provincia: Antonio e Giovanni Rosati per il Varese, Claudio Milanese per la Solbiatese, Lino e Max Di Caro per la Varesina e Mauro Morello per la Sestese.

Rispetto all’incontro precedente, la novità è stata proprio la presenza del club biancorosso. Un segnale importante, perché immaginare il futuro del calcio cittadino senza coinvolgere la squadra che rappresenta Varese sarebbe stato quantomeno paradossale. Sul tavolo, ancora una volta, l’idea di costruire un percorso condiviso che possa riportare il territorio nel professionismo, valorizzando le forze economiche e imprenditoriali della provincia senza però cancellare identità, storia e settori giovanili delle singole società.

Ed è proprio qui che nasce la riflessione. Sul piano teorico è difficile non condividere un progetto che punta a unire risorse, competenze e ambizioni. Tutti sognano di rivedere una squadra di Varese ai massimi livelli del calcio italiano (e non) e di restituire al “Franco Ossola” il ruolo che la sua storia merita. Nella pratica, però, il percorso appare inevitabilmente molto più complesso.

Ogni società coinvolta ha infatti una propria proprietà, un’organizzazione consolidata, un settore giovanile, strutture, sponsor e una progettualità costruita negli anni. Pensare che realtà differenti possano convergere sotto un’unica regia mantenendo le proprie specificità rappresenta un esercizio tanto affascinante quanto delicato se non utopistico. Perché, inevitabilmente, ciascuno è chiamato prima di tutto a tutelare il proprio percorso di crescita. Più che trovare un punto d’incontro, la vera sfida sarà evitare che obiettivi comuni e interessi individuali finiscano per percorrere strade diverse. Non a caso, al termine del vertice, non sono emerse decisioni operative. C’è stata la volontà di confrontarsi, di mettere sul tavolo idee e disponibilità, ma nessun progetto definito. E dunque cosa resta? Una porta aperta al dialogo, ma ancora tutta da attraversare.

L’aspetto forse più significativo resta allora un altro. La presenza di Giancarlo Giorgetti conferisce inevitabilmente peso istituzionale di livello altissimo a un ragionamento che non riguarda soltanto il campo, ma anche il futuro dello stadio “Franco Ossola”. Perché se è vero che una squadra ambiziosa ha bisogno di una casa all’altezza, è altrettanto vero che una città come Varese attende da troppo tempo una soluzione concreta per il proprio impianto. E, nel sempreverde tira e molla tra Varese Football Club e Comune (da una parte “Prima lo stadio, poi saliamo di categoria”, dall’altra “prima salite di categoria, poi lo stadio”), a rimetterci sono i tifosi.

Se non altro, per il discorso stadio sembrerebbe filtrare ottimismo. Ma, visti i precedenti, il condizionale è d’obbligo. L’auspicio è che questo possa essere il punto di partenza. Magari non per una utopistica “super società” capace di riunire sotto un unico tetto almeno quattro realtà diverse, ma almeno per creare quelle condizioni che consentano al calcio varesino di crescere senza disperdere energie. Le idee sono state messe sul tavolo. Adesso serviranno i fatti.

Matteo Carraro

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