
Ci sono storie nel calcio che non si misurano solo in punti in classifica o trofei in bacheca, ma nei passi lenti e fieri di chi sa da dove è partito. Quello di Davide Giubilini all’Alcione è un viaggio straordinario, una scalata romantica e affamata che dalla Serie D ha saputo conquistarsi, un millimetro alla volta, il palcoscenico del professionismo. Ma dietro l’allenatore ambizioso, dietro i trionfi sul campo e l’ombra protettiva di un maestro come mister Cusatis, batte il cuore di un uomo che ha saputo trasformare le delusioni in slanci di vita e che oggi trova la sua forza più pura negli occhi dei suoi figli e in una famiglia che lo aspetta a casa. In questa intervista esclusiva, Giubilini si mette a nudo tra campo e sentimenti, raccontandoci il segreto dietro il miracolo Alcione, il legame mai spezzato con il passato e un futuro tutto da scrivere. Con una certezza assoluta: la fretta non esiste quando le radici sono forti.
Davide Giubilini, sei alla tua terza stagione con l’Alcione. Se guardi indietro, che bilancio fai di questo triennio che ti ha proiettato nel calcio dei grandi, nel professionismo? Una Serie C che, tra l’altro, ti sei conquistato sul campo partendo dalla D.
“Faccio parte di una società straordinaria, una realtà che ti permette di lavorare sul serio. È un club ambizioso, capace di scandire i giusti step di crescita e per chi vive in questo mondo e cerca di essere ambizioso, tutto questo è profondamente gratificante. L’Alcione ti spinge ogni anno ad alzare l’asticella, a metterti alla prova, a migliorare. La tua crescita personale finisce per coincidere con quella del club, ed è questo che ti permette di fare un passo alla volta, senza bruciare le tappe. Parliamo di una realtà solida, con una presidenza forte e una struttura alle spalle di assoluta competenza. Per me, che ho fatto tutta la trafila dalle giovanili fino ai grandi, è uno stimolo immenso continuare a crescere dentro questo contesto”.
Tre anni all’Alcione significano anche tre anni vissuti al fianco di mister Cusatis e del direttore Mavilla. Quanto devi a queste due figure nel tuo percorso di crescita?
“Il Mister lo considero in primis un maestro, e non lo dico solo io, lo dicono tutte le persone che lo incontrano lungo la strada. Sul piano umano è una persona diversa da tante altre: cura ogni minimo dettaglio, è attentissimo a tutte le dinamiche del gruppo, che si tratti della squadra o dello staff. Per uno come me, che tre anni fa ha iniziato a fargli da secondo, lavorare al suo fianco è stato un banco di prova incredibile. Pretende tantissimo, da quest’anno si è inserita una nuova figura nello staff che ci sta dando una grande mano, ma nei primi due anni eravamo solo io e lui. È stata una crescita pazzesca. Allo stesso modo, il direttore Mavilla è una persona di un’ambizione rara, ma al tempo stesso trasparente, vera, un uomo di calcio come pochi. È uno che ti dice le cose in faccia, nel momento giusto, soprattutto quando sbagli. E io preferisco mille volte chi ti guarda negli occhi a chi ti parla alle spalle, ti permette di lavorare e migliorare, perché per stare al passo con la sua ambizione devi evolverti continuamente”.

A proposito di crescere e lavorare… Dall’ultima intervista che abbiamo fatto su VareseSport c’è una cosa che è cresciuta tantissimo, ed è la tua famiglia. Ti avevamo lasciato con una moglie e ti ritroviamo papà di due figli. Il cane c’è sempre?
“Giubilini scoppia a ridere (ndr). Il cane c’è sempre, assolutamente! Sì, la famiglia era uno step a cui io e Irene tenevamo tantissimo: siamo riusciti a crearla e questo ci rende infinitamente felici. Abbiamo due bimbi: Pietro, che ormai ha tre anni e mezzo ed è un vero uragano, un tornado, e la piccola Giorgia, che adesso ha tre mesi. Tutto questo per me è motivo di un orgoglio immenso, ma anche di una responsabilità enorme. Diventa la linfa per fare ancora meglio sul lavoro: sapere di avere alle spalle una famiglia che ti supporta e ti sostiene è tutto. Ma è anche una famiglia a cui devi rendere conto, nella maniera più positiva del termine. Lo stimolo cresce a dismisura perché sai che a casa ci sono due bimbi che ti aspettano e che vuoi far crescere insieme a te, giorno dopo giorno”.
Parliamo del futuro di Giubilini, lo scriviamo e a Cusatis non lo facciamo leggere! C’è l’ambizione, un giorno, di diventare primo allenatore e prendere in mano una squadra?
“Diciamo che quando sono partito, tanti anni fa, l’obiettivo è sempre stato quello di arrivare, prima o poi, nel calcio dei professionisti. Quindi sì, l’ambizione c’è sempre, è innegabile. Ma secondo me la vera forza sta nel non avere fretta, nel non essere troppo precipitosi nell’affrontare le tappe. Ho 34 anni, so da dove sono partito e conosco i sacrifici fatti; ho appena concluso il percorso UEFA A. L’ambizione vive dentro di me, ma è giusto coglierla quando tutti i tasselli saranno pronti a incastrarsi. Finché il lavoro che svolgi dietro le quinte ti migliora e ti gratifica, e finché hai davanti a te persone che ti arricchiscono, come l’Alcione, il Mister e il Direttore, tutto il resto passa in secondo piano. Conta il percorso di crescita comune. Poi, quando e se più avanti ci sarà l’opportunità di iniziare un’avventura personale, se i tasselli saranno al posto giusto, ci faremo trovare pronti e la coglieremo al volo”.
Tanti anni di settore giovanile con la Solbiatese ottenendo risultati importanti, poi il passaggio all’Alcione e subito il “botto” al primo anno: la vittoria del campionato di Serie D e lo sbarco nei professionisti. Se dovessi tracciare un bilancio emotivo, qual è il momento che ti ha dato più soddisfazione? Magari qualcosa che non passa necessariamente da un trofeo, ma dall’aver visto crescere un ragazzo e diventare uomo.
“Credo che il percorso nel settore giovanile sia stato determinante, lo reputo un valore aggiunto assoluto. Sapere dove affondano le tue radici è l’unica cosa che ti permette, alla fine, di costruire un albero alto e forte. A Solbiate è stato un viaggio incredibile, nato come Insubria e poi diventato Solbiatese, attraversando annate bellissime con i 2004 presi dai Giovanissimi e portati fino alla Juniores. Se devo dirti l’annata che mi ha regalato più emozioni in assoluto, paradossalmente è quella in cui abbiamo perso la finale nazionale ai rigori proprio con la Juniores. Non parlo della vittoria o della sconfitta in sé, ma di ciò che quella stagione ha lasciato dentro di noi. Oltre ad allenare i ragazzi ero il secondo di Gennari in Prima Squadra e tutto è praticamente iniziato con un esonero a ottobre: è stato un momento di forte delusione personale, una cosa che non mi era mai successa prima, ma da quella batosta è nato un incredibile slancio di crescita, di autoanalisi e di studio. È stata quella delusione a darmi la spinta per una stagione eccezionale con la Juniores, al netto del rammarico per la finale, e poi incontrare la realtà dell’Alcione a giugno. Da lì è nato un percorso ancora più gratificante, culminato al primo anno con la vittoria della Serie D e l’approccio con i professionisti. Un traguardo pazzesco nel giro di due anni”.
Rimanendo un attimo a Solbiate, una piazza che hai chiaramente nel cuore: quest’anno la Solbiatese è finalmente riuscita a tornare nel calcio dei grandi, conquistando la Serie D. Immagino sia una bella gioia anche per te.
“Assolutamente sì. Solbiate è stata una parte cruciale della mia vita e del mio percorso, sono davvero felice che siano riusciti a raggiungere quell’obiettivo che inseguivano da tanto tempo. È una piazza che merita la categoria che ha conquistato. Mi auguro di cuore che riescano a consolidarsi e poi, in base alle ambizioni del patron, che possano puntare a tutto ciò che ritengono opportuno. Hanno tutto per strutturarsi e ambire a qualcosa di ancora più grande: la proprietà è solida, il centro sportivo e le strutture sono di altissimo livello, meritano tutto questo, e forse anche di più. Per me Solbiate resta un passaggio chiave: lì ho vissuto grandi trionfi, come la vittoria in Prima Categoria e la rinascita dal nulla della Solbiatese fino alla Promozione, ma sono state anche le sconfitte, come la parentesi in Eccellenza di cui ti ho parlato prima, a dare il via al mio miglioramento personale. È da lì che ho trovato la forza per ambire a palcoscenici più alti”.

Ce lo hai già fatto capire, ma l’anno prossimo? È confermata la tua avventura sulla panchina dell’Alcione?
“L’anno prossimo sì, a quanto pare sì! Siamo totalmente allineati sul continuare insieme questa avventura, io e mister Cusatis. Siamo felici di farlo perché, come dicevo, la società è estremamente ambiziosa. Ci aspettano sfide ancora più dure: dopo un’annata vissuta costantemente nelle posizioni nobili della classifica e conclusa ai play-off contro il Lumezzane, l’anno prossimo ci chiederanno di riconfermarci e di migliorarci ancora. Questo sarà il nostro compito. Ma le sfide più difficili sono anche quelle più affascinanti e stimolanti. Ci faremo trovare pronti”.
Michele Marocco

























