Il salto in avanti che sta compiendo la Pallacanestro Varese, sia da un punto di vista sportivo, che economico, che di ambizioni, che di status, che di risonanza mediatica è evidente a tutti.
Dopo anni di anonimato sportivo nei quali il club di Piazzale Gramsci si è barcamenato tra il cercare di rimediare ai propri errori e la speranza di pescare il cosidetto coniglio dal cilindro per cambiare le sorti di stagioni altrimenti già segnate, frutto anche e soprattutto di una minor disponibilità di risorse rispetto a tante altre competitor, ora la società del Presidente Toto Bulgheroni è tornata prepotentemente sulla scena nazionale ed europea.

Risultato, questo, di un lavoro sviluppato negli anni soprattutto fuori dal campo e che vede il CEO biancorosso, Luis Scola, in prima linea in questa seconda fase del suo progetto votata allo sviluppo del club sotto ogni punto di vista che sta già mostrando tutta la sua concretezza e che riapre orizzonti di successo fino a poco tempo fa solamente sognati.

Di questo e di quello che potrebbe essere il futuro della società biancorossa, con il progetto NBA Europe che avanza in maniera cavalcante, abbiamo parlato con chi, una Pallacanestro Varese veramente vincente, l’ha vissuta e raccontata, ossia il giornalista varesino del Corriere della Sera, Flavio Vanetti.

Si aspettava una Pallacanestro Varese in grado di cambiare pelle così rapidamente?
“Assolutamente no. Fino a tre settimane fa c’erano alcuni segnali che lasciavano intendere come la società si stesse muovendo su profili di livello più alto rispetto al recente passato, ma mi sembrava comunque ancora ancorata a un mercato sì meno orientato alle scommesse ma comunque sempre attivo alla valorizzazione di giocatori del cosiddetto sottobosco. Invece c’è stato un cambio di passo significativo e importante, che racconta qualcosa di nuovo”.

Ikangi, Nikolic e la permanenza di Alviti: per una squadra che l’anno scorso ha sofferto molto a rimbalzo, finora è un bel pacchetto di ali…
“Sì, e ho anche il sospetto che questa sia stata una delle condizioni per essere competitivi nella candidatura alla BCL. Bisognava rinunciare all’idea di avere una squadra leggera e poco profonda. Non ero sicuro che Alviti sarebbe rimasto: già la sua conferma è stato un ottimo segnale, perché c’erano tutte le premesse per una separazione. Invece è stato convinto a restare e la società ha trovato le risorse per trattenerlo. A me piace molto Ikangi: è chiaro che non stiamo parlando di un fuoriclasse, ma di un giocatore che a Varese è sempre mancato e l’anno scorso, quando lo abbiamo sfidato, ci ha messo in grande difficoltà. Nikolic mi entusiasma un po’ meno, ma lo considero comunque un giocatore molto utile. Non è un grandissimo talento, però ovunque sia andato si è sempre dimostrato affidabile, soprattutto grazie alla sua esperienza”.

Andiamo ai colpi da 90 Hale e Della Valle: pensa che potranno coesistere?
“Qui si vedrà anche la bravura dell’allenatore. Della Valle è un giocatore molto istintivo, a volte può sembrare un po’ egocentrico e individualista, ma secondo me ha anche la capacità di leggere il gioco e trovare soluzioni per la squadra. Dovranno imparare a conoscersi e a completarsi. Il segreto di una squadra non è la qualità dei singoli, ma la chimica che riesce a creare. È chiaro che due personalità così importanti dovranno essere integrate nel modo giusto”.

Finalmente è arrivato un playmaker puro come McDowell-White. Quanto sarà importante il suo ruolo?
“Molto, anche perché a occhio e croce questa mi sembra una squadra più lunga, più profonda e anche più logica rispetto ai canoni degli ultimi anni. Il basket può essere interpretato in tanti modi, ma ci sono alcuni principi fondamentali da cui non si può prescindere, come l’asse play-pivot. Se poi il playmaker ha anche personalità, tanto meglio”.

Ora mancano ancora tre giocatori: che profili si aspetta?
“Mi auguro che, nel cercare il centro, non si guardi soltanto al classico profilo del difensore, rimbalzista e stoppatore. Con un playmaker come McDowell-White serve anche un lungo capace di essere un fattore offensivo, magari non sempre, ma quando ce n’è bisogno. Chiaramente servirà anche un presidio del ferro, anche se Renfro garantisce già molto sotto questo aspetto. Lì conterà parecchio anche la chimica. In ala forte bisognerà sostituire Nkamhoua, un giocatore importante, non privo di difetti ma dotato di grande qualità e talento. Raggiungere il suo livello non sarà semplice, però servirà un giocatore con caratteristiche simili e con parecchi punti nelle mani. Come ala piccola, invece, mi aspetto un elemento che allarghi ulteriormente le rotazioni sugli esterni. Si può trovare un buon compromesso anche con un giocatore ben definito nel proprio ruolo. È una squadra che va costruita anche per affrontare la coppa: stress, fatica e infortuni richiederanno un ulteriore cambio di passo”.

In questo quadro di roster, quale pensa potrà essere il ruolo di Librizzi?
“Deve ritrovare il ruolo che ha sempre interpretato meglio: quello dell’incursore capace di spaccare le partite e creare scompiglio in senso positivo. Deve tornare a essere un disequilibratore degli equilibri. Se verrà recuperato in quella dimensione potrà essere molto utile. Ha qualità e talento; forse negli ultimi tempi è stato utilizzato in un modo meno adatto alle sue caratteristiche. Poi molto dipenderà anche dal feeling con l’allenatore”.

Ecco, l’allenatore, lo ha citato spesso finora: anche per Kastritis questa stagione diventa un banco di prova molto importante per la sua carriera…
“Quest’anno diventa fondamentale per lui per fare un salto di qualità. È arrivato in una situazione d’emergenza e ci ha salvato, tirandoci fuori dalle difficoltà e gestendo meglio di come venivano interpretate prima diverse situazioni. L’anno scorso, però, forse ci aspettavamo qualcosa in più, soprattutto dal punto di vista offensivo. A volte una certa cocciutaggine nel perseguire alcune idee l’abbiamo pagata. Servirà qualche novità, sia in attacco che in difesa. Ora avrà una squadra più completa e profonda e dovrà dimostrare di saper gestire più personalità importanti all’interno dello spogliatoio. Mi auguro anche che riesca a proporre un basket migliore rispetto a quello visto finora, che non è stato brutto ma troppo discontinuo”.

Guardando alla BCL, quali possono essere le ambizioni di Varese?
“Molto dipenderà dall’approccio. Se la squadra vivrà questa esperienza come un’opportunità di crescita, anche in prospettiva del progetto NBA Europe, allora potrà essere molto utile. Non sarà una semplice passerella. Servirà un atteggiamento serio e rispettoso della storia europea del club. Bisognerà costruire la mentalità giusta: sarà un impegno pesante, ma dovrà essere affrontato nel migliore dei modi. Il girone è impegnativo, anche se non impossibile. Poi sarà il campo a parlare”.

E in campionato?
“Non sarà un campionato semplice. Vedo sicuramente cinque o sei squadre davanti: Milano, Tortona, Venezia e poi bisognerà capire la Virtus. Napoli è ambiziosissima e guidata da un allenatore vero, mentre le due Roma per ora sono ancora tutte da costruire ma hanno il potenziale per allestire due grandi squadre. Mi aspetto anche una Treviso in crescita. Se Varese non farà le cose per bene in questo finale di mercato rischia di trovarsi a metà strada tra i playoff e la zona immediatamente sotto. Servirà molta più continuità per restare stabilmente nella parte sinistra della classifica”.

Discorso NBA Europe: cosa ne pensa? Che idea si è fatto di una Varese che giochi a Milano?
“Io credo, e non sono l’unico a pensarlo, che ci sarà uno slittamento del via al 2028. L’intenzione dell’NBA è partire nel 2027, ma vedo ancora qualche problema organizzativo. Non è impossibile rispettare quella data, però considero più probabile il 2028. Varese sarà una prestatrice di servizi e sono tranquillo anche sul tema della non cessione del titolo sportivo: se ci fossero stati problemi, sarebbero già emersi. Non credo nemmeno che la questione sia convincere i tifosi varesini ad andare a Milano. La vera chiave del successo di NBA Europe sarà attrarre un pubblico nuovo, composto anche da turisti e appassionati richiamati dal marchio NBA. È una dimensione diversa, che va oltre il tradizionale tifo locale italiano. Bisognerà uscire dalla logica campanilistica e abbracciare questo progetto. A New York, ad esempio, una parte consistente del pubblico è composta da visitatori che vogliono vivere l’esperienza della partita. Questa sarà la vera sfida. Se il basket verrà percepito anche come intrattenimento, allora il progetto funzionerà. Altrimenti no. Ma non dipenderà da Varese o da Milano: sarà uno scenario completamente nuovo che coinvolgerà tutti. All’inizio ci saranno inevitabilmente difficoltà, ma fanno parte del percorso. Seguo l’NBA dal 1980 e so quanto sia un’organizzazione straordinaria: quando decide di fare qualcosa, lo fa perché è convinta di poterci riuscire. Mi sorprenderebbe se questo progetto dovesse fallire. Dan Peterson ha espresso dubbi, e magari avrà ragione lui, ma credo che il suo giudizio sia influenzato anche dall’assenza di Olimpia Milano e Virtus. È un progetto complesso, ma se l’NBA insiste così tanto significa che ha solide ragioni”.

Come valutare il lavoro portato avanti da Scola soprattutto in relazione a tale progetto?
“Bisognerà capire, eventualmente, tutti i retroscena e vedere come si svilupperà questa situazione. Secondo me c’è anche lo zampino di Toto Bulgheroni e della sua amicizia con Colangelo. In questi anni Scola non ha mai brillato dal punto di vista della comunicazione; le sue idee sono sempre rimaste un po’ dietro le quinte e di complessa valutazione a livello totale. Se però questa operazione dovesse andare in porto, come minimo meriterebbe una statua in piazza Monte Grappa, perché avrebbe trovato una strada per garantire un futuro a una società che non può contare su un grande mecenate. Non so quanto sia stato frutto di una precisa strategia o anche di un pizzico di fortuna, ma se le cose andranno bene sarà giusto riconoscergliene il merito. E se dovessero andare male, gli andrà comunque dato atto di aver provato a costruire qualcosa di positivo per questa realtà”.

Da chi ha vissuto gli anni della grande Varese, pensa che questa società possa davvero tornare a lottare per vincere?
“Innanzitutto bisognerà capire quale sarà la nostra identità al termine di questo percorso. Se resteremo una squadra di Serie A, avremo comunque una dimensione migliore rispetto a quella di sofferenza vissuta negli ultimi anni. Un passo avanti, sotto questo aspetto, è già stato fatto. Se invece dovessimo entrare in NBA Europe, allora si aprirebbe uno scenario completamente nuovo, impossibile da paragonare alla Varese del passato. Sarebbe un’altra storia, che anche i tifosi dovranno imparare a comprendere. Parliamo sempre della Varese che fu Ignis, ma inserita in un contesto completamente diverso. Una Varese in NBA Europe potrebbe accendere un entusiasmo enorme, perché si parlerebbe, piaccia o no, della manifestazione cestistica più importante del mondo. Già questo dovrebbe essere motivo di grande entusiasmo, anche se qualcuno continuerà a storcere il naso. L’importante sarà riuscire a portare il progetto a compimento senza intoppi”.

Alessandro Burin

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