Nato e cresciuto a Varese, con l’hockey nel sangue grazie a papà. Per Tommaso Mazza, però, il percorso sul ghiaccio ha preso presto una strada diversa dai colori gialloneri. Classe 2005, attaccante, ha mosso i primi passi a Varese per poi trasferirsi ad Aosta, dove ha trovato un ambiente ideale per crescere, tra ghiaccio, palestra e vita condivisa con i compagni. Da lì il salto Oltreoceano, nel Minnesota, dove ha potuto respirare hockey praticamente ogni giorno, misurandosi con una realtà diversa e con un gioco più fisico e veloce.

Un’esperienza che, oltre a farlo maturare come giocatore, lo ha cambiato anche fuori dal ghiaccio. Ora, terminata la sua esperienza negli States, Mazza è pronto a rimettersi in gioco in Italia: la prossima fermata è Merano, dove affronterà la preseason con l’obiettivo di conquistarsi un posto nel roster di Alps Hockey League. Una nuova sfida, stavolta tra i senior, per capire quanto è cresciuto e soprattutto fin dove può arrivare.

Tommaso, partiamo dall’inizio. Sei nato a Varese e hai iniziato proprio qui a pattinare. Poi è arrivato il trasferimento ad Aosta: come mai questa scelta?
“Ho iniziato a giocare soprattutto per merito di mio papà Nicolò, che giocava anche lui qui a Varese. Quando ho preso questa decisione, inoltre, era il periodo in cui il palaghiaccio stava venendo ristrutturato e quindi era più difficile allenarsi a Varese. Ad Aosta c’era invece la possibilità di stare lì e fare più allenamenti. Ho preso la palla al balzo e ho deciso di andare”.

Aosta è diventata negli ultimi anni una realtà molto importante per la crescita dei giovani. Che impronta ti ha lasciato, sia dal punto di vista tecnico che umano?
“È stato bello, soprattutto perché vivevo lì nel college e stavo 24 ore su 24 con i compagni di squadra. È una cosa che ti permette di fare davvero squadra tutto il giorno e mi ha aiutato a capire il valore dello stare insieme ai propri compagni. Poi tutte le ore sul ghiaccio e gli allenamenti in palestra che ho potuto fare ad Aosta mi hanno sicuramente dato una bella spinta”.

C’è qualche allenatore o compagno che senti di dover ringraziare in modo particolare?
“Anche a Varese ci sono state persone importanti, come Matteo Malfatti, senza dimenticare Massimo Da Rin e John Cacciatore. Poi ad Aosta Luca Giovinazzo e, negli Stati Uniti, tutti i miei allenatori. Mi sono allenato tanto con Casey Rooney e sicuramente mi hanno aiutato tutti moltissimo”.

E poi, giovanissimo, è arrivata la scelta di volare negli Stati Uniti. Cosa ti ha spinto a partire?
“Volevo provare un’aria diversa, un ambiente diverso. Ho avuto questa opportunità proprio nel Minnesota, dove c’è una grande cultura hockeistica e si può veramente respirare hockey tutti i giorni. È stato fantastico potermi allenare con tante persone motivate come me e stare sul ghiaccio ogni giorno”.

Dal punto di vista del gioco, quali sono state le differenze che hai notato maggiormente tra l’hockey americano e quello europeo?
“Sicuramente la fisicità. Anche il fatto che la pista sia più piccola rende tutto molto più fisico. È un gioco molto più sulle balaustre e bisogna prendere decisioni abbastanza velocemente. In Europa penso ci sia più un gioco di qualità e di possesso, dove puoi tenere il disco e costruire delle belle azioni; in America, invece, è più una lotta per ogni disco”.

Un’esperienza così deve averti lasciato tanto anche fuori dal ghiaccio. Quanto senti di essere maturato?
“Sicuramente anche a livello caratteriale e personale ho imparato molto. Ho avuto delle difficoltà che mi hanno aiutato a diventare più maturo e mi sento comunque una persona diversa ora che sono tornato”.

Adesso il ritorno in Italia, con la pre-season a Merano. Sarà un vero e proprio tryout: come è nata questa possibilità?
“Ho finito la lega junior e ho pensato che fosse un buon step provare a giocare qui in una squadra senior. Mi sono messo in contatto con il direttore sportivo del Merano e già da subito è stato molto disponibile e professionale. Mi ha detto che c’era la possibilità di fare questa prova e ho accettato”.

Passare ai senior, per di più in una realtà come Merano, sarà un bel salto. Su cosa punterai per provare a conquistarti un posto?
“Penso che, nonostante la mia stazza, avendo giocato negli Stati Uniti, posso giocarmela fisicamente con giocatori più grandi di me. Poi voglio fare il mio gioco: penso di avere delle buone qualità nel tiro e nel portare il disco in zona d’attacco. Cercherò di fare il mio e, allo stesso tempo, di imparare dai compagni che hanno più esperienza di me. Poi vedremo come andrà”.

Guardando un po’ più avanti, come ti immagini? L’obiettivo è riuscire a trasformare l’hockey in una professione?
“Sì, sicuramente vorrei fare questo come lavoro. Il mio obiettivo è provare a giocare al livello più alto possibile per quanto tempo mi sarà concesso”.

E in questo sogno c’è anche la maglia azzurra?
“Certo. Penso sia una cosa a cui tutti ambiscono e anche per me è un sogno”.

M.M. & M.C.

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