
C’è un profumo che non si dimentica mai. È quel misto di ghiaccio appena tirato a lucido dalla raschiatrice, freddo che pizzica le narici e adrenalina pura che rimbalza contro il plexiglas. Milano questo respiro lo cercava da tempo immemore, sepolto sotto la polvere dell’attesa. E quando entri alla Fiera Ice Arena, con quasi tremila persone che spingono come onde impazzite, capisci che la partita di stasera non era soltanto una contesa di campionato. Era una liberazione.
Poco importa, o almeno per una sera, se sul cubo luminoso alla sirena finale campeggia l’1-4 per Innsbruck. Perché a fine gara, mentre i tirolesi celebravano il trionfo, la Curva milanese ha fatto tremare le fondamenta del palaghiaccio intonando cori a squarciagola, stringendosi attorno ai ragazzi in maglia rossoblù come se avessero appena sollevato al cielo il trofeo più bello. L’urlo di chi voleva solo tornare a casa, a tifare hockey.
Sul ghiaccio, a voler essere onesti fino in fondo, la favola è durata un solo drittel. L’avvio era stato da brividi veri: ritmo alto, gambe reattive e il ruggito assordante per il tap-in sottomisura di Diego Kostner, storico primo timbro nella nuova arena. Sembrava l’inizio di una serata magica. Poi, all’improvviso, si è spenta la luce. Dal secondo periodo (prima della prima sirena pareggio di Davis) di in avanti il disco ha iniziato a girare lento, quasi pesante, mentre l’Innsbruck danzava a memoria sulle linee di passaggio. La squadra di casa è apparsa improvvisamente sfilacciata, timorosa sui contrasti, fin troppo molle contro avversari che sembravano avere il doppio della cattiveria agonistica. E così Owre approfitta di un disco perso in zona neutra per il diagonale dell’1-2 e, in avvio di terzo drittel, Richards punisce in inferiorità numerica. Nemmeno le clamorose opportunità in superiorità numerica e l’assalto con l’uomo di movimento in più hanno scardinato il muro di Harvey, prima della punizione a porta vuota firmata da Witting.
Forse manca ancora il senso profondo di squadra, quell’intesa invisibile che trasforma individualità sparse in un blocco granitico. Manca un leader carismatico che prenda il disco per la gola nei momenti bui e dica a tutti da che parte remare. Serve tempo, sudore e pazienza. Ma la cartolina più nitida di questa notte non è il referto arbitrale: è quella muraglia umana rossoblù che canta a fine partita per oltre mezzora. Milano ha fame di hockey, e questo è solo l’inizio.
Ambrogio Brambilla





















