Arrivato alla soglia dei 36 anni (il compleanno il prossimo 6 dicembre) con la fascia al braccio e lo stesso entusiasmo di un ragazzino, Nicola Salmoiraghi è l’anima della San Marco. Il centrocampista classe ’89 sta guidando i biancoblù in una stagione fin qui scintillante: 22 punti e vetta del Girone Z di Seconda Categoria condivisa con il Cistellum, anche se la classifica resta cortissima e ogni domenica “rischia” di cambiare volto al campionato.

A stupire nel ruolino di marcia bustocco sono state le prime nove giornate: cinque vittorie, quattro pareggi ma soprattutto zero gol subiti. Un dato eclatante che restituisce il valore e la compattezza di un gruppo che si è fortificato sotto l’egida di mister Alberto Casola. Impossibile, pertanto, non iniziare da quei 835’ (di più, considerando i recuperi) con la porta inviolata. “Il segreto? Il gruppo, dal primo all’ultimo – spiega Salmoiraghi –. Certo, l’arrivo di Ferni, un autentico fuoriclasse, un portiere davvero fuori categoria, ha alzato il livello, ma la solidità parte dagli attaccanti e attraversa centrocampo e difesa. Con Iorfida ci conosciamo da una vita: averlo là dietro è un super-lusso, lui è il vero leader della squadra. Ci conosciamo da anni, siamo un meccanismo rodato e il mister è bravo a farci rendere tutti al meglio”.

Poi il primo ko con il Samarate: che partita è stata?
“Meglio aver preso gol così e aver perso male: il primo tempo non siamo proprio entrati in campo. Nel secondo abbiamo reagito con un altro spirito, ma non è bastato. Complimenti al Samarate, una gran bella squadra. La prova del nove, però, è arrivata la domenica successiva”.

Per l’appunto: la vittoria sulla Sommese ha rimesso le cose in chiaro…
“La Sommese è solidissima, fisicamente la più dotata. Loro sono partiti meglio, poi noi abbiamo pareggiato su rigore e ce la siamo giocata fino alla fine quando Fusco l’ha messa dalla sua mattonella. Non è stata una partita bellissima, errori da entrambe le parti, ma l’abbiamo portata a casa”.

In estate molti vedevano la San Marco come una possibile outsider, non come una squadra di prima fascia. Casola, invece, è sempre stato molto diretto sui vostri obiettivi d’alta classifica.
“Lui ha creduto in noi dal primo minuto. Rispetto all’anno scorso il centrocampo è più forte, forse all’inizio peccavamo un po’ in attacco, ma, nonostante ciò, abbiamo quasi sempre portato a casa le partite in modo pulito, a prescindere dall’avversario. Non nego che ci sono stati momenti in cui ci è girato tutto bene, come ad esempio con l’Angerese che ha sbagliato il rigore. Alcune gare potevamo perderle e abbiamo pareggiato 0-0, altre meritavamo di vincerle e invece è finita comunque pari: alla fine tutto si equilibra”.

Da capitano che ruolo senti di avere?
“La San Marco ce l’ho nel cuore. Rasini mi ha convinto a tornare a giocare quando avevo smesso. Qui è una famiglia: prima con lui, poi con Efrem, ora con Casola che sta tirando fuori il massimo perché sente il gruppo. Io? Devo dare tutto, dentro e fuori dal campo”.

Che idea ti sei fatto del campionato?
“Equilibratissimo: vinci una partita e sei primo, ne perdi un’altra e sei dietro. L’Angerese mi è piaciuta molto, forse è la squadra che più mi ha colpito fin qui. Il Cistellum? Sono forti e giocano su un campo enorme, sembra un aeroporto (ride, ndr), che sfruttano benissimo. Sono curioso di affrontare il Calcio Olgiate, ma in generale il livello del campionato è davvero alto”.

Domenica c’è il derby con l’Ardor, tra l’altro impegnato giovedì sera nel recupero contro la Jeraghese. Aspettative?
“Vedendo come è andata l’anno scorso da loro, per noi è fondamentale vincere. È un bel derby: ho fatto un anno lì, quindi lo sento particolarmente. Se non è il primo come importanza, è il secondo: al primo posto metto il Busto 81 per via dell’ex mister, del fatto che ci conosciamo tutti e dei classici sfottò che una partita del genere comporta. Detto questo, massima concentrazione per domenica: l’Ardor giocherà in settimana, è vero, ma a prescindere parliamo di un derby che va ad azzerare tutto e sono certo che loro giocheranno alla morte. Noi dovremo fare lo stesso”.

Matteo Carraro

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