Segnali di vita. Arrivano, forti e chiari direttamente dal Taliercio di Mestre, dove la Pallacanestro Varese gioca la miglior partita della propria stagione fin qui per continuità nei 40′, soprattutto a livello di coesione difensiva e di applicazione in campo, pur senza vincere.
Equivoci, ancora, troppo determinanti. Evidenti, chiari, quasi come i segnali di vita, che ingolfano un motore che sta facendo una fatica immane, vuoi per diverse contingenze anche di infortuni, a partire.

Equivoci gerarchici, che si evidenziano fin dall’inizio, quando in quintetto ci ritroviamo quel Moody al quale davanti a livello di rotazioni, in teoria, è stato scelto e portato a Varese Iroegbu, che invece parte dalla panchina e che alterna proprio con l’attuale numero 42 biancorosso tanti momenti del match, in una staffetta ed addirittura una coppia inedita che per qualche possesso funziona anche ma che non fa altro che creare disorientamento in una squadra che non sa a quale leader affidarsi.

Equivoci tattici, riguardanti quello small-ball che si sta sempre più dimostrando letale per un gruppo che è sempre in perenne sofferenza fisica con qualsiasi avversario e che nei momenti decisivi della partita, vedasi i due minuti finali di ieri o quelli con Trento, invece che alzare la squadra l’abbassa o la tiene allo stesso livello, andando così a subire nel pitturato le giocate che determinano poi la sconfitta finale. La coppia Nkamhoua – Renfro dimostra di funzionare e che allora la si cavalchi di più, per una squadra che non può ritrovarsi a giocare con Assui da falso 4 e subendo, per l’ennesima volta, la solita valanga di rimbalzi a sfavore: 46 i complessivi finali di Venezia.

Equivoci tecnici di un gruppo ancora troppo perennemente legato al solo tiro da tre punti, quando proprio la gara di ieri con Venezia, ad esempio, ha dimostrato come la ricerca dell’attacco al ferro o la soluzioni dei giochi nel pitturato per Nkahmoua e Renfro possa essere una via assolutamente percorribile ed efficace per cambiare uno spartito tattico altrimenti troppo monocorde nel quale rientra una situazione molto complicata che porta il nome di Allerik Freeman: oggettivamente in queste condizioni non può stare in campo. Incapace di reggere qualsiasi 1vs1 a livello fisico ed atletico in un campionato, quello italiano, che sugli esterni ha sempre meno specialisti tecnici e sempre più atleti performanti; incapace, da due gare a questa parte, di essere proficuo anche in quei tiri piedi per terra che dovrebbero essere il suo pane quotidiano. Le fatiche di un recupero lungo e tortuoso si stanno vedendo tutte e Varese non può permettersi un 6+6 con un esterno del genere.

In tutto, però, ci sono i segnali di vita, come dicevamo all’inizio, di una squadra che inizia a mostrare quell’identità tanto ricercata; quella coesione e compattezza, oltre che solidità, che permette di arrivare a giocarsi a viso aperto qualsiasi partita; quell’intensità continua che si alimenta da una fase difensiva più quadrata rispetto alle ultime settimane e che dovrà essere quadratissima sia martedì che domenica prossima, perchè Virtus Bologna e Tortona sono de tappe centrali in quel percorso di crescita e sviluppo che ancora sta compiendo a pieno regime la squadra di Kastritis, che dà segnali di vita ma che deve togliere quegli equivoci che stanno ingolfando il motore di una macchina che fatica ad alzare il numero delle marce.

Alessandro Burin

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