
Calamite nelle mani. Molle potentissime nelle gambe. Incredibile coordinazione occhio-mano. Istintiva conoscenza del gioco. E, poi, quasi a voler chiudere un cerchio perfetto quello sbalorditivo, quasi luciferino senso per il rimbalzo, ovvero la straordinaria e innata capacità di prevedere con un millesimo di secondo in anticipo dove sarebbe caduto il pallone dopo un tiro. Queste sono solo alcune delle, ovviamente numerose, qualità che hanno caratterizzato il gioco e il modo di stare in campo di Alessandro Moraghi, giocatore che per circa vent’anni ha fatto letteralmente impazzire i lunghi avversari i quali proprio non sapevano come prendergli le misure.
Moraghi, fatte le debite proporzioni, per stile di gioco è stato il “Dennis Rodman de noantri“, ovvero un giocatore preziosissimo proprio perchè in grado di vincere le partite anche senza mettere un punto a referto, ma ugualmente determinante con rimbalzi, palle recuperate, costante presenza dentro l’area, aiuti difensivi, “tuffi” sul parquet, passaggi telecomandati, giocate di sacrificio e tre “plus” che appartengono solo a quelli davvero bravi: leggere, capire i tempi e, più di tutto, saper dare equilibrio al gioco.
Per tutte queste cose il “Mora” ha rappresentato “IL” segreto vincente ben custodito, e apprezzato, da coach e compagni per tantissime stagioni durante le quali Alessandro, come il mediano esaltato dalla famosa canzone di Ligabue è sempre stato lì, al centro del gioco. Al centro dell’attenzione di allenatori, compagni di squadra e avversari. Al centro di tutto.
Duraturo e immarcescibile eroe dei parquet delle serie minori. Non a caso nell’ultimo campionato vinto, la serie C2 con Venegono, avevo descritto Moraghi come l’Highlander dell’area dei 3 secondi. Insomma: innumerevoli talenti che Ale, da perfetto collante, ha saputo convogliare verso una sola direzione: giocare al massimo livello per essere sempre utile alle sue squadre. Eppure, anche se non lo direste mai, la lunga avventura cestistica di Moraghi era partita nel modo sbagliato.
“Comincio a giocare a basket – ricorda Moraghi – per seguire le orme e l’esempio di mio papà Dario che per tanti anni ha giocato da protagonista nelle minors milanesi. I miei primi passi cestistici, nel Minibasket a Gavirate, sono abbastanza tormentati perchè gioco poco e mi diverto ancora meno: due motivi che mi spingono a mollare la pallacanestro e scegliere il nuoto. In piscina, sotto il profilo strettamente sportivo, le cose vanno certamente meglio e i risultati che ottengo sono più che discreti, ma al momento di passare nella squadra agonistica abbandono perchè, diciamolo, il nuoto fatto a quei livelli lì, con tante ore trascorse in vasca da solo, è davvero noioso. Nel frattempo insieme al mio vicino di casa e grande amico Francesco Cola riprendo a giocare a pallacanestro in Robur et Fides con coach Andrea Schiavi, una figura indispensabile per riaccendere la miccia della passione verso il basket”.
Andando con ordine, come si sviluppa la tua carriera giovanile?
“Dopo una stagione in Robur, in compagnia di altri ragazzi della classe 1984 tra i quali Lollo Gergati, lo stesso Cola, Hendrix e Manzo, ci trasferiamo in Pallacanestro Varese. Le categorie Propaganda e Ragazzi sono di rodaggio perchè il gruppo, un tassello alla volta inizia a prendere forma. Un nucleo che nel giro di un paio d’anni con Chicco Riva, Bernasconi, Colombo, Ponchiroli, Ucelli e Cecco, raggiunge un’incredibile coesione e propone una importante espressione tecnica, fisica e mentale. Talmente importante che a livello Allievi dopo aver fatto molto bene durante il percorso di preparazione conquistiamo la qualificazione alle Finali Nazionali di Rimini che, per il sottoscritto e per tutti quanti, si chiudono con la prima cocente delusione della mia carriera. Succede infatti che nella finalissima per lo scudetto persa di un punto contro Verona io, dopo un uno contro uno sbagliato di un soffio da “Ponc” Ponchiroli, mi ritrovo comunque fra le mani la palla per vincere ma purtroppo il tiro della disperazione dopo aver ballato sadicamente sul ferro per tre-quattro volte finisce fuori. Ho ancora negli occhi sia la festa e la gioia dei ragazzi veronesi sia, purtroppo, le nostre lacrime copiose”.
Però, dopo il primo smacco oggettivamente difficile da mandare giù, ti sei preso belle rivincite
“La nostra corsa all’oro si concretizza dodici mesi dopo, nella primavera del 2001, alle finali nazionali Cadetti. Accompagnati dalla delusione dell’anno precedente, ma caricati a molla dal desiderio di rivincita arriviamo alle finali mentalmente più maturi e pronti per riprenderci quello che consideravano nostro: lo scudetto. Dopo una bella cavalcata nelle gare di qualificazione approdiamo alla finalissima contro gli eterni rivali di Milano e dopo un match acceso e combattuto su ogni possesso la sorte, ancora una volta, depone nelle mie mani il pallone della vittoria. Questo volta però non sbaglio e con grandissima serenità infilo la tripla che vale la conquista del magico triangolino tricolore esaltando soprattutto la forza di un gruppo straordinariamente compatto. Però, nonostante quel successo incredibile, nel 2001-2002 va in onda l’ennesimo “scisma” varesino con la creazione di un nuovo polo cestistico, il Campus Varese che agisce in contrapposizione a quello della Pallacanestro Varese. Per effetto di questa divisione gran parte del gruppo storico dei nati nel 1984, ’85 e ’86 sceglie di restare col Campus. Invece, per quanto mi riguarda, devo ringraziare mio padre il quale, con grande lungimiranza, acquisisce il mio cartellino così io scelgo di tornare alla Pallacanestro Varese . Il primo anno è di transizione mentre nella seconda stagione, grazie all’inserimento di alcuni ragazzi più giovani in maniera inaspettata mettiamo insieme un’annata clamorosa”.
Perchè inaspettata?
“Perchè nessuno tra gli addetti ai lavori ci colloca in un ipotetico ranking e, del resto, il nostro gruppo avendo nel roster diversi giocatori sotto età – Canavesi e Sacchetti, per esempio, sono classe 1986, quindi due anni più giovani – non gode di grande credito. Però, per quelle alchimie insondabili formiamo una squadra che gioca bene, funziona a meraviglia e a dispetto dei pronostici sbaragliamo il campo e dopo aver vinto, un po’ a sorpresa, anche il superderby contro il Campus raggiungiamo le finali nazionali chiudendo la kermesse al secondo posto dietro Siena, compagine sicuramente più forte ed esperta di noi. Con questo buon risultato si chiude il mio percorso in Pallacanestro Varese\ma non la mia carriera giovanile che, anzi, prosegue con la squadra Under 21 organizzata dal Bosto Varese. Con questo nucleo raggiungo l’ennesima finale nazionale chiusa al quarto posto”.
Al Bosto, ricordano le cronache, inizia anche la tua carriera senior
“Esatto: faccio il mio esordio in serie C accanto a giocatori esperti e bravissimi come Frasisti, Vis, Zanatta, Lollo Bini e un gruppo di giocatori in ascesa: Tocchella, Gorini, Restelli, Brighina e altri ancora. Per me quelli disputati al Bosto sono campionati di grande importanza sia per l’impatto tecnico-tattico, sia per capire come funziona il “meccanismo” a livello senior. Partita dopo partita le cose vanno sempre meglio in termini di minutaggio, responsabilità e rendimento tant’è vero che alla fine della terza stagione “bostoniana” mi arriva una proposta da Basket Como, in serie B2. Con la formazione lariana, grazie alla presenza di una “chioccia” di valore come Cristian Sari e di coach Paolo Piazza che mi dà tanto spazio e fiducia, disputo due campionati: molto buono il primo, un po’ altalenante il secondo. Però le prestazioni complessive mi valgono la chiamata dalla Robur Saronno, club con cui è amore a prima vista. Nella società del presidente Ezio Vaghi resto infatti cinque anni raccogliendo risultati, soprattutto nei primi due anni, notevoli, con diverse partecipazioni ai playoff e soprattutto una gradevolissima qualità di gioco. Invece il terzo anno è negativo sia per la squadra, che retrocede ai playout, sia per me perchè un grave infortunio al ginocchio mi toglie di mezzo nel momento più delicato. Il quarto anno è quello del riscatto perchè dopo un avvio a lenta carburazione grazie alla guida di coach Silvietto Saini, un personaggio da cineteca, nel girone di ritorno inseriamo le marce altissime, vinciamo venti partite di fila e festeggiamo alla grande il ritorno in B2 battendo Torino nella finalissima playoff. Nella quinta e ultima stagione saronnese, annata 2007-2008, ci salviamo agevolmente, ma io ho ugualmente motivi per festeggiare perchè a stagione in corso mi laureo in Economia e Commercio. Dopo aver trovato lavoro in banca sono costretto a interrompere il rapporto con la Robur Saronno ed è un addio venato di malinconia e tanto dispiacere perchè l’intero clan saronnese evoca e smuove sentimenti e significati importanti: casa, amicizia, affetto, bellissimi rapporti personali. Scelgo dunque una sistemazione logisticamente più comoda in un’altra Robur, quella di Varese ancora in B2. Il primo anno roburino è contrassegnato dalla sfortuna perchè Realini, il nostro bomber designato, si infortuna subito e la stagione prende un piega sbagliata rispetto alle aspettative e ai sogni iniziali. Comunque alla fine ci si salva, ma con gli impegni professionali che aumentano cambio ancora società e quasi alla fine del mercato estivo trovo collocazione in serie C a Gazzada, club in cui ritrovo diversi amici, Gorini, Tocchella, Spertini, Fontanel e compagnia. Nel Basket7Laghi rimango ben sei anni durante i quali disputiamo ottimi campionati, sempre presenti nella post-season ma, nei playoff, sempre accompagnati dalla sfortuna, da episodi malevoli e sconcertanti – vedi un’assurda penalizzazione per mancanza del cronometro manuale – non riusciamo mai a raggiungere il risultato tanto atteso e sperato: la promozione in serie B2. Chiuso il bel ciclo con Gazzada mi trasferisco, anno 2018-2019, al Basketball Gallarate, società neopromossa in serie C1 animata da tanta voglia di fare bene e da interessanti prospettive future. Nel ranking pre-stagionale, un po’ perchè BBG è matricola in categoria, un po’ perchè gli acquisti non sembrano di grande spessore, siamo posizionati giù giù, praticamente spacciati. Invece, spinti dall’ottimo lavoro svolto da coach Chicco Sassi e grazie alla buonissima chimica creatasi in spogliatoio, cresciamo settimana dopo settimana e nell’incredulità generale dopo aver battuto, ironia della sorte, Gazzada in semifinale, raggiungiamo la finalissima playoff nella quale siamo sconfitti da Pizzighettone. Il secondo anno a Gallarate parte molto bene ma nel marzo 2020 tutto si blocca a causa dell’epidemia di Covid. Il “tutti a casa” e l’imminente arrivo di Leonardo, il mio primo figlio, cambiano completamente le priorità e macerato da mille ripensamenti decido di smettere anche se, come sai, la mia non è una decisione definitiva”.
Dopo il 2020 cosa succede nella tua vita ?
“Succede che il basket, complici gli impegni familiari e lavorativi e soprattutto il prolungarsi del Covid, esce completamente dalla mia vita. Tuttavia il rammarico per aver smesso in maniera repentina rappresenta un tarlo che, invisibile ma instancabile, lavora dentro la mia testa e conduce ad una legittima riflessione: stare a casa col mio bimbo e circondato dagli affetti familiari è bello ma la pallacanestro, che per 25 anni stata una compagna sempre presente nella mia vita, mi manca tanto. Troppo. Per fortuna a scacciare via questa mancanza arriva, davvero provvidenziale, la chiamata dell’amico Tommaso Gergati, allora coach al Basket Venegono in serie C2. Tommy in verità mi coglie un po’ impreparato perchè dopo due anni di assenza dal parquet pensavo ad un ritorno in palestra più “morbido” e meno impegnativo. Però con poche parole coach Gergati mi convince a saltare a bordo del progetto venegonese e, aggiungo, la presenza a Venegono di Giorgio Beretta, grandissimo tiratore nonchè mio compagno nelle giovanili a Varese, di Jack Fedrigo, Cello Cozzoli, Nick Croci e altri amici rappresenta un altro stimolo potente. Così, ricevuto il benevolo via libera da parte di mia moglie Evelina ricomincio a giocare e dopo un avvio decisamente faticoso, perchè due anni di “ruggine” si sentono, prendo quota e insieme a tutta la squadra giochiamo sempre meglio e volando sempre più in alto vinciamo il campionato e siamo promossi in CUnica. In quel mese di giugno 2023 mentre festeggio insieme ai compagni di una vita sono più che soddisfatto per la scelta di aver ripreso a giocare ma, allo stesso tempo, sono perfettamente consapevole che i soliti impegni a 360° mi impediranno di essere presente nella categoria. Seppur col magone, a 39 anni suonati, chiudo da vincente la mia carriera nei campionati FIP ma, ovviamente, non ho nessuna intenzione di dire “stop” alla pallacanestro giocata. Alla fine di settembre mi aggrego ad un gruppone di ex, i Besozzo Horses, che si allenano per partecipare, con animo leggermente più rilassato, ai campionati UISP nei quali l’obiettivo comune è uno solo: divertirsi. Però, visto che a conti fatti la squadra è anche piuttosto buona, ormai da tre anni o vinciamo il campionato o comunque ce lo giochiamo fino all’ultimo. Infine, ultimo capitolo, giusto per non farmi mancare nulla ora faccio parte di una selezione Over 40 dei Golden Players che sarà ai Campionati Mondiali in programma a Corinto, una manifestazione che cercheremo di onorare nel miglior modo possibile dal punto di vista tecnico e fisico ma, soprattutto, con lo spirito giusto e un po’ goliardico di chi sa che, a questa età, le emozioni cestistiche sono e devono essere di altro tipo”.
Con questa tua bella e intelligente considerazioni siamo arrivati alla sezione dedicata alle tue “nomination All Time” e si comincia come sempre dalla squadra del cuore a livello giovanile?
“Certamente quella con cui abbiamo vinto lo scudetto Cadetti che, vado a memoria, cito in ordine sparso: Ponchiroli, Riva, Ucelli, Gergati, Cola, Gandolfi, Margaritella, Colombo, Frattini, Cecco, Di Ghionno, Cappellato e Alberti, sperando di non aver dimenticato qualcuno. Però, una menzione d’onore voglio dedicarla anche alla formazione Juniores con cui abbiamo giocato e perso la finalissima perchè quell’anno giocare con Bolzonella e soci è stato davvero divertente”.
Squadra del cuore a livello senior?
“Vado diretto con la Robur Saronno con cui abbiamo vinto il campionato, annata irripetibile per come si è sviluppata e per le sensazioni provate”.
Squadra del cuore “All Friends”?
“Con la doverosa premessa che nella mia lunga carriera non ho mai avuto problemi in spogliatoio e sono sempre andato d’accordo con tutti, è anche vero che sono rimasto legato ad alcuni giocatori con i quali ho avuto la fortuna di condividere stagioni importanti e tanti momenti di pallacanestro. In questo senso cito: Biffi, De Piccoli, Sari, Spertini, Fedrigo, Gorini, Massimiliano Lucarelli, Fogato, Paolino Lombardi, Lissoni, Ciardiello, Vis, Passerini, Beretta, Croci e, immancabile, il buon Francesco Cola che conosco da oltre 30 anni ed è l’amico della vita. Ovviamente questa squadra la faccio allenare dal grande Silvietto Saini”.
Le partite della vita a livello giovanile?
“Scelta facile: un paio di gare giocate alle Finali Nazionali Juniores. Di quelle partite tutti ricordano alcuni miei tiri, va da sè risolutivi, da 3 punti, ma io sottolineo che in uno di questi match avevo comunque prodotto un tabellino ragguardevole: 23 punti e 21 rimbalzi”.
Partita della vita a livello senior?
“Qui la scelta è nettamente più difficile e complicata perchè ci sono almeno 4-5 partite vinte grazie ad un mio “buzzer beater” ma, tra le tantissime, il ricordo indelebile è di una gara vinta con Saronno contro Lucca da 26 punti, 25 rimbalzi, 13 dei quali in attacco, e ben 54 di valutazione. Credo sia ancora oggi il record in categoria”.
Gli avversari più rognos?i
“Il pensiero vola a Binetti e Politi, due giganti enormi, fisicati ma dotati anche di mani educate e a Roby Cazzaniga, altro lungo con pregevoli qualità tecniche e atletiche”.
Il tuo pensiero conclusivo qual è?
“Il pensiero finale vuole essere un ringraziamento alla pallacanestro e al suo mondo dai quali ho ricevuto tantissimo e, senza falsa modestia, penso di aver restituito altrettanto. Quindi visto che la mia esperienza è stata lunga, bellissima, strapiena ottime persone, momenti emozionanti e tutti da vivere spero di saper trasmettere ai miei figli, Leonardo nato nel 2020 ed Edoardo nato nel febbraio scorso, la passione per il basket che ha rappresentato la vera “benzina” che, in tutti questi anni, ha acceso il mio motore. Un motore che – conclude in tono sereno “Mora” -, continua a girare. Felicemente”.
Massimo Turconi













































