
Qual è il futuro del calcio dilettantistico e, più in generale, del calcio italiano? Come distinguersi e soprattutto eccellere in un panorama internazionale sempre più concorrenziale, tra dinamiche e scenari in cui ritagliarsi un posto in prima fila richiede non solo ingenti sforzi ma anche una spiccata programmazione? Sono solo alcuni degli interrogativi a cui, nel suo piccolo, tenta di dare una risposta Luca Luisi. Classe 1996 laureato in Economia e Direzione d’Impresa con specializzazione in Management dello Sport e degli Eventi Sportivi, ha successivamente rafforzato le proprie competenze in questa direzione con il programma Management del Calcio offerto dal Centro Tecnico Federale di Coverciano.
Dopo la sua prima esperienza dirigenziale presso l’FC Chiasso, come responsabile amministrativo del settore giovanile e responsabile marketing della Prima Squadra, è poi approdato al Cantù San Paolo in veste di direttore generale, ruolo attualmente ricoperto alla Virtus Cantalupo. Parallelamente alla sua attività sul campo, è anche il fondatore di LAN Sport Partners, una start-up nata come project work universitario che da allora funge da veicolo di formazione con cui portare testimonianze e offrire consulenza pragmatica a livello sportivo, in modo da aiutare concretamente le società a creare valore aggiunto nel territorio per mezzo di una gestione strategica del proprio operato.
Questi i concetti, tra l’altro, attorno ai quali ruota il suo primo libro, nonché sua tesi di laurea magistrale, “Calcio e Business”, pubblicato nel 2021. “L’obiettivo era dare una prima idea su come le società dovrebbero strutturarsi e a quali risorse umane dovrebbero affidarsi per crescere e strutturarsi come una piccola/media azienda – spiega Luisi –. In categorie come l’Eccellenza e la Promozione, ci sono squadre che investono centinaia di migliaia di euro all’anno, ma queste risorse sono destinate in gran parte al mercato dei giocatori; se invece fossero veicolate verso le infrastrutture manageriali e gli impianti sportivi, nel breve periodo probabilmente si avrebbe un po’ meno qualità a livello prettamente calcistico, ma si genererebbero più opportunità di lavoro di cui andrebbe a beneficiare tutto il movimento”.
Una parola, “movimento”, che ricopre un ruolo fondamentale nella sua visione, secondo cui la svolta avviene con operazioni su scala globale, prendendo le distanze da ragionamenti e tornaconti individualistici.
“Durante la mia esperienza come studente e successivamente relatore – aggiunge –, ho appreso e comprovato un’importante equazione per cui il calcio è un modo di fare business, inteso non necessariamente come guadagno ma come efficienza. È una visione già ampiamente collaudata all’estero, ma che in Italia fatica a diffondersi. La Svizzera, ad esempio, è un paese che incentiva davvero lo sport, offrendo sussidi importanti alle società: più ore di attività si garantiscono ai ragazzi, maggiore è il ritorno economico. Vero che Italia è un paese più grande, con più squadre, e che quindi adottare questa linea sarebbe molto dispendioso, ma a livello nazionale, in proporzione, è innegabile che la Svizzera lanci molti più giocatori”.
Le cause di questa situazione e i problemi che di conseguenza ne derivano sono l’oggetto del suo secondo libro, prossimo all’uscita, intitolato “Salviamo il calcio. Il mio piano Marshall”.
“La mia idea – spiega – è che tutti, nel loro piccolo, possano mettersi in gioco per migliorare il sistema e salvare il calcio. Secondo me la crisi in atto non è passeggera, né si può dare la colpa agli arbitri o alla sfortuna. Se il movimento non cresce, non può essere competitivo, e non a caso la Nazionale Italiana non si qualifica ai Mondiali o più semplicemente le società falliscono e le nuove generazioni perdono interesse nel calcio. Se vogliamo recuperare terreno, dobbiamo cambiare qualcosa. Il mio non vuole essere un atto d’accusa o un invito a far tornare le cose com’erano una volta; quello che suggerisco è di evolvere con proposte concrete, coraggiose e oggettive per dare input diversi”.
Quali sono, dal tuo punto di vista, i fattori che frenano o inibiscono lo sviluppo?
“Spesso nel mondo del calcio si considerano solo risultati e classifiche, distogliendo l’attenzione da tutto quello che sta dietro il movimento dilettantistico e dai problemi reali di cui soffre. Nella mia visione, probabilmente influenzata dal mio percorso formativo ma che trova conferma in quanto succede oggigiorno, ci troviamo davanti a tre paradossi. Il primo è che mancano risorse lecite; spesso per alimentare una società si ricorre a soluzioni incerte, ma il vero problema è la gestione dei centri sportivi, spesso non di proprietà dei club, che quindi non sono incentivati a investire in qualcosa che potrebbe non diventare mai loro in futuro. Il secondo paradosso è che la maggioranza delle società non ha una programmazione pluriennale: non solo nelle Prime Squadre ma anche nei settori giovanili c’è un altissimo ricambio di giocatori. A differenza di una decina di anni fa, quando si tendeva a giocare nella squadra del proprio paese, oggi c’è un continuo viavai e ci si sposta anche di venti chilometri. Di conseguenza, le società fanno sempre più fatica a costruire per il domani e spesso non lavorano come un ecosistema ma sulla base di interessi personali, in quella che definisco “la guerra dei poveri”, volta a contendersi ragazzi visti come qualcosa che può portare risorse. Questo campanilismo è un problema, perché qualsiasi settore industriale, per crescere, ha bisogno di collaborazione e di una sana competizione. Il terzo paradosso è che oggi fare sport sta diventando sempre più un lusso. Le società devono mantenere le infrastrutture e per farlo hanno aumentato in maniera importante le quote annuali, non sempre, però, in maniera proporzionale alla qualità del servizio offerto. Vero che la Federazione sta investendo molto a livello di corsi, ma spesso, soprattutto nell’Attività di Base, si riscontrano situazioni che non giustificano questo incremento. In un contesto dove gli sport emergenti possono entrare in concorrenza molto più di prima, ciò potrebbe avere conseguenze numeriche importanti. Spesso ci si dimentica che a tenere in piedi il professionismo è proprio il mondo dilettantistico e che per questo dovrebbe avere anche una forte valenza sociale”.
In questa tua visione, la cosiddetta crisi del calcio si inserisce in tre dimensioni: strutturale, manageriale e culturale. Vuoi spiegarcele?
“La dimensione strutturale ha a che fare con gli impianti sportivi; se dessimo ai bambini la possibilità di giocare in centri adeguati, dai settori giovanili uscirebbero ragazzi con un livello formativo più alto, e di conseguenza il dilettantismo genererebbe opportunità enormi. Il problema manageriale, di cui mi sono accorto nel mio percorso da studente e successivamente relatore, è che oggi i ragazzi ricevono nozioni teoriche che non trovano riscontro nella pratica. È qualcosa che vale per tutti i settori, ma che risulta ancora più accentuato nel calcio, dove abbondano corsi di gestione sportiva incentrati prevalentemente sul professionismo e spesso mancano veri e propri collegamenti tra mondo formativo e opportunità. In Virtus, ad esempio, abbiamo stretto una convenzione per permettere ai ragazzi di fare uno stage con noi, in modo che possano toccare con mano il funzionamento di una società sportiva, a livello di comunicazione, marketing ma anche di bilanci e investimenti. Il problema culturale, invece, è la volatilità del settore: le società, sia sul piano sportivo che su quello finanziario, cercano di salvarsi di anno in anno, senza attuare progetti pluriennali, quando in realtà servirebbe un orizzonte temporale più ampio”.
La tua esperienza nel calcio dilettantistico ti permette di sperimentare tematiche a te molte care. In che modo il tuo credo sportivo/manageriale trova applicazione nella tua realtà?
“Spesso è difficile arrivare a un punto d’incontro tra le proprie idee e la situazione reale, ma in Virtus ho avuto la fortuna di trovare una società che già conoscevo bene, affine alle mie idee sportive e pronta a crescere passo dopo passo, seguendo un percorso probabilmente meno netto rispetto ad altre realtà che si propongono in maniera dirompente sul mercato, ma più efficace sotto altri aspetti. Da parte nostra, preferiamo mantenere un profilo basso e al tempo stesso provare a migliorare globalmente tutte le nostre attività. Per farlo, mettiamo al centro la parola “valore”: vogliamo svilupparci consapevolmente, non solo dal punto di vista sportivo, ma facendo anche investimenti nei nostri servizi collaterali e interni, come le aree di amministrazione, social media, eventi e formazione. Non è un progetto estemporaneo, bensì incentrato su più fronti e proiettato verso il futuro. Ovviamente nello sport nessuno vuole perdere e nemmeno noi; però sappiamo anche farlo se in cambio ci manteniamo fedeli alla nostra priorità, ovvero allocare le risorse in maniera efficiente. Essere invitati a tornei internazionali o formare ragazzi che attirano l’interesse di club professionistici è una grande soddisfazione che ci conferma che stiamo percorrendo la strada giusta”.
A tuo avviso, in che direzione si sta muovendo il calcio italiano? E quali sono le tue previsioni sul medio e lungo periodo?
“Anche se di natura mi considero una persona ottimista, in questo caso non lo sono molto perché non vedo voglia di cambiamento. Senza una base forte non si può creare un sistema virtuoso. Sportivamente bisognerebbe ampliare la formazione a tutti i livelli, mettendo al centro i ragazzi; purtroppo, però, da parte degli addetti ai lavori, che siano volontari o collaboratori che percepiscono un rimborso, viene spesso a mancare la consapevolezza di quanto tutto ciò che fanno quotidianamente sia importante. In paesi come l’Inghilterra e la Germania, il movimento è in crescita da ormai quindici o vent’anni grazie a un lavoro coordinato. In Italia, invece, si fa fatica, perché prevale la logica di emergere a scapito di altri e non c’è una visione di lavoro collettiva. Secondo me, le istituzioni dovrebbero lavorare di più come sistema e incentivare il dialogo tra i vari club, mostrando anche testimonianze di eccellenze che hanno registrato performance migliori. Abbiamo a disposizione modelli di business ormai consolidati che trovano riscontro in tutti i settori e penso che il mondo del calcio potrebbe solo trarne beneficio”.
Silvia Alabardi



























Ottimo commento e validissima serie di considerazioni sul tema . Spero che gli Addetti ai Lavori ne facciano tesoro. Complimenti Dottor Luca Luisi !