
Settimana delicata in casa Gavirate, dove la dirigenza ha deciso di cambiare guida tecnica a cinque giornate dal termine del campionato. La risoluzione consensuale con mister Paolillo ha segnato un momento cruciale della stagione, con la panchina affidata ora alla coppia Palumbo–Miele nel tentativo di dare una scossa a una squadra giovane ma ritenuta di valore.
A fare il punto della situazione è il presidente Massimo Foghinazzi, che analizza le ragioni della scelta, il momento della squadra e le prospettive per questo finale di stagione.
Presidente, partiamo dalla scelta del cambio in panchina…
“Quando i risultati non arrivano è inevitabile cercare delle soluzioni per dare una scossa alla squadra, soprattutto se la si ritiene valida, come nel nostro caso. Come spesso accade, a pagare è l’allenatore: non abbiamo fatto nulla di diverso rispetto alla logica di qualsiasi società calcistica. Abbiamo cercato di proseguire con Paolillo fino all’ultimo, dandogli massima fiducia, ma il tempo stringe: mancano cinque partite e forse è già tardi per eventuali correttivi. Serviva una reazione immediata. Restiamo convinti che questa squadra abbia i mezzi per salvarsi”.
Perché, secondo lei, c’è stato nel 2026 un così drastico calo nei risultati e nelle prestazioni dopo una prima parte di stagione davvero positiva?
“Una spiegazione me la sono data, e passa anche dal cambio della guida tecnica. Le motivazioni però restano interne, perché sono delicate. Se avessi pensato che la rosa non valesse più di questa classifica, non avrei fatto questo passo. Nella prima parte di stagione abbiamo fatto molto bene, raccogliendo meno punti di quelli meritati. La squadra esprimeva gioco e riceveva complimenti da tutti, soprattutto considerando la giovane età del gruppo. Sono sempre stato cauto, perché con una squadra così giovane è normale avere alti e bassi: nel girone di ritorno questa discontinuità si è manifestata in maniera evidente”.
Il rischio della retrocessione che cosa comporta, anche in ottica futura?
“Il rischio di retrocedere era chiaro fin dall’inizio. Puntare su una squadra molto giovane comporta inevitabilmente dei rischi: abbiamo solo cinque giocatori esperti, tutti gli altri sono giovanissimi. L’obiettivo era la salvezza, e oggi, a cinque giornate dalla fine, siamo in zona playout: è normale che la preoccupazione sia tornata. A livello progettuale qualcosa cambierebbe in caso di retrocessione, perché il percorso di valorizzazione dei giovani – anche in sinergia con il Varese – si allungherebbe. Ma non cambierebbe la filosofia. Il nostro intento è dare opportunità ai ragazzi e creare valore per il territorio. Una retrocessione non può farci cambiare idea: non siamo una bandiera che va dove tira il vento. Mi assumo le responsabilità e vado avanti. Finché la matematica non ci condanna, siamo tutti convinti di potercela fare. Ci sono ancora 15 punti in palio: daremo tutto, anche osando qualcosa in più. Serve coraggio”.
Perché la scelta di una soluzione interna per provare a traghettare la squadra verso la salvezza?
“Mancando solo cinque partite e con una squadra così giovane, inserire un allenatore esterno, anche di grande esperienza, avrebbe comportato difficoltà nel comprendere rapidamente le dinamiche del gruppo. Abbiamo quindi deciso di affidarci a persone che conoscono perfettamente l’ambiente, i ragazzi e anche le problematiche emerse in quest’ultima parte di stagione. Pensiamo e speriamo di aver fatto la scelta giusta”.
Alessandro Burin





























