Chi ha allenato, lavorato o avuto a che fare coi settori giovanili lo sa bene: alcune annate regalano talenti naturali e/o prospetti interessanti che poi, grazie al duro lavoro e alla bravura degli staff tecnici, diventano ottimi giocatori dando il via a stagioni vincenti e cicli giovanili indimenticabili. Alcune annate, però, Non tutte.

A Varese, sia in Pallacanestro Varese, sia Robur et Fides, l’annata dei nati nel 1983 non verrà esattamente ricordata come quella di un “Grande Raccolto”. Pochi i giocatori di rilievo che, passati per entrambi i club, sono poi arrivati a giocare ad un buon livello nelle categorie senior. Di fatto, e per motivi del tutto ignoti, dopo l’abbondante annata 1982 targata Robur, e prima della altrettanto generosa annata 1984 targata Campus Varese, quella del 1983 sotto il profilo cestistico è stata un’annata, biblicamente, da “Piaghe d’Egitto”: invasione delle cavallette, violente tempeste di grandine, trasformazione dell’acqua in sangue e chi più ne ha, più ne metta.

Così una dozzina d’anni più tardi, a metà degli anni ’90, i responsabili dei settori giovanili di casa nostra per rimpinguare un parco giocatori oggettivamente esiguo iniziarono a guardarsi intorno lavorando sul reclutamento. Andrea Schiavi, ai tempi allenatore del settore giovanile di Pall.Varese, nel corso di un torneo dalle parti di Brescia setaccia un rivolo apparentemente anonimo e ne estrae una vera pepita d’oro: Francesco Conti, ovviamente classe 1983, ala piccola di 203 cm, dotata di talento fisico e atletico.

Coach Schiavi, uno che a dir poco se ne intende e ne capisce, vede “tante cose” in quel ragazzino lungo lungo, secco secco, mani grandi e una importante “apertura alare”, se ne annota nome e numero di telefono e nel giro di poche settimane se lo porta a Varese.  

E a questo punto inizia, per Francesco, un’avventura tanto bella quanto lunga e inattesa.
“Inattesa di sicuro poichè – è la prima considerazione di Conti -, mai avrei pensato, a 11-12 anni, che la pallacanestro sarebbe diventata non solo la mia ragione di vita, ma anche il mio lavoro. Io infatti arrivo al basket per puro caso perchè a quell’età giocavo a tennis in un Centro Sportivo a Brescia e alla fine della lezione/allenamento con racchetta e palline spinto dalla curiosità mi fermo per dare un’occhiata ai miei coetanei che sotto la guida di coach Cremonini stanno ultimando il loro allenamento di basket. Vedo tutti questi bambini che con grandissimo divertimento corrono dietro ad un pallone e in quel momento rimango come fulminato proprio dall’aspetto ludico e dalla gioia espressa da questo gruppo di ragazzini. Sulla strada che mi riporta a casa, avendo già il senso di acquolina in bocca per il basket, chiedo a mia madre: “Mamma, vorrei provare con la pallacanestro. Pensi sia possibile?” Mia madre per farmi contento si informa sul da farsi e dopo qualche giorno mi scodella sul campo da basket per la prima lezione. Ovviamente con quella palla in mano non so fare niente, ma l’idea di poter correre avanti e indietro insieme ad una ventina di bambini urlanti, divertenti e simpatici mi cattura”.

Cosa succede dopo questo primo approccio?
“Da quel giorno, il pallone da pallacanestro diventa un amico inseparabile e sempre presentissimo nella mia vita. Per un anno frequento i corsi di minibasket a Brescia, poi la società Basket Brescia nel 1994 fallisce e scompare dalla carta di geografica della pallacanestro nazionale. Però, un gruppo di genitori molto appassionati lavora per tenere insieme ciò che rimane del club trasferendo tutta l’attività a Roncadelle, paesino della cintura bresciana, che dispone di un palazzetto dello sport bellissimo. Continuo a giocare in questa nuova società che, grazie alla buonissima organizzazione tecnica, partecipa ai campionati giovanili di Eccellenza. Nella categoria Cadetti inizio a mettermi in luce e contro Pallacanestro Varese disputo un paio di partite molto buone che richiamano su di me l’attenzione degli allenatori varesini. Tra questi c’è coach Andrea Schiavi che prima contatta i dirigenti di Roncadelle e avuto il loro benestare, mi invita a giocare un torneo a Collegno con la Pallacanestro Varese. Al termine del torneo dopo aver visitato il Campus prendo gli accordi definitivi e nell’agosto del 1998 mi trasferisco a Varese e fin dai primi giorni a Masnago mi rendo conto di essere approdato in un ambiente magico che, guarda caso, proprio in quel periodo vivrà il massimo splendore, peraltro meritatissimo, della famiglia Bulgheroni con la conquista del famoso scudetto della stella”.

Come si avvia il tuo percorso nelle giovanili biancorosse?
“Nel mio primo anno varesino faccio parte della squadra Cadetti che, allenata da coach Cedro Galli, arriva alla fase interzonale. L’anno successivo, 1999-2000, seppur saltuariamente inizio ad allenarmi con la prima squadra e intanto gioco ancora nei Cadetti allenati da coach Dodo Colombo con una squadra formata dai nati 1983-1984 comprende tra gli altri Tommy e Lorenzo Gergati, “Cigno” Mariani, Riva, Ponchiroli, Moraghi Cola, Cecco, Jack Ucelli, Bettini ci qualifichiamo per le finali nazionali che si disputano a Salsomaggiore Terme. A Salso, con un gruppo largamente sotto età, usciamo ai quarti ma comunque soddisfatti per aver giocato alla pari contro tutti. Nel terzo anno varesino sono aggregato fisso in prima squadra e gioco negli juniores con cui ci qualifichiamo per la seconda finale nazionale nella quale giocando molto bene approdiamo alla “Final Four” dopo aver battuto nei quarti la Udine di Vujacic e Zacchetti e perdendo la finale per il terzo e quarto posto contro la Tiber Roma di Angelone Gigli. La stagione 2001-2002 è quella che coincide col mio ultimo anno a Varese. L’annata inizia con una grande novità: la separazione dei settori giovanili. Da una parte ci sono i ragazzi di Pallacanestro Varese con la nuova gestione della Famiglia Castiglioni. Dall’altra, col marchio Campus, si muove l’attività giovanile portata avanti dalla famiglia Bulgheroni. Per quanto mi riguarda, essendo aggregato fisso con la prima squadra,  rimango in Pallacanestro Varese vivendo la mia prima vera stagione da professionista. I nuovi dirigenti di Pallacanestro Varese, che nel frattempo hanno smantellato la foresteria, mi collocano in un appartamento nelle vicinanze dello stadio “Franco Ossola” insieme ad un ragazzo americano che gioca in prima squadra: Schin Kerr, una guardia molto atletica e poco più che ebbe maggior fortuna nel mondo dello spettacolo diventando un attore più che discreto.   In serie A vivo una stagione da panchinaro fisso, senza mai mettere il piede in campo nemmeno sui classici +20 o -20. Però, beffa e ironia del destino, sai quando mi “tocca” l’onore, o per meglio dire l’onere, di calcare il parquet della massimo serie?”

Sì, lo ricordo perchè quella sera ero presente a Chiarbola, ma penso sia meglio che lo dica tu…
“Esatto: la prima opportunità di gioco, davvero pesante, mi capita a Trieste. Nella decisiva gara 3 degli ottavi playoff. Giochiamo una buona partita tant’è che al minuto 35 minuti siamo avanti ancora di una decina di punti. Poi le uscite per falli dei nostri migliori giocatori e una lunga serie di nostri errori cambiano volto alla gara galvanizzando i triestini che negli ultimi minuti sentono l’odore del sangue. In una bolgia infernale senza nemmeno capire dove, come e quando mi ritrovo buttato in campo per giocare, in un momento clamorosamente delicato, gli unici minuti in serie A della mia carriera. Talmente delicati e difficili che, ad un certo punto, ad un paio di secondi dalla fine della partita mi ritrovo fra le mani il pallone della possibile vittoria ma, da ragazzino inesperto, anzichè segnare mi becco una super stoppata da Herb Jones, tra l’altro ex-compagno l’anno precedente a Varese. Herb comunque, dopo avermi “posterizzato”, quasi a volersi scusare mi dà una pacca sulla spalla, ma intanto grazie a quella stoppata Trieste va ai supplementari, vince di forza e lì si chiude definitivamente la mia esperienza varesina piena di bei ricordi. Tra questi c’è l’aver assistito sventolando l’asciugamano dalla panchina a formidabili prestazioni di Gianmarco Pozzecco. Il “Poz” in quella stagione, vissuta un po’ da fuoriclasse, un po’ da mattocchio, era capace di mettersi in proprio e segnare 15-20 punti di fila senza passare la palla a nessuno e facendo cose davvero pazzesche. Anzi, come diceva lui, “pozzesche”…”.

Prima di affrontare il capitolo della tua carriera senior ti chiedo: cosa ti sei portato via dall’esperienza nel settore giovanile?
“Il settore giovanile fa affiorare alla mente il ricordo di anni vissuti a folli velocità e senza conoscere pause nel calendario. Io infatti iniziavo la preparazione atletica con la prima squadra mentre la maggior parte dei miei coetanei stava ancora spaparanzata al mare e, via di questo passo, mi allenavo praticamente tutti i giorni e al ritmo di due-tre sedute quotidiane: una con la prima squadra, una con i Cadetti e una con il gruppo juniores. Insieme a tutto ciò il ricordo di estati infinite perchè finita l’attività con Pallacanestro Varese cominciava regolarmente quella delle nazionali giovanili alle quali ho sempre partecipato. Estati psicologicamente stressanti e fisicamente durissime perchè era in uso il sistema di allenamento slavo secondo il quale se ti allenavi meno di 6 ore al giorno eri un pirla e un fallito senza speranza. Però, devo ammetterlo, queste “full immersion” di pallacanestro nelle quali mi allenavo insieme ai migliori ragazzi italiani mi sono servite perchè al termine di ogni estate tornavo miglioratissimo sotto tutti i punti di vista. Certo, ripensandoci, sento ancora fortissimo il rammarico di non essere mai stato convocato per disputare un Campionato Mondiale o un Europeo in qualche categoria perchè, dopo mesi di allenamenti ed ettolitri di sudore versati, finivo sistematicamente “tagliato” all’ultimo giro, ad un passo dal sogno. Eliminato, mi piace segnalarlo, in favore di giocatori che in seguito, a livello senior, hanno combinato poco o nulla. Però, legato all’attività giovanile in Pallacanestro Varese ho il ricordo fantastico del bellissimo rapporto costruito con la famiglia Gergati alla quale sarò eternamente grato perchè vivendo in foresteria praticamente da solo il grandissimo Pierangelo e la carissima Maria Elena mi avevano simpaticamente adottato e io a tutti gli effetti, dopo Tommy, Lollo e Francesco, mi sentivo il quarto-Gergati. Dopo gli allenamenti e le gare giovanili avevo un posto fisso a casa loro e con gentilezza incredibile mi invitavano in tutte le occasioni. Devo ammettere che l’affetto e il senso di essere famiglia trasmesso dai Gergati mi ha reso meno pesante e problematico il distacco da casa. Quindi, a loro, va il mio “Grazie per sempre!” Lo stesso affetto l’ho ricevuto da Mattia Frattini, mio coetaneo che però giocava in Robur et Fides. Mattia è stato compagno di classe e grandissimo amico al pari di suo fratello Ezio, classe 1982, e dalla sua bella famiglia. Tutti quanti mi sono sempre stati vicini con grande gentilezza e tante attenzioni nella mia lunga permanenza varesina “.   

Chiuso con Varese inizia la tua lunghissima avventura da professionista: raccontala tappa per tappa
“I miei primi tre anni da “Pro” li gioco in serie B a Castelletto Ticino con Meo Sacchetti allenatore di una squadra forte, bella e simpatica con alcuni ex-varesini come Roby Cazzaniga, Ale Bianchi, Ale Davolio. A Castelletto, storia incredibile, per due anni di fila vinciamo la serie B. Il primo anno i dirigenti del club rinunciano alla serie A2 e vendono i diritti a Caserta. Il secondo anno con una squadra molto meno attrezzata ci qualifichiamo per la post-season arrivando settimi in stagione regolare. Nei playoff però compiamo un vero miracolo e  spazzando via tutti gli avversari saliamo in serie A2 nel tripudio generale di tutto il paese. In questo successo, giustamente definito storico perchè lancia in serie A un paesone di 6000 abitanti, riconosco due elementi caratterizzanti: la stupenda serenità di un ambiente senza confini tra squadra, dirigenti e tifosi e la “mano” di coach Sacchetti. Meo, oltre ad essere bravissimo nello stemperare la tensione, ci fa giocare in modo fantastico, coinvolgente e responsabilizzante per ogni giocatore. In quei due anni tutti ci sentiamo protagonisti e siamo spinti a dare il meglio possibile giocando sempre “easy”, spensierati e senza pressione”.   

Dopo Castelletto dove vai?
“Mi trasferisco prima in A2 a Casale e poi a Novara, ma in entrambe le piazze le cose non funzionano con un via vai di allenatori – Ciani, Gramenzi, Caja, Melillo, D’Orta, un’infinità di giocatori e dirigenti che fanno da preludio a due retrocessioni consecutive nonostante fossimo due buone squadre, almeno sulla carta. Queste due annate difficili, piene di problemi, nelle quali gioco oggettivamente pochino mi fanno cadere il sogno della serie A e mi spingono verso la serie B1, una categoria che sento “mia” perchè fondamentalmente io volevo giocare tanto e possibilmente con un ruolo da protagonista. Inizio così la mia lunga carriera in B1 scegliendo prima Lumezzane dove rimango per due campionati. Al termine del rapporto con Lumezzane coach Meo Sacchetti mi vuole con lui a Sassari in A2. In Sardegna vivo una stagione fantastica che culmina con la promozione in A1 e di fatto segna il lancio definitivo del Banco Sardegna che poi, sempre con Meo alla guida, vincerà uno scudetto storico. Io però, sempre spinto dal desiderio di giocare, non resto a Sassari e torno in B1 a Torino, alla PMS, club in cui disputo tre campionati in costante crescita che si concludono in modo perfetto con un’esaltante promozione in A2 battendo nei playoff Casalpusterlengo in semifinale e Matera nella finalissima. Concluso il ciclo torinese vado a Firenze per una stagione da dimenticare che, per i tanti problemi societari e tecnici, finisce con una retrocessione, poi vado a Trapani in A2, ma resto in Sicilia solo pochi mesi perchè nel mercato di gennaio torno a Moncalieri, città in cui nel frattempo ho trovato la mia compagna di vita e ho stabilito la mia residenza. In Piemonte spendo gli ultimi anni della mia carriera tra serie B e serie C e inizio anche la mia carriera da allenatore che, ormai, dura da circa dieci stagioni”.

Com’è il bilancio conclusivo della tua carriera da giocatore?
“Sono soddisfatto per quello che ho fatto soprattutto perchè, come ho già detto, lungo il mio percorso ho sempre privilegiato l’aspetto ludico rispetto al curriculum. In tante occasioni ho rinunciato alla serie A con un ruolo di secondo piano preferendo restare in B1 e, ecco la mia grande verità,  ho sempre giocato per sentire l’adrenalina dell’ultimo quarto, delle partite punto a punto ed in definitiva, per essere sul parquet con un ruolo da protagonista, da giocatore vero. Tutte cose che in A2 o in A1 nelle vesti di comprimario non avrei mai avuto. Poi, è chiaro, nel momento dei ripensamenti e delle riflessioni profonde mi sale il rammarico di non averci creduto e non averci provato fino in fondo. In questo senso, per esempio, ho sempre invidiato in termini positivi la capacità di “battere il ferro” mostrata da alcuni miei compagni come, per esempio, Giancarlo Ferrero e Jack De Vecchi, giocatori tecnicamente e atleticamente “normali”, ma davvero straordinari nel tenere sempre accesa la testa ed essere pronti quando il coach li chiamava in causa. Io, lo riconosco, quella forza mentale lì non l’ho mai avuta e non a caso Jack e Gianca, bravissimi e tenaci, hanno giocato una dozzina d’anni in serie A1″.

A questo punto, come da tradizione per queste interviste, entrano in gioco le tue “nomination”. Cominciamo dalla tua squadra della vita
“Ho avuto la fortuna di giocare al fianco di ragazzi fortissimi, alcuni dei quali veri fuoriclasse, pieni di talento e capaci di “numeri” cestistici incredibili. Tuttavia, sulla base di quello che dicevo prima, per la mia squadra del cuore scelgo giocatori “underdog” che ho sempre invidiato per la loro umiltà e per la loro capacità di essere elementi sempre positivi e quindi amati e apprezzati all’interno di un gruppo. Giocatori ai quali ho voluto più bene, coi quali ho stretto legami di sincera amicizia. Alcuni di loro sono stati grandissimi giocatori ma, ai miei occhi, sono stati soprattutto bellissime persone. Partirei dunque da Flavio Portaluppi, poi Giacomo Passera, Leone Gioria, Maurizio Tassone e Stefano Boella, importanti giocatori delle “minors” piemontesi, Federico Bolzonella, Matteo Maestrello, Guido Meini, Luca Gandini che avete visto anche a Varese e chiusura in gloria per Tommaso Gergati che con grande pazienza mi ha spiegato la realtà varesina>. 

In panchina chi metti?
“Vado senza esitazioni con Meo Sacchetti perchè negli anni di Castelletto ci ha trasmesso, sempre con grande serenità, la sensazione di essere un gruppo invincibile”.

In panchina per il settore giovanile?
“Scelgo, in ordine alfabetico, Dodo Colombo, Cedro Galli e Andrea Schiavi: tutti e 3 importanti per la mia formazione”.

Avversario più difficile?
“Rispondendoti in modo strambo ti dico che gli avversari più duri sono stati un paio di miei compagni di squadra che mi toccava marcare tutti i giorni in allenamento. Mi riferisco a Ron “Motoretta” Slay con me a Casale Monferrato, ma ha giocato anche a Varese e Jiri Hubalek in squadra con me a Sassari. Invece da avversario diretto ho sofferto tantissimo Massimo Farioli perchè io avevo più talento ma lui, rispetto a me, era un giocatore più solido, più duro mentalmente e capace di fare le cose giuste al momento giusto. “Fario” in quegli anni era considerato una sorta di “americano” in A2 e B1 e spesso ha fatto parte di squadre vincenti. Infine, a proposito di americani, devo assolutamente citare Marcellus Kemp, talento mai visto e grazie a due mani meravigliose un’enorme capacità di fare sempre canestro”.

La tua prestazione stellare?
“Per le statistiche vado su un “partitone” da 29 punti + 21 rimbalzi contro la JuVi Cremona quando giocavo a Lumezzane. Per la serie “emozioni” cito invece due gare, entrambe vinte grazie ad un mio canestro allo scadere: con Lumezzane contro Casalpusterlengo e con la Pallacanestro Varese in un accesissimo derby Juniores contro Milano”.

Pensieri sparsi, per chi sono?
“Quando ripenso al mio periodo di formazione a Varese, a quegli anni delicatissimi in cui sarebbe stato facile perdersi, mi tornano alla mente tutte le figure extrabasket che mi hanno voluto bene e mi hanno regalato attenzioni affettuose facendomi sentire in famiglia. Mi riferisco, per esempio, al personale del ristorante del Campus che ogni giorno si prendevano cura di me; ai proprietari, al personale e alla signora Samanta della mitica Pizzeria “Vela” perchè insieme a loro ho trascorso tante serate che hanno contribuito a farmi sentire meno solo. Gli ultimi pensieri speciali sono per coach Paolo Nicora e Claudio Galleani, due persone intelligenti e dotate di grande sensibilità. In loro compagnia ho trascorso tante ore parlando di pallacanestro e di vita vera. Ore che ricordo con grandissimo piacere”.

Da quello che so, la pallacanestro è ancora parte importante della tua vita
“Il basket è molto di più: è fondamentale. Infatti, come ho già accennato, ho scelto convintamente la carriera da coach seguendo un percorso di umiltà, ovvero partendo dal basso allenando al Crocetta Torino gruppi giovanili regionali. Terminata l’esperienza torinese, da quattro stagioni sono al BEA Chieri, società per la quale lavoro da professionista. Chieri è un club molto ben organizzato, ambizioso e desideroso di fare le cose ad un buon livello. A Chieri mi trovo benissimo, sono in palestra tutto il giorno allenando fasce basse, l’Under 15 di Eccellenza e una formazione di serie C che abbiamo assemblato con tanti giovani rampanti prodotti dal nostro settore giovanile e un paio di senior disposti a fare da “tutor” a questi ragazzi. In questi anni abbiamo raccolto complessivamente buonissimi risultati ma purtroppo, pagando le “tasse” per gioventù e inesperienza, abbiamo perso due finali per andare in serie B. Tuttavia, continuiamo a lavorare con caparbietà, ostinazione e grande fiducia sui giocatori prodotti in “cantera” perchè, prima o poi, arriverà l’anno buono>.

L’ultima dedica per chi è?
“E’ per Gianmarco Pozzecco. Ho conosciuto il “Poz” in versione “eterno Peter Pan”, tutto genio, sregolatezza, irrazionalità, creatività, ma soprattutto ho avuto il privilegio di conoscere e confrontarmi con la “persona Gianmarco”, quella vera. Il Poz era sempre presente con noi giovani. Mi scarrozzava in giro, dimostrava sempre grande disponibilità e nonostante fosse uno dei giocatori più famosi mi trattava come se fossi un suo pari e non un ragazzino aggregato. Insomma: gli devo tanto e, davvero, Pozzecco è la mia persona del cuore”.  

Massimo Turconi

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