Il calcio, a volte, non è che un gioco di specchi e di memorie che si intrecciano. Ieri, mentre il Varese piegava il Derthona per 1-0, il risultato del campo sembrava quasi passare in secondo piano rispetto all’emozione che, per alcuni, scivolava lenta tra gli spalti del “Franco Ossola”.
C’era un’aria strana, carica di quel romanticismo che solo chi ha il sangue biancorosso può capire. Sulla panchina ospite, nel ruolo di vice allenatore, sedeva Simone Sannino. Un cognome che a Masnago è scolpito nel marmo. Gli occhi dei più attenti si sono persi nel ricordo di quando Simone era solo un ragazzo che guardava il padre, Beppe, compiere il miracolo di un’invincibilità casalinga diventata leggenda: in quegli anni d’oro, sotto la guida di papà Sannino, il Varese tra le mura amiche non cadeva mai.
Ieri i ruoli si sono invertiti in un poetico ribaltamento del destino: Simone a dare ordini in campo, e Beppe lì, a osservarlo dal cemento di quello stadio che è stato il suo regno. Un passaggio di testimone silenzioso, un incrocio di sguardi tra chi ha fatto la storia e chi sta scrivendo il proprio futuro.

Ma la magia non si è fermata alla dinastia Sannino. Il “Franco Ossola” ha riabbracciato i suoi custodi di sempre. In un angolo che sapeva di famiglia, ecco ricomporsi un mosaico di storia biancorossa: lo sguardo fiero di Silvio Papini, la precisione e la dedizione di Pietro Frontini, lo storico Team Manager; e Davide Raineri, il DS di soli due anni fa.
Vederli tutti insieme, sorridenti, non è stato solo un momento amarcord. È stata la prova che il Varese non è solo una squadra, ma un legame indissolubile che resiste al tempo, alle categorie e ai percorsi individuali. Il Varese ha vinto in campo, ma a vincere davvero è stata quella “varesinità” che riporta sempre a casa chi ha amato questa maglia. Perché certi amori, come la legge dell’imbattibilità dei Sannino al Franco Ossola, non finiscono mai davvero.

Michele Marocco

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