Ci sono momenti in cui la vita ci mette davanti a un bivio, costringendoci a prendere decisioni che, se da un lato escludono potenziali scenari, dall’altro dischiudono un ventaglio altrettanto ampio di possibilità. Proprio in queste settimane, Stefano Pellini si è trovato di fronte a due strade che si snodavano in direzioni opposte, con la consapevolezza di poter imboccarne una sola. E così, dopo anni passati sui campi, spaziando dalla LegaPro alla Promozione, senza dimenticare gli anni delle giovanili alla Juventus, il centrocampista classe 1997 ha lasciato il calcio giocato.
Una decisione presa a malincuore, ma allo stesso tempo con serenità, per intraprendere un nuovo percorso professionale incompatibile con la routine calcistica che ha scandito le sue giornate sin da quando era bambino.
All’indomani del comunicato ufficiale diramato dal Legnano, sua società attuale, il regista ha ripercorso insieme a noi la sua carriera, in una carrellata di ricordi che lo accompagneranno per sempre.

A ventotto anni, nel momento di piena maturità calcistica, hai preso questa decisione. Ci pensavi già da molto? Quanto è stata difficile?
“È stato qualcosa di molto inaspettato. Nell’ultimo mese e mezzo, in concomitanza con la fine del campionato, mi si è presentata un’opportunità di lavoro importante, che ha iniziato a concretizzarsi ufficialmente un paio di settimane fa e che purtroppo non mi permette di continuare a giocare in alcun modo, neanche in una categoria inferiore o con allenamenti in fasce orarie diverse. Ho voluto parlare subito con la società, per non lasciarli spiazzati e dare loro il tempo di adattarsi. Come ho detto al presidente Zoppi, avrei continuato volentieri a giocare qualche altro anno e sarei sicuramente rimasto a Legnano. Fino a qualche mese fa, l’idea di smettere mi sarebbe sembrata impossibile, ma decidere è stato in un certo senso semplice, proprio per quello che mi aspetterà. Ho dovuto fare una scelta di vita che va al di là del calcio, perché purtroppo non si può giocare tutta la vita e a un certo punto si deve anche iniziare a pensare a quello che ci sarà dopo. Probabilmente, quando inizierà la nuova stagione, mi renderò molto più conto di questo cambiamento; per ora, però, la sto vivendo abbastanza bene”.

Stefano con il fratello Daniele alla Solbiatese

Nella tua carriera hai spaziato tra diverse piazze e categorie. Qual è l’annata che ti ha insegnato di più, come calciatore e come persona?
“Potrà sembrare una risposta banale, ma ogni contesto in cui sono stato mi ha lasciato qualcosa, sia in positivo che in negativo. Sicuramente ci sono state annate che ricordo con estremo piacere e altre in cui le cose non sono andate come pensavo o speravo; tutto, però, può essere sempre vissuto come un grande insegnamento, a seconda di come lo si voglia vedere. Non mi sento di menzionarne qualcuna in particolare, perché in una stagione si susseguono sempre tanti episodi. Posso sicuramente dire che in questi anni ho incontrato tantissime persone e compagni che mi hanno lasciato ricordi molto positivi e con cui si sono instaurati legami affettivi importanti; così come ci sono state persone con cui non si è creata intesa, come succede non solo nel calcio ma più in generale nella vita; anche queste situazioni, però, servono per crescere e migliorarsi, come calciatore e come persona”.

Parlando nello specifico dei tuoi allenatori, c’è qualcuno che ha avuto un ruolo particolarmente speciale nel tuo percorso?
“Fortunatamente ho avuto molti allenatori con cui mi sono trovato bene, sin da quando ero piccolo: da Mister Tresoldi al Varese a mister Casabianca al Legnano, con cui ho tuttora uno splendido rapporto, per poi passare agli anni della Juventus, dove ho trovato allenatori non solo di grande spessore umano ma anche con una grande preparazione tecnica, come Claudio Gabetta, Ivano Della Morte e Fabio Grosso nei due anni in Primavera. Quando ho iniziato il mio percorso in Prima Squadra, ci sono stati allenatori che mi hanno lasciato meno e altri con cui invece ho legato molto, in particolare quelli degli ultimi anni: Porro, Gennari, Fedele… spero di non dimenticare nessuno (ride, ndr). Tutto sommato, però, tutti trasmettono sempre qualcosa”.

Il destino ha voluto che concludessi la tua carriera in una piazza calda come Legnano dove avevi già costruito bei ricordi da ragazzino e in Serie D. Cosa ha significato per te quest’annata, oltretutto in parte interrotta causa infortunio?
“Ero tornato a Legnano con l’intenzione di rimanerci e l’obiettivo che mi ero posto era di provare a dare il mio contributo per riportare il club nei palcoscenici che merita. L’ambiente era davvero ottimo e con il presidente mi sono trovato bene sin da subito, quindi lo ringrazio ancora. Tra noi si è creato un profondo rapporto di stima e anche in questi giorni mi ha ribadito che è stato un piacere avermi con loro; ovviamente ho ricambiato con grande affetto e mi ha fatto molto piacere sentirmi dire che avrebbe voluto continuare insieme e che mi aspetta a vedere le partite. L’annata è stata particolare perché, nonostante le difficoltà incontrate, siamo riusciti a fare un campionato di tutto rispetto. Personalmente, l’infortunio mi ha costretto a stare lontano dal campo per quasi tutto il girone di ritorno, lasciandomi molto amaro in bocca per non aver potuto fare la mia parte in un momento decisivo della stagione. A posteriori, vista la decisione che ho preso, c’è sicuramente molto dispiacere per aver lasciato il calcio con un’annata a metà. Tirando le somme, però, sono davvero contento di aver finito qui dove tutto è cominciato, come se il destino avesse voluto farmi chiudere il cerchio proprio a Legnano. Ai tempi della C, quando ero bambino, andavo allo stadio tutte le domeniche a fare il raccattapalle: ero un grande tifoso e ai miei occhi il Legnano era come il Real Madrid. Tornarci da grande e concludere qui la mia carriera rende speciale questo momento. Sono anche contento dei messaggi e delle chiamate che ho ricevuto in questi giorni; sono attestati di stima importanti perché mi dimostrano che ci sono tante persone a cui ha fatto piacere condividere lo spogliatoio con me”.

Seppur senza i tacchetti, il calcio formerà parte del tuo futuro? Ti piacerebbe ricoprire un incarico fuori dal campo?
“Non posso negare che l’obiettivo è di restare dentro questo mondo, che sia nell’ambito del mio lavoro di nutrizionista o in generale con altri ruoli. In questi anni ho anche allenato parecchio a livello giovanile, quindi in un modo o nell’altro spero che il calcio continui a far parte della mia vita. Poi, chi lo sa cosa avrà in serbo il futuro…”.

Cosa ti mancherà di più? Ripesando alle tante emozioni vissute da calciatore, quali sono le prime tre che ti vengono in mente?
“Quello che mi mancherà di più sarà la quotidianità del campo. Come succede a tutti, ho iniziato a giocare quando ero un bambino e da allora ho passato ogni giornata, anno dopo anno, con il pallone tra i piedi. Mi mancherà molto anche lo spogliatoio, soprattutto ripensando a certe annate in cui ho avuto la fortuna di stare in gruppi fantastici. Poi la partita, l’adrenalina prima di scendere in campo, qualcosa che solo il calcio ti può dare. Di emozioni ne ho provate tante e di diverso tipo, più o meno belle, ma in effetti ce ne sono state alcune davvero importanti. Sicuramente la convocazione in Champions a Siviglia, con la Juventus di Allegri, che è stato l’apice del mio percorso. Passando a momenti molto più recenti, tutte le volte che quest’anno ho esultato insieme ai tifosi, proprio perché il mio legame con Legnano è speciale e da bambino mi immedesimavo in queste scene. Un’altra emozione molto grande è stata giocare con mio fratello, una cosa che tanti anni fa non avremmo mai pensato che sarebbe successa, e invece ci siamo ritrovati nella stessa squadra ed è stato molto bello e divertente”.

In questi giorni in un modo o nell’altro emozionanti, ti frulla per la testa qualche pensiero speciale?
“In effetti, non essendo una persona di molte parole, vorrei approfittare di questa intervista per qualche ringraziamento: ai miei genitori, che fin dall’inizio mi hanno sempre seguito e supportato, dandomi la possibilità di compiere questo percorso, ai compagni di squadra e agli allenatori che ho avuto in questi anni, così come a tutte le persone con cui ho avuto modo di lavorare. Con molti di loro si è instaurato un rapporto di amicizia profondo e per me sono come fratelli a cui rimarrò legato per tuta la vita. Il calcio mi ha dato tanto, anche sotto questo aspetto, e posso solo ritenermi fortunato”.

Silvia Alabardi

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