Se esiste un elemento individuale indispensabile nel collettivo che Kastritis esalta sempre e mette sopra di tutto nella sua Pallacanestro Varese quello è, senza ombra di dubbio, Tazé Moore.
Lo dicono i numeri: 12 punti, 5 rimbalzi e 4 assist di media a partita, lo dicono, soprattutto, l’energia e l’atletismo che mette in ogni gara, sia in fase difensiva che in quella offensiva, con una verticalità che pochissimo hanno in Italia.

Un giocatore determinante anche e soprattutto nella sua sana follia, unita all’estro di un talento grezzo che si sta dimostrando quanto mai adatto ad un basket, quello europeo, che mai aveva vissuto prima d’ora in carriera.
Abbiamo deciso, allora, di intervistarlo ed entrare un pò più a fondo del personaggio e dell’uomo Tazé Moore, oltre che del giocatore che sarà decisivo nella corsa playoff della Pallacanestro Varese.

Moore, mi racconti qualcosa della sua infanzia e della sua famiglia…
“Vengo da una città a sud del Mississipi, vicino Memphis nel Tennesee, in una città dallo spirito country nella quale è bello vivere, almeno, per me è stato così. La mia famiglia è veramente pazza, abbiamo sempre scherzato e riso molto, organizziamo tante feste, ci piace stare insieme ed occupa la parte più importante del mio cuore”.

Che ricordi ha, invece, degli anni al College?
“Ho tantissimi ricordi. Sicuramente uno dei ricordi più forti che ho è stato quando mi sono rotto la gamba e l’operazione che n’è conseguita. Questo è probabilmente il più brutto ricordo che ho di quegli anni che per il resto sono stati molto belli, fatti di tante amicizie, tante conoscenze ed esperienze che mi hanno permesso di crescere, basta pensare che con il mio compagno di stanza sono in contatto tutt’oggi. Poi, ovviamente, c’era anche lo sport, ho giocato per cinque anni tra i Cal State Bakersfield Roadrunners ed gli Houston Cougars con i quali ho fatto la mia prima Fina Four in NCAA ed è stato qualcosa di bellissimo che ha permesso alla mia carriera di fare un salto in avanti importante”.

Quand’è che ha iniziato a capire che proprio la pallacanestro poteva diventare un vero e proprio lavoro per lei?
“Dopo i primi due anni di High School, perché prima giocavo a Football. Ho iniziato a giocare tardi a basket ma ho subito capito che avrebbe potuto diventare qualcosa di davvero concreto ed importante nella mia vita”.

Qual è stato l’allenatore che più l’ha segnata nel suo percorso sportivo?
“Non ce n’è stato uno in particolare, sono stati diversi. Parto da quello che avevo in High School, passando per il mio primo allenatore a Houston, passando poi per quello incontrato ai Roadrunners e ovviamente finendo con coach Kelvin Sampson. Tutti mi hanno aiutato a crescere tantissimo sono molti aspetti e mi hanno insegnato a diventare un giocatore sempre più maturo, passo dopo passo”.

Che ricordi ha dell’esperienza a Portland fuori dal campo?
“E’ sicuramente un bel posto Portland anche se è un posto in cui piove sempre, però a me piace la pioggia, quindi non mi ha dato mai fastidio questa cosa. Quando ero lì cercavo di rilassarmi rilassato e ho fatto molte escursioni; per quanto riguarda il cibo, poi, Portland è uno dei posti migliori al mondo dove mangiare. Quindi mi sono comportato un po’ come un ciccione, mangiando tutto il tempo e godendomi la pioggia”.

Perché ha deciso di venire a Varese quest’estate?
“Per la storia e la cultura di basket che c’è qui. Volevo vedere se riuscivo a farmi strada in un club storico ed importante come Varese, con un programma definito e che punta a vincere. Ho pensato che fosse un passo importante per la mia carriera, perché se qui fossi riuscito a fare bene sicuramente il mio percorso da professionista ne avrebbe tratto giovamento”.

Che bilancio dà alla sua stagione ora che manca poco alla fine?
“Positivo. Ho lavorato molto, anche perché venivo da un basket diverso, soprattutto in NBA, dove si guarda meno alla tattica. Qui invece ho imparato a lavorare tanto soprattutto sulla difesa, ho stretto relazioni forti come quella con il coach e con tutte le persone che mi hanno aiutato in quest’anno a crescere”.

Le piacerebbe rimanere a Varese anche l’anno prossimo?
“Non mi dispiacerebbe restare. È solo che alcune cose devono andare a posto prima che altre possano funzionare, ma non mi dispiacerebbe affatto restare, perché per me Varese è davvero una città fantastica. Sono a 30 minuti dal centro Milano, a 30 minuti dalla Svizzera e anche a circa 30-40 minuti da Como, insomma, a livello di posizione è perfetta, davvero. Ripeto, dobbiamo solo essere sicuri di trovarci d’accordo su determinate condizioni”.

Quanta amarezza le ha lasciato l’ultimo tiro sbagliato a Trieste?
“Ero arrabbiato. Ero davvero arrabbiato perché mi alleno spesso su quel tiro. Lo realizzo molte volte qui, sia in allenamento che in partita, ma non posso prendermela con me stesso per questo. Abbiamo commesso alcuni errori durante la partita che hanno portato a quella situazione, e probabilmente avremmo potuto vincere tre o quattro minuti prima. Quindi ovviamente sono arrabbiato perché ho tirato l’ultimo tiro e mi prendo molte responsabilità per questo, ma cerco anche di essere indulgente con me stesso”.

Che partita si aspetta ora con Sassari?
“Sarà una partita complicatissima. Loro arrivano qui a caccia di punti importanti per salvarsi, daranno tutto per vincere ma noi faremo lo stesso perché vogliamo continuare ad inseguire l’obiettivo playoff”.

Alessandro Burin

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