
Tra i tanti (possibili) modi di retrocedere la Pro Patria ha scelto il peggiore. In questo va riconosciuto un discreto estro. Perché in questa disgraziata stagione biancoblu (ipotecata dal 2-1 subito ieri a Crema dalla Pergolettese), è stato messo davvero tutto quanto era necessario per essere scientificamente certi di abbracciare la Serie D: miopia societaria, approssimazione tecnica, sciatteria agonistica. Una masterclass di programmazione (al contrario), persino meno giustificabile di quella che esattamente 10 anni fa portò alla precedente retrocessione. Allora furono fatturati 7 punti in 34 giornate, oggi siamo a 19. Ma, insomma, la differenza è più nella forma che nella sostanza. Non solo, perché oggi come allora (statene certi), qualcuno verrà magari pure a dire che farsi un giro tra i dilettanti ha un prezioso valore terapeutico. Una purificazione karmica utile a rivitalizzare società e piazza. Della serie, in fondo, meglio così.
La verità? Tutte balle. Giusto per prenderla alla larga. Il dilettantismo è un purgatorio se ci si rimane il giusto che può trasformarsi in un inferno in caso di permanenza prolungata. Gli esempi in materia non mancano di certo. A meno che non si voglia accedere all’ascensore oneroso (300k) e complicato (almeno 3 default, plausibilmente di più), del ripescaggio. Dopo le dimissioni di Patrizia Testa, l’imminente CDA di via Cà Bianca dovrà certificare le nuove nomine e (più di ogni altra cosa), fare chiarezza sul futuro assetto del Club. L’avvento del nuovo corso targato Luca Bassi è stato accolto con fiducia dall’ambiente biancoblu. Seppur a sostanziale scatola chiusa. In virtù della congenita fascinazione pallonara per le novità e del curriculum di spessore del manager bustocco. Esaurite le suggestioni, ora però i sogni vanno tradotti in solide realtà.
Zitti e buoni
Piuttosto che dover registrare le dichiarazioni retoriche (eufemismo eh), del post Lecco, beh, decisamente meglio il silenzio di ieri al “Voltini”. Ma a retrocessione quasi aritmetica (lo sarà alla prossima 35^ con la Triestina, al più tardi alla successiva 36^ con la Dolomiti Bellunesi), e al netto della transizione di cui sopra, due parole (se presente), la parte societaria avrebbe forse dovuto spenderle.
Giovanni Castiglioni
(foto Filippo Kultgeneration D’Angelo)
























