
Il Varese si è guadagnato un’altra settimana. E, soprattutto, si è guadagnato il diritto di arrivarci con qualcosa in più rispetto a quanto raccontava la classifica. La vittoria di Biella non ha cancellato limiti, imperfezioni o i tanti passaggi a vuoto di una stagione comunque altalenante, ma ha certificato una crescita che nelle ultime settimane era diventata sempre più evidente. Perché espugnare il “Pozzo-La Marmora” in quel contesto, senza tifosi al seguito e con un solo risultato a disposizione, significava soprattutto superare una prova mentale prima ancora che tecnica.
Il Varese lo ha fatto senza snaturarsi. Non ha dominato, non ha incantato, ma ha interpretato la partita con lucidità e maturità, rimanendo dentro la gara anche quando il pareggio di Naamad poteva ribaltare l’inerzia del match. Ha colpito nei momenti giusti, ha assorbito il pareggio senza scomporsi e, nel finale, ha attinto alle scorte di energia dimostrando di avere più benzina, più convinzione e più fiducia degli avversari. Non è un dettaglio da poco in una semifinale playoff giocata in un ambiente da professionismo.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante in vista della finale di domenica 17 maggio alle ore 16.00 contro il Ligorna. Perché il successo sul campo della Biellese ha restituito al Varese una dimensione diversa: meno fragile, più concreta, più consapevole delle proprie possibilità. Il gruppo biancorosso sembra aver finalmente trovato un equilibrio interno, sia tattico (passaggio naturale dalla difesa a tre alla difesa a quattro) sia emotivo, costruito attraverso una struttura ormai definita e attraverso gerarchie che si sono consolidate col passare dei mesi. Bruzzone continua a essere il riferimento difensivo e caratteriale, Bertoni si sta rivelando sempre più decisivo anche nei momenti chiave, mentre davanti il lavoro di Guerini e la fisicità di Sovogui stanno dando profondità e soluzioni differenti alla manovra (senza Barzotti e con un Cogliati che sta stringendo i denti).
Ora, però, arriva probabilmente l’esame più complicato. Il Ligorna non è certo la sorpresa del Girone A: è una squadra costruita per stare ai vertici, con identità precisa, qualità offensive importanti ben evidenti nei gol di un certo Vuthaj (mancherà l’ex Marco Pastore, squalificato due giornate “per avere, a gioco in svolgimento, colpito un calciatore avversario con una manata al volto) e un sistema consolidato. Il successo per 1-0 sul Chisola conferma ancora una volta la capacità dei liguri di gestire gare sporche ed equilibrate, esattamente come accaduto tante volte durante la regular season, anche se restano soprattutto impressi nella memoria collettiva biancorossa i precedenti stagionali, da un pesantissimo 4-0 (proprio a Genova) ad un 3-1 all’Ossola che hanno evidenziato una discreta superiorità.
Certo, da allora di acqua sotto i ponti n’è passata. Il contesto playoff è ben diverso da quello del campionato, a fine stagione le energie sono sempre più risicate, e il Varese che si presenterà a Genova sarà senz’altro una squadra più vicina alla propria versione definitiva rispetto a quella vista in alcune fasi della stagione. Non necessariamente più forte, ma più stabile. E, forse, anche più libera mentalmente. E il pensiero non può che andare alla cavalcata del Varese di Porro che vinse i playoff partendo proprio dalla quarta posizione, battendo una piemontese in semifinale (il Casale, altra piazza storica e decisamente calda) per poi chiudere con una trasferta ligure (all’epoca fu Sanremo). Quel successo rimase purtroppo confinato nell’euforia di poche settimane (e la stagione successiva fu semplicemente disastrosa), ma le similitudini con quella stagione non mancano.
Il tema dei playoff che “non servono a nulla” continuerà inevitabilmente ad accompagnare l’ambiente biancorosso (fu proprio la vittoria di Sanremo a darne la prova), ma intanto questa squadra si è costruita una possibilità: quella di chiudere l’anno lasciando una sensazione diversa rispetto al recente passato. Perché se a Biella il Varese ha dimostrato di poter vincere una partita pesante in un ambiente ostile, adesso a Genova ha l’occasione di capire fino a che punto può davvero spingersi questa crescita.
Matteo Carraro
























